La guerra in Iran prosegue tra dichiarazioni incendiarie e fratture con gli alleati degli Stati Uniti

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth accusato di violare le leggi di guerra promettendo di non fare prigionieri. Trump annuncia nuovi raid "per divertimento" su Kharg. Un nuovo sondaggio mostra che l'opinione pubblica dei Paesi alleati degli Stati Uniti guarda sempre più a Pechino.

La guerra in Iran prosegue tra dichiarazioni incendiarie e fratture con gli alleati degli Stati Uniti

"Nessuna pietà per i nostri nemici". Quella del Segretario alla Difesa Pete Hegseth non è soltanto retorica di guerra: nel diritto internazionale umanitario dichiarare che non verrà dato no quarter — cioè che non saranno fatti prigionieri — equivale a un crimine di guerra.

Ryan Goodman, professore di diritto alla New York University e co-direttore di Just Security, ha spiegato ad Axios che Hegseth sta «mettendo le forze armate su un binario di illegalità». Il divieto è antico: compare già nel Lieber Code della guerra civile americana del 1863, è stato poi codificato nelle Convenzioni dell’Aia ed è oggi ribadito dal Law of War Manual del Pentagono, che vieta esplicitamente questo tipo di ordini.

Sulla stessa linea il senatore democratico Mark Kelly, ex pilota della U.S. Navy ed ex astronauta della NASA: "'No quarter' non è una frase da duro. Significa chiaramente non fare prigionieri e ucciderli".

Nuovi raid e la crisi dello stretto di Hormuz

La retorica aggressiva non si limita al Pentagono. Sabato, in un’intervista alla NBC News, il presidente Trump ha dichiarato che Washington potrebbe tornare a colpire l'Isola di Kharg, il principale hub iraniano per l’export di petrolio, "qualche altra volta, giusto per divertimento". Ha affermato che gli attacchi hanno "totalmente demolito" gran parte dell’isola, aggiungendo però che le infrastrutture energetiche sarebbero state deliberatamente risparmiate. Trump ha messo anche in dubbio che il nuovo Leader Supremo Mojtaba Khamenei sia ancora vivo, senza fornire conferme di questa ipotesi, e ha respinto l’ipotesi di un rapido accordo con Teheran: "le condizioni non sono ancora abbastanza buone".

Il nodo strategico resta indubbiamente lo Stretto di Hormuz: attraverso questo passaggio marittimo prima della guerra transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Trump ha annunciato l'avvio di operazioni di bonifica e ha invitato altri Paesi a contribuire, dopo che l’offensiva iniziale con Israele — l’Operation Epic Fury — era stata presentata come un’azione bilaterale. Il presidente americano ha però rifiutato di precisare se la marina statunitense scorterà direttamente le navi commerciali.

L’arma che tiene in scacco una superpotenza

Il dato militare più rilevante riguarda però un’arma che costa meno di un’utilitaria. Il drone iraniano Shahed — dal valore tra ventimila e cinquantamila dollari — ha costretto Washington a rispondere con missili intercettori da milioni di dollari ciascuno. Nella prima settimana Teheran ne ha lanciati quasi duemila contro basi e obiettivi alleati in dodici Paesi. Sei militari americani sono morti il primo marzo in Kuwait, quando un drone ha eluso le difese aeree.

Lo Shahed era già stato collaudato altrove: la Russia ne ha importati migliaia, producendone una versione propria — il Geran — usata contro le città ucraine; gli Houthi ne hanno sviluppato una copia, il Waid, che ha paralizzato il Mar Rosso per 2 anni. Gli stessi americani ne hanno realizzato una versione a ingegneria inversa, il Lucas, ora impiegata proprio contro l’Iran. "Lo abbiamo preso, smontato, rispedito in America, ci abbiamo messo un’etichetta 'made in America' e ora lo stiamo lanciando contro gli iraniani", ha sintetizzato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM.

La risposta più efficace a questo tipo di droni è arrivata da Kyiv. L’Ucraina aveva offerto la propria tecnologia anti-drone otto mesi prima del conflitto, ma Washington aveva rifiutato sdegnosamente. A guerra iniziata, il dietrofront: specialisti ucraini sono ora nel Golfo, mentre il Pentagono ha inviato diecimila droni intercettori Merops dotati di intelligenza artificiale, dal costo di quattordicimila dollari l’uno — meno degli Shahed che devono abbattere.

Gli attacchi con droni iraniani, secondo il Pentagono, sono calati del 95% rispetto al picco dei primi giorni di guerra. Evidentemente non è bastato a evitare danni gravi alle infrastrutture dei Paesi del Golfo e il blocco quasi completo dello Stretto di Hormuz, che ha fatto impennare il prezzo del petrolio sui mercati globali.

Gli alleati degli Stati Uniti guardano a Pechino

Mentre Washington combatte in Medio Oriente, l’opinione pubblica dei suoi alleati più stretti si allontana sempre di più dalle priorità della Casa Bianca. Un sondaggio di Politico e Public First condotto su oltre diecimila intervistati rivela che ampie fasce dell’opinione pubblica in Canada, Germania, Francia e Regno Unito considerano ora addirittura la Cina come un partner più affidabile degli Stati Uniti. La tendenza non nasce da una ritrovata fiducia in Pechino ma dal fatto che Washington è divenuta più difficile da considerare come un punto di riferimento: la maggioranza degli intervistati in Canada e Germania la pensa così, con quote significative anche in Francia e Regno Unito.

I dazi punitivi, le minacce agli alleati NATO, il rallentamento degli aiuti all’Ucraina e il ritiro da organismi internazionali hanno spinto i governi a cercare alternative. Il Canada ha così siglato un accordo commerciale con Pechino a gennaio; il Regno Unito ha concluso intese di alto valore con la Cina; Macron e il cancelliere tedesco Merz sono tornati da vertici a Pechino con ordini di acquisto per prodotti europei. Alti funzionari cinesi hanno descritto i rapporti con l’Ue come una "partnership", non più una rivalità.

"L’Amministrazione Trump ha favorito la narrativa cinese comportandosi come un bullo", ha commentato a Politico Mark Lambert, già vice assistente Segretario di Stato per la Cina nell’amministrazione Biden. Dal sondaggio emerge anche che circa metà degli intervisti crede che sarà Pechino a sviluppare per prima un’intelligenza artificiale super intelligente. Anche per questo, solo il 63% degli americani resta convinto che gli Stati Uniti manterranno il primato mondiale nel prossimo decennio.

POLITICO Poll — Cina vs USA
Sondaggio Internazionale POLITICO / Public First — Febbraio 2026
I Paesi alleati storici degli Stati Uniti guardano sempre più alla Cina: la percezione del declino americano in Canada, Germania, Francia e Regno Unito.
L'avvicinamento alla Cina è motivato dal fatto che gli Stati Uniti sono diventati meno affidabili (e non perché la Cina sia diventata un partner più solido)?
Tutti gli intervistati, per Paese
% di intervistati che concordano con l'affermazione
Canada
magg.
Germania
magg.
Regno Unito
42%
Francia
38%
È possibile ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti? Il proprio governo dovrebbe farlo?
Canada
% tra tutti gli intervistati canadesi
Sì, è possibile e si dovrebbe fare.
48%

Regno Unito
% tra tutti gli intervistati britannici
Buona idea in teoria, ma scettici sulla fattibilità.
42%
Quale Paese svilupperà per primo un'intelligenza artificiale super intelligente?
Tutti gli intervistati, per Paese
Pluralità degli intervistati in ciascun Paese ritiene la Cina più avanti degli Stati Uniti in questa corsa per il futuro.
Canada
Cina
Germania
Cina
Francia
Cina
Regno Unito
Cina
Stati Uniti
USA
Tra dieci anni, quale sarà la potenza mondiale dominante?
Intervistati che indicano la Cina come futura potenza dominante
% di intervistati che ritengono la Cina la potenza dominante entro il prossimo decennio
Canada
~50%
Germania
~50%
Francia
~50%
Regno Unito
~50%

Intervistati statunitensi che ritengono gli Stati Uniti resteranno la potenza dominante
% tra gli intervistati statunitensi
Gli Stati Uniti resteranno dominanti
63%
Metodologia: 6–9 febbraio 2026 | Campione: 10.289 adulti online (almeno 2.000 per ciascun Paese: USA, Canada, Regno Unito, Francia, Germania) | Margine di errore: ±2 punti percentuali per ciascun Paese | Metodo: sondaggio online; risultati ponderati per età, genere e area geografica | Fonte: The POLITICO Poll in collaborazione con Public First
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