La guerra in Iran travolge i mercati: attacchi alle raffinerie, il petrolio torna a salire

Missili iraniani danneggiano impianti energetici in Qatar, Israele Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati. Sei Paesi europei (tra cui l'Italia) e il Giappone si dicono ora pronti a contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz.

La guerra in Iran travolge i mercati: attacchi alle raffinerie, il petrolio torna a salire
Foto di PilMo Kang / Unsplash

Milioni di barili al giorno evaporati dal mercato. Impianti energetici in fiamme dal Qatar al Kuwait. Un caccia americano da cento milioni di dollari costretto a un atterraggio d’emergenza dopo essere stato colpito dalla contraerea iraniana. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrata in una fase che, solo tre settimane fa, sembrava impensabile. Una nuova ondata di missili e droni iraniani ha colpito le infrastrutture energetiche di cinque Paesi, dal Golfo Persico al Mediterraneo, scuotendo i mercati globali.

Il prezzo del Brent è tornato a correre, superando i 115 dollari al barile. I futures sul gas naturale europeo sono balzati del 15% in una sola seduta. Dall’inizio delle ostilità, il prezzo del gas in Europa è aumentato di oltre il 60%. Per contenere l’impatto, la Casa Bianca si muove su più fronti. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha persino dichiarato a Fox Business che gli Stati Uniti potrebbero presto revocare le sanzioni su circa 140 milioni di barili di petrolio iraniano attualmente stoccati in mare — un volume pari a circa due settimane della domanda globale. Sul tavolo anche il rilascio di greggio dalle riserve strategiche e una vendita coordinata fino a 400 milioni di barili in sede G7.

Ma gli effetti si sentono già dove pesano di più: alla pompa. Negli Stati Uniti, il prezzo della benzina si avvia a superare i 4 dollari al gallone, con un aumento superiore al 25% dall’inizio del conflitto. Secondo un sondaggio Yahoo/YouGov, l’80% degli americani considera i prezzi già troppo elevati e il 60% ne attribuisce la responsabilità a Donald Trump. Un’altra rilevazione, dell’Economist/YouGov, registra un tasso di disapprovazione del 56% per la gestione della crisi iraniana. La Casa Bianca insiste sul carattere temporaneo dei rincari. Gli analisti, però, avvertono: anche in caso di tregua, i prezzi potrebbero restare elevati per settimane — se non mesi.

Andamento prezzi del petrolio
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Crisi energetica

Il Golfo in fiamme: l'Iran
colpisce Qatar, Arabia e Kuwait

Brent e WTI dal 27 febbraio al 19 marzo 2026. Dopo l'attacco israeliano a South Pars, l'Iran ha risposto colpendo le infrastrutture energetiche di tutto il Golfo. Il Brent torna sopra $119 intraday, ai massimi dal 2022.
Ultimo aggiornamento · 19 marzo
L'Iran colpisce raffinerie in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait. Hegseth annuncia il «più grande pacchetto di attacchi» contro l'Iran. Il Pentagono chiede $200 miliardi al Congresso. Brent a $119 intraday.
Brent
$110,95
dollari al barile
+56,3% dal 27 feb
WTI
$98,91
dollari al barile
+48,7% dal 27 feb
Picco intraday
$119,50
Brent, 9 e 19 marzo
massimo dal 2022
Costo guerra
$200 mld
richiesta Pentagono al Congresso
+$12 mld già spesi
Prezzo di chiusura, $/barile
Brent
WTI
Cronologia degli eventi chiave
28 feb
Stati Uniti e Israele lanciano l'operazione militare contro l'Iran. Il Brent chiude a $73,5
2 mar
L'Iran attacca con droni Ras Laffan (Qatar) e Ras Tanura (Arabia Saudita). QatarEnergy ferma la produzione di GNL. Il Brent balza a $78
5–7 mar
L'Iran chiude di fatto lo Stretto di Hormuz, bloccando il 20% delle forniture mondiali di greggio. Il Brent supera i $90
9 mar
Il Brent tocca $119,50 intraday, il massimo dal 2022, prima di ripiegare a $94
11 mar
I Paesi IEA annunciano il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche. Il Brent scende a $91
12 mar
L'Iran ribadisce il blocco dello Stretto. Il WTI balza del 9,7% in una sola seduta
14 mar
Trump ordina attacchi sull'isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano. Il Brent chiude sopra $103
16 mar
Trump chiede una coalizione per riaprire lo Stretto di Hormuz. Brent a $105,94, WTI a $100,41
18 mar
Israele colpisce il giacimento di South Pars, il più grande del mondo. L'Iran risponde con missili su Ras Laffan (Qatar) e sulla Provincia Orientale saudita. QatarEnergy conferma danni estesi. Brent a $107
19 mar
L'Iran colpisce una raffineria saudita sul Mar Rosso, di nuovo Ras Laffan in Qatar e due raffinerie in Kuwait. Hegseth annuncia il «più grande pacchetto di attacchi» contro l'Iran. Il Pentagono chiede $200 miliardi al Congresso. Il Brent torna a $119 intraday
Fonti: EIA, IEA, Investing.com, Fortune, FT, Axios, Al Jazeera, AP, CBS, CNN, Reuters · Dati live: OilPriceAPI
19 marzo 2026

Le conseguenze sul Qatar e gli altri Paesi del Golfo

Il Paese che ha pagato il prezzo più alto è il Qatar. Diversi impianti di liquefazione del gas naturale sono stati colpiti da missili iraniani, provocando incendi e danni che QatarEnergy ha definito “estesi”. Gli attacchi si sono sommati a quelli del giorno precedente sul complesso industriale di Ras Laffan, uno dei principali hub mondiali per l’export di GNL.

L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, ha dichiarato a Reuters che il 17% della capacità di esportazione del Paese è attualmente fuori uso: 2 dei 14 impianti di liquefazione e 1 impianto gas-to-liquids risultano danneggiati. Le riparazioni richiederanno tra i 3 e i 5 anni, con perdite stimate in circa 20 miliardi di dollari l’anno. L’azienda sta così valutando la dichiarazione di force majeure sui contratti a lungo termine che riforniscono Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina.

Le conseguenze, però, vanno ben oltre il gas. Al-Kaabi ha spiegato che anche le esportazioni di condensato caleranno del 24%, quelle di GPL del 13% e la produzione di elio del 14%. Si tratta di riduzioni con effetti concreti e globali: il GPL alimenta migliaia di attività di ristorazione in India, mentre l’elio è essenziale per l’industria dei semiconduttori in Corea del Sud.

E' stato colpito anche il futuro energetico del Paese. I lavori per l’espansione del giacimento North Field — il maxi progetto da decine di miliardi destinato ad aumentare la produzione di gas in Qatar — sono stati sospesi e subiranno almeno un anno di ritardo. Al-Kaabi non ha nascosto l’amarezza: “Non avrei mai immaginato che il Qatar e la regione potessero subire un attacco simile, soprattutto da un Paese musulmano fratello, nel mese del Ramadan”, ha detto a Reuters.

I danni si estendono all’intero Golfo. In Kuwait, droni iraniani hanno incendiato due raffinerie. Negli Emirati Arabi Uniti è stato chiuso l’impianto di gas di Habshan. In Arabia Saudita, la difesa aerea ha intercettato un missile balistico diretto verso Yanbu, porto sul Mar Rosso diventato cruciale dopo la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz. Anche Israele è stato colpito. A Haifa, un attacco missilistico ha danneggiato strutture petrolifere vicino al porto senza causare vittime. La televisione di Stato iraniana ha rivendicato l’operazione come risposta al precedente attacco israeliano sul giacimento di South Pars.

Trump prende le distanze da Israele

È stato proprio quell’attacco a far emergere le prime crepe tra Washington e Gerusalemme. Donald Trump ha preso pubblicamente le distanze con un lungo post su Truth Social, sostenendo che gli Stati Uniti non erano stati informati. Israele, ha scritto, avrebbe agito “per rabbia verso quanto accaduto in Medio Oriente”. Allo stesso tempo, però, ha lanciato un avvertimento durissimo: se l’Iran dovesse colpire nuovamente il Qatar, Washington distruggerebbe l’intero giacimento “con una forza e una potenza mai viste prima”.

Dietro le dichiarazioni ufficiali, tuttavia, emergono versioni contrastanti. Tre fonti israeliane hanno riferito a Reuters che l’operazione sarebbe stata in realtà coordinata con la Casa Bianca, pur essendo considerata difficilmente replicabile. La divergenza tra i due alleati è affiorata anche in sedi istituzionali. La Direttrice dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard, ha dichiarato davanti alla Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti che gli obiettivi strategici non coincidono pienamente: Israele mira a indebolire la leadership iraniana, mentre l’amministrazione Trump punta a colpire le capacità balistiche, la produzione missilistica e la componente navale di Teheran.

