La guerra in Iran non ha ancora danneggiato Trump, ma i rischi sono enormi

Il presidente mantiene un indice di gradