La maggioranza degli americani boccia la guerra in Iran: consenso ai minimi storici per un'operazione militare
Solo il 38% della popolazione approva il conflitto lanciato da Trump. È il livello di sostegno più basso mai registrato all'avvio di un'operazione militare statunitense nella storia moderna dei sondaggi.
La guerra in Iran lanciata dal presidente Donald Trump il 28 febbraio 2026 è la più impopolare tra le operazioni militari americane al momento del loro avvio nella storia moderna. Secondo una media dei principali sondaggi condotti nei primi giorni di marzo, compilata dall'analista G. Elliott Morris nella newsletter Strength In Numbers, appena il 38% degli americani approva l'azione militare, contro il 49% che la disapprova. Escludendo gli indecisi, la quota di contrari sale al 56%.
Il rilevamento più recente, condotto dal Marist Poll per NPR e PBS News tra il 2 e il 4 marzo su un campione di 1.591 adulti (margine di errore del 2,8%), e non presente nell'analisi di Morris, conferma questa tendenza: il 56% si oppone all'intervento, solo il 44% lo sostiene. Proporzioni sostanzialmente invariate rispetto a un analogo sondaggio di gennaio, segno che l'inizio delle operazioni non ha spostato gli equilibri nell'opinione pubblica.
Data di rilevazione: 2–4 marzo 2026
Campione: 1.591 adulti residenti negli Stati Uniti (di cui 1.392 elettori registrati)
Metodo: Multimodale — telefono con intervistatori dal vivo, SMS e online
Margine di errore: ±2,8 punti percentuali (adulti); ±3,0 punti percentuali (elettori registrati)
Responsabili: Marist Poll in collaborazione con NPR e PBS News
Una frattura politica profonda, anche a destra
Come si può vedere, la divisione tra gli schieramenti è netta. L'86% dei democratici e il 61% degli indipendenti si dicono contrari, mentre l'84% dei repubblicani sostiene l'intervento. Eppure, anche all'interno dell'elettorato repubblicano il consenso è significativamente più basso rispetto ai precedenti conflitti: circa il 70% appoggia i bombardamenti in Iran, una quota che si ridimensiona se confrontata con il 96% di repubblicani favorevoli alla guerra in Afghanistan nel 2001 e il 90% circa che sostenne l'invasione dell'Iraq decisa dall'Amministrazione di George W. Bush nel lontano 2003.
Un calo che non sorprende del tutto, se si considera che il 5 novembre 2024, in piena campagna elettorale, Trump aveva dichiarato in un discorso televisivo agli americani che con lui alla Casa Bianca non ci sarebbe stata alcuna nuova guerra. D’altronde, nell’era moderna dei sondaggi nessun presidente aveva mai avviato un’operazione militare di questa portata con l’opinione pubblica già schierata in maggioranza contro. Persino interventi più limitati, come i bombardamenti in Siria ordinati dallo stesso Trump durante il suo primo mandato nel 2017, avevano raccolto circa il 50% di consenso. Con un’opposizione già al 56% — al netto degli indecisi — il conflitto con l’Iran parte invece da un livello di contrarietà che la guerra in Vietnam raggiunse soltanto nel 1971, dopo oltre sei anni di escalation.
Percezione della minaccia e giudizio su Trump
L'impopolarità della guerra non significa che gli americani sottovalutino l'Iran. Oltre 8 su 10 elettori lo considerano un pericolo per la sicurezza nazionale, ma solo il 44% lo giudica una minaccia grave, in calo rispetto al 48% rilevato subito dopo i raid del giugno 2025. Tra i repubblicani la percezione di pericolo grave è salita al 70% dal 64%, mentre tra i democratici è scesa al 27% dal 38% e tra gli indipendenti al 40% dal 45%. In altre parole, la maggioranza degli americani riconosce il problema iraniano ma non ritiene che la risposta militare sia quella giusta.
La gestione della crisi da parte di Trump raccoglie appena il 36% di approvazione, in calo rispetto al 42% registrato nel gennaio 2020 durante un precedente periodo di tensione con Teheran. Il 54% disapprova, con un aumento di cinque punti rispetto ad allora. Tra gli indipendenti, la quota di contrari è salita dal 49% al 59%. Il sondaggio YouGov per The Economist colloca l'approvazione complessiva del presidente al 38% contro il 59% di giudizi negativi, un minimo storico per il secondo mandato.
Neanche i sondaggi più favorevoli premiano la guerra
Morris segnala che persino gli istituti vicini ai repubblicani, pur ricorrendo a formulazioni delle domande deliberatamente favorevoli, non sono riusciti a produrre risultati molto migliori. OnMessage, una società di consulenza repubblicana, ha ottenuto il 53% di consenso chiedendo se Trump avesse ragione ad aiutare i cittadini a liberarsi da governi oppressivi. Il Trafalgar Group, descrivendo l'operazione come un intervento preventivo contro l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran, ha raggiunto il 54%. Risultati che Morris definisce deludenti per domande costruite appositamente per massimizzare il sostegno. Anche un sondaggio Fox News ha registrato una parità al 50%, ma come osservato da Ruth Igelnik del New York Times, la domanda era stata preceduta da una serie di quesiti sulle relazioni con l'Iran che potrebbero aver condizionato le risposte.
A pesare sull'opinione pubblica contribuiscono anche le conseguenze concrete del conflitto. Il Pentagono ha comunicato che 6 americani sono già morti e ha stimato il costo dell'operazione in circa un miliardo di dollari al giorno, mentre un sondaggio Morning Consult indica che il 63% della popolazione teme un aumento del prezzo della benzina. Come osserva Morris, nella storia americana il sostegno alle guerre non ha mai fatto altro che diminuire nel tempo, man mano che il bilancio delle vittime e i costi diventano più evidenti.