Il piano di 6 Paesi europei per riaprire Hormuz

Le ripercussioni finanziarie dei nuovi attacchi non hanno tardato a farsi vedere. Le Borse asiatiche hanno perso circa il 3%, l’indice europeo Stoxx ha ceduto il 2,3%, mentre il Dow Jones ha chiuso ieri in calo dell’1%. Anche le banche centrali hanno cambiato tono. La Banca Centrale Europea (BCE) e la Bank of England hanno lasciato i tassi invariati, archiviando — almeno per ora — le ipotesi di taglio che circolavano fino a poche settimane fa. I mercati, anzi, iniziano a prezzare possibili rialzi entro la fine dell’anno. La BCE ha rivisto, infatti, al rialzo le stime sull’inflazione per il 2026, portandole al 2,6% rispetto all’1,9% indicato a dicembre.

Sul piano politico, l’escalation sembra però aver innescato un primo riavvicinamento tra gli alleati occidentali. Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui si dicono pronti a contribuire a “sforzi appropriati” per garantire il libero transito delle merci attraverso lo Stretto di Hormuz, promettendo anche misure per stabilizzare i mercati energetici, inclusa una maggiore coordinazione con i Paesi produttori.

Si tratta di un cambio di tono potenzialmente significativo. Per settimane, gli stessi governi avevano, infatti, resistito alle pressioni di Donald Trump per un coinvolgimento diretto nella riapertura dello Stretto. La cautela, però, non è certo scomparsa. Nessuno dei Paesi firmatari è disposto, almeno per ora, a inviare navi da guerra mentre i combattimenti sono in corso: il sostegno resta, quindi, confinato sul piano diplomatico.

I limiti della macchina militare americana

Il prolungarsi del conflitto sta portando alla luce, con sempre maggiore evidenza, i limiti della potenza militare americana. Il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore congiunto delle Forze Armate statunitensi, ha dovuto riconoscere che l’Iran conserva ancora capacità offensive, nonostante oltre 15.000 attacchi condotti dalla coalizione in appena tre settimane. “Sono entrati in questa guerra con molte armi”, ha ammesso.

Il nodo, però, è soprattutto logistico. I sistemi di difesa aerea schierati nel Golfo dipendono dalle munizioni più scarse dell’arsenale statunitense: missili Patriot, intercettori THAAD e armamenti navali. Un segnale d’allarme è arrivato anche dall’industria. Armin Papperger, presidente della tedesca Rheinmetall — la principale azienda europea della difesa — ha dichiarato alla CNBC che le scorte di difesa aerea in Stati Uniti, Europa e Medio Oriente sono ormai “praticamente esaurite”. Se la guerra dovesse protrarsi per un altro mese, ha avvertito, “non avremo quasi più missili a disposizione”.

L’episodio del caccia F-35 colpito sopra l’Iran racconta la stessa storia da un’altra prospettiva. Il velivolo, un aereo stealth di quinta generazione dal valore superiore ai 100 milioni di dollari, era impegnato in una missione operativa quando è stato raggiunto da quello che viene ritenuto fuoco della contraerea iraniana. È riuscito ad atterrare in sicurezza in una base nella regione, mentre il pilota risulta in condizioni stabili. Si tratta, comunque, di un precedente significativo: è la prima volta dall’inizio del conflitto che Teheran riesce a colpire un aereo americano in volo.

Il Pentagono chiede altri 200 miliardi

Di fronte a queste difficoltà, il conto della guerra continua a salire senza sosta. Il Pentagono ha così chiesto al Congresso oltre 200 miliardi di dollari di finanziamenti supplementari, che si aggiungono a un budget ordinario della Difesa già vicino ai mille miliardi. Una cifra che supera la spesa militare annuale di qualsiasi Paese al mondo, esclusi Stati Uniti e Cina. Solo la prima settimana di combattimenti è costata circa 11 miliardi. “Ci vogliono soldi per uccidere i cattivi”, ha sintetizzato Pete Hegseth in conferenza stampa, precisando che l’importo “potrebbe cambiare”.

A Washington, però, la richiesta ha già sollevato dubbi. Il senatore repubblicano Roger Marshall l’ha definita “un po’ alta” a Fox Business. Il democratico Ruben Gallego, veterano della guerra in Iraq, ne ha tratto una conclusione più netta: “Se il Pentagono chiede 200 miliardi, si aspetta una guerra lunga”.

Da Teheran, intanto, arrivano segnali che vanno nella direzione opposta alla de-escalation. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha scritto su X che la risposta all’attacco su South Pars ha impiegato solo “una frazione” della potenza iraniana, avvertendo che non ci sarà più “alcuna moderazione” in caso di nuovi attacchi alle infrastrutture del Paese. Un portavoce militare ha invece definito i raid contro gli impianti energetici iraniani l’inizio di “una nuova fase della guerra”, minacciando la distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche dei Paesi avversari e dei loro alleati.

Insomma, il segnale, da entrambe le parti, è inequivocabile: il conflitto non sta per nulla rallentando — anzi, sta entrando in una fase più lunga e potenzialmente più distruttiva.

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