L'Arabia Saudita spinge Trump a proseguire la guerra contro l'Iran
Il principe ereditario Mohammed Bin Salman propone a Trump di colpire le infrastrutture energetiche iraniane e valutare operazioni di terra. Il presidente annuncia una pausa di 5 giorni, Teheran nega ogni trattativa.
Mentre Donald Trump continua a ventilare la possibilità di un accordo con l’Iran, dietro le quinte riceve pressioni in direzione opposta dal suo principale alleato nel Golfo. In particolare il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo il New York Times, lo avrebbe esortato nei giorni scorsi non solo a proseguire la guerra, ma ad alzare la posta, definendo l’offensiva americano-israeliana un’“opportunità storica” per ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.
L’obiettivo indicato da Riyadh è esplicito: il cambio di regime a Teheran. In caso contrario, l’Iran resterebbe — nella visione saudita — una minaccia esistenziale per le monarchie del Golfo. Bin Salman avrebbe persino suggerito l’ipotesi di un intervento diretto americano per prendere il controllo delle infrastrutture energetiche iraniane e forzare così la resa del regime. Proprio in questo contesto, Trump starebbe valutando con maggiore attenzione un’operazione sull’isola di Kharg, cuore dell’export petrolifero iraniano: un assalto ad alto rischio, sia via mare sia con truppe aviotrasportate, che i vertici militari guardano con cautela.
Ufficialmente, però, Riyadh nega ogni spinta all’escalation e ribadisce la preferenza per una soluzione diplomatica, rivendicando il diritto alla difesa dagli attacchi iraniani. Una linea che riflette la consueta ambiguità saudita: pressione strategica da un lato, prudenza pubblica dall’altro.
La divergenza più significativa emerge però nel confronto con la posizione di Israele. Anche Benjamin Netanyahu punta al collasso del regime iraniano, ma — secondo molti analisti — Tel Aviv si accontenterebbe di un Iran destabilizzato e ripiegato su sé stesso. Per l’Arabia Saudita, al contrario, uno Stato iraniano frammentato sarebbe altrettanto pericoloso: milizie e apparati fuori controllo potrebbero continuare a colpire le infrastrutture petrolifere del regno, anche in assenza di un potere centrale.
A spingere Riyadh su questa posizione non sono solo considerazioni strategiche, ma anche economiche. Gli attacchi iraniani hanno paralizzato lo Stretto di Hormuz, snodo da cui passava circa il 20% del petrolio mondiale, mettendo così sotto pesante pressione le esportazioni del Golfo. Le alternative logistiche si sono rivelate vulnerabili, e ciò alimenta il timore che un ritiro americano dal conflitto possa lasciare l’Arabia Saudita esposta a una campagna di ritorsioni prolungata. Un conflitto lasciato a metà, nella prospettiva saudita, rischierebbe di trasformarsi in una minaccia cronica.
Il paradosso è che proprio Riyadh, che oggi spinge per un’escalation, è anche tra i Paesi più esposti ai suoi effetti. L’economia saudita resta, infatti, molto fragile: Vision 2030, il piano con cui bin Salman punta a trasformare il regno in una potenza economica globale, procede tra deficit persistenti e investimenti colossali. Una guerra lunga metterebbe seriamente a rischio la credibilità del progetto, che si regge su stabilità e attrattività per capitali e turismo dall'estero.
Sul lato americano, intanto, gli obiettivi dichiarati da Trump per la vittoria nel conflitto restano lontani da raggiungere: capacità missilistica iraniana solo parzialmente degradata, industria della difesa ancora operativa, marina non del tutto neutralizzata, programma nucleare non smantellato e sicurezza dello Stretto di Hormuz tutt’altro che garantita. La campagna aerea ha prodotto risultati, ma non una vittoria chiara.
Il nodo centrale resta però il destino del programma nucleare iraniano. Circa 440 kg di uranio altamente arricchito rimangono sepolti sotto le macerie di almeno 3 siti colpiti dai bombardieri americani nei mesi scorsi. Washington sostiene di volerlo recuperare nell’ambito di un eventuale accordo, senza però chiarire con quali strumenti.
Intanto, la guerra continua a dettare il ritmo. Nuove ondate di missili iraniani hanno colpito oggi il sud e il centro di Israele, causando danni diffusi e diversi feriti, anche a Tel Aviv. Secondo fonti militari israeliane, una delle testate — che trasportava circa 100 kg — rappresenta un salto qualitativo rispetto a quanto visto finora. Un ulteriore segnale del fatto che il conflitto, più che avviarsi verso una soluzione, sembra star entrando in una fase ancora più pericolosa.