La guerra in Iran potrebbe essere sul punto di allargarsi
Lo Stretto di Hormuz è chiuso di fatto e blocca il 15% del petrolio mondiale. L'America fatica a riaprirlo, l'Iran non riesce a fermare la guerra. Il rischio è un'escalation che coinvolga Arabia Saudita ed Emirati.
La guerra tra Stati Uniti e Iran, ora alla terza settimana, si sta concentrando su un punto preciso della mappa: lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita circa il 15% del petrolio mondiale e il 20% delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto. L'Iran lo ha chiuso di fatto, minacciando le navi commerciali e attaccandone alcune. Il presidente Trump ha promesso di riaprirlo, ma secondo l'Economist la geografia e la logistica giocano contro di lui, e il conflitto rischia di allargarsi ai paesi vicini.
Lo stretto è largo appena 54 chilometri nel punto più stretto, fiancheggiato da montagne su entrambi i lati. L'Iran non ha bisogno di colpire ogni nave che lo attraversa: gli basta convincere armatori e assicuratori che potrebbe farlo. Secondo l'Economist, inviare truppe americane a controllare la costa è "impraticabile" per le dimensioni della forza necessaria, e l'Iran potrebbe semplicemente continuare a sparare dall'entroterra. Trump ha chiesto a Cina, Francia e altri paesi di mandare navi militari a scortare i mercantili, ma nessuno sembra disposto ad aiutare.
Gli attacchi americani e israeliani intanto continuano su centinaia di obiettivi in tutto l'Iran. Secondo HRANA, un'organizzazione per i diritti umani con sede a Washington, almeno 2.400 persone sono state uccise dall'inizio della guerra, di cui oltre 1.300 civili. L'Iran risponde lanciando ogni giorno decine di missili e droni contro Israele e gli Stati del Golfo, colpendo una base militare in Arabia Saudita e un grattacielo a Dubai.
Mojtaba Khamenei, il nuovo leader supremo iraniano nominato una settimana fa, non è stato visto in pubblico da quando ha assunto l'incarico. Chi scrive le dichiarazioni a suo nome sostiene che lo stretto resterà chiuso. L'amministrazione Trump, scrive l'Economist, "non si aspettava che lo stretto venisse chiuso", un altro esempio di "miopia nella conduzione di questa guerra".
Di fronte allo stallo nello stretto, Trump potrebbe intensificare le operazioni altrove. L'Economist ricorda che il presidente ha una "fissazione" per l'isola di Kharg, nel Golfo Persico, da cui parte il principale terminale petrolifero iraniano. Già nel 1988, in un'intervista, Trump disse che se fosse stato presidente avrebbe colpito quell'isola. Il 13 marzo gli Stati Uniti hanno bombardato decine di obiettivi militari sull'isola, colpendo depositi di missili e mine navali ma lasciando intatto il terminale petrolifero, per quelle che Trump ha definito "ragioni di decenza", dato che distruggerlo causerebbe un disastro ambientale.
Il senatore repubblicano Lindsey Graham, considerato vicino al presidente, ha scritto sui social media che "chi controlla l'isola di Kharg controlla il destino di questa guerra", firmando il messaggio con il motto dei marines americani, "semper fi". L'Economist nota che il messaggio è arrivato poche ore dopo l'annuncio del Pentagono sullo spostamento di un'unità di spedizione dei marines dal Giappone al Medio Oriente. L'America potrebbe probabilmente conquistare l'isola, osserva l'Economist, ma dovrebbe poi difendere un territorio a portata di missili e droni iraniani.
La chiusura dello stretto ha già spinto il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile. Diversi governi asiatici hanno ridotto l'aria condizionata negli uffici pubblici e introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti statali. Le conseguenze si estendono oltre il petrolio: il prezzo dell'elio, usato nella sanità e nell'industria, è raddoppiato, mentre quello dell'urea, un fertilizzante, è aumentato di oltre il 50%.
Due oleodotti che aggirano lo Stretto di Hormuz attenuano in parte l'impatto. Quello saudita può trasportare fino a 7 milioni di barili al giorno verso i porti sul Mar Rosso, circa due terzi della produzione del regno. Quello degli Emirati Arabi Uniti può spostare circa la metà dei 3,4 milioni di barili giornalieri del paese verso il porto di Fujairah, fuori dallo stretto. Decine di petroliere si stanno già dirigendo verso la costa occidentale saudita. Questi oleodotti però non servono a Bahrain, Kuwait e Qatar, che restano tagliati fuori dai mercati.
L'Iran sta cercando di colpire anche queste alternative. Nelle notti del 12 e 13 marzo ha lanciato più di 50 droni contro le strutture petrolifere saudite, un numero in forte aumento rispetto ai primi giorni di guerra. Il ministero della Difesa saudita ha dichiarato di averli abbattuti tutti. Il 14 marzo un drone iraniano ha preso di mira Fujairah: è stato intercettato, ma i detriti hanno provocato un incendio che ha temporaneamente bloccato le esportazioni di petrolio, riprese la mattina seguente.
L'oleodotto saudita, lungo oltre 1.200 chilometri nel deserto, è particolarmente esposto. L'Economist segnala anche il rischio che l'Iran spinga gli Houthi, la milizia alleata in Yemen, a riprendere gli attacchi contro le navi nel Mar Rosso, come avvenuto nel 2024. Anche un singolo attacco basterebbe probabilmente a scatenare il panico sui mercati.
Se l'Iran colpisse le infrastrutture petrolifere dei paesi del Golfo, però, potrebbe trascinarli direttamente nel conflitto. L'Arabia Saudita ha già avvertito che danni alle proprie strutture petrolifere rappresenterebbero una linea rossa. L'Economist descrive una situazione di stallo: l'America non ha un modo semplice per riaprire Hormuz, ma l'Iran non riesce a costringere Trump a fermare la guerra tenendolo chiuso.