La leva negoziale di Trump con l'Iran peggiora
I dati economici di marzo sono i peggiori dall'insediamento del presidente. L'inflazione sale del 3,3% su base annua, la benzina segna un rincaro record del 21,2% e la fiducia dei consumatori tocca il minimo storico dal 1952. I negoziati di Islamabad falliscono dopo 21 ore
La settimana del presidente Donald Trump è iniziata con la minaccia di porre fine a "un'intera civiltà" ed è finita con il fallimento dei negoziati di Islamabad. È la parabola descritta da un'analisi della CNN firmata da Aaron Blake, la cui tesi centrale, scritta mentre il vicepresidente JD Vance era ancora in volo verso il Pakistan, è stata confermata dagli eventi: Trump sta perdendo la leva negoziale con l'Iran, e i dati economici spiegano perché.
I numeri diffusi venerdì disegnano un quadro allarmante. L'inflazione a marzo è salita dello 0,9% in un solo mese, l'aumento mensile più alto degli ultimi quattro anni. Su base annua il tasso ha raggiunto il 3,3%, il livello più elevato dall'insediamento di Trump. Il prezzo della benzina è cresciuto del 21,2% in un mese, un record assoluto. L'indice di fiducia dei consumatori dell'Università del Michigan, uno dei più seguiti dagli analisti, ha toccato il minimo storico da quando esiste la rilevazione, cioè dal 1952. A provocare questi numeri è lo shock petrolifero causato dal blocco dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale.

Il dato più preoccupante per la Casa Bianca, osserva Blake, è che la situazione potrebbe peggiorare. Lo shock petrolifero rischia di alimentare l'inflazione per mesi, anche nel caso in cui la guerra finisse rapidamente e lo Stretto venisse riaperto. Uno scenario economico cupo che si avvicinerebbe alle elezioni di metà mandato di novembre, nelle quali i repubblicani partono già in una posizione difficile per mantenere il controllo della Camera.
È in questo contesto che si sono svolti i negoziati di Islamabad, il più alto livello di contatto diretto tra Stati Uniti e Iran dalla rivoluzione islamica del 1979. Ventuno ore di colloqui, mediati dal Pakistan, si sono concluse senza alcun accordo nella notte tra sabato e domenica. Vance si è presentato davanti alla stampa alle 6:30 del mattino ora locale per annunciare il fallimento delle trattative. "Hanno scelto di non accettare le nostre condizioni", ha detto in una breve conferenza stampa all'hotel Serena prima di ripartire per Washington. Secondo due funzionari iraniani citati dal New York Times, i punti di blocco erano tre: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino di circa 400 chili di uranio arricchito al 60% e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di fondi congelati all'estero.

Il fallimento dei negoziati conferma lo squilibrio descritto dall'analisi della CNN. Per tutta la settimana, è stata l'amministrazione Trump a mostrarsi più ansiosa di raggiungere un accordo. Dopo il cessate il fuoco annunciato martedì, le due parti avevano offerto versioni divergenti sulle condizioni della tregua, dal controllo dello Stretto al ruolo degli attacchi israeliani contro Hezbollah in Libano. L'Iran è il principale sostenitore di Hezbollah, a cui fornisce assistenza finanziaria e militare. Washington aveva risposto a ogni problema cercando di minimizzare. Vance aveva definito il disaccordo sul Libano un semplice "malinteso". Trump aveva contattato personalmente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per appianare la situazione. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, interrogata sul traffico quasi inesistente nello Stretto, aveva risposto che "in privato" avevano registrato un "aumento" e che ci sarebbe voluto "tempo".
Il comportamento iraniano a Islamabad ha seguito la stessa logica. Teheran ha rifiutato di rinunciare al blocco dello Stretto, quella che considera la sua principale leva negoziale, dichiarandosi disponibile a riaprirlo solo dopo un accordo di pace definitivo. Ha inoltre chiesto riparazioni di guerra per i danni subiti durante sei settimane di bombardamenti, richiesta respinta dagli americani. L'agenzia di stampa Fars, vicina ai servizi di sicurezza iraniani, ha citato un funzionario anonimo secondo cui "l'Iran non ha fretta" e la situazione nello Stretto non cambierà finché gli Stati Uniti non accetteranno "un accordo ragionevole". A Islamabad gli iraniani si aspettavano una pausa prima di riprendere i colloqui domenica, come riportato da Le Monde. Vance ha invece annunciato la partenza immediata, lasciando sul tavolo quella che ha definito "la nostra offerta finale e migliore". Un funzionario pakistano citato dal Washington Post ha riferito che Vance ha lasciato il Paese senza piani per ulteriori contatti.
Trump, nel frattempo, si trovava a Miami per assistere a un incontro di arti marziali miste. Parlando con i giornalisti prima di partire dalla Casa Bianca, aveva minimizzato l'importanza dei negoziati: "Che si arrivi a un accordo o meno, non mi interessa. Abbiamo vinto". Venerdì aveva scritto sui social che gli iraniani "non hanno carte da giocare, a parte un'estorsione a breve termine del mondo attraverso le vie d'acqua internazionali". Ma come osserva Blake, se davvero l'Iran non avesse carte, il comportamento dell'amministrazione Trump racconterebbe una storia diversa.
La ragione dello squilibrio, secondo l'analisi, è strutturale. L'Iran ha subito danni militari pesanti, con almeno 1.701 vittime civili di cui 254 bambini secondo la Human Rights Activists News Agency. Ma la sua capacità di bloccare lo Stretto di Hormuz gli conferisce un vantaggio economico e un deterrente strategico contro futuri attacchi. Negli Stati Uniti la guerra ha sempre avuto poco sostegno popolare, in parte perché Trump non si è mai impegnato a costruire un consenso. Il sostegno è calato ulteriormente con il peggioramento dei dati economici e i repubblicani temono le conseguenze alle elezioni del 2026.
La posta in gioco ora è altissima. Il cessate il fuoco scade il 21 aprile. Vali Nasr, professore ed esperto di Iran alla Johns Hopkins University, ha dichiarato al New York Times che la delegazione iraniana di oltre settanta persone indicava la serietà con cui Teheran affrontava i colloqui. David Sanger, corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca, ha osservato che entrambe le parti ritengono di aver prevalso nel primo round: gli Stati Uniti per la potenza militare dispiegata, l'Iran per essere sopravvissuto. "Nessuna delle due parti sembra incline al compromesso", ha scritto. Le minacce straordinarie di inizio settimana non hanno prodotto il risultato sperato, e il tempo gioca contro Trump.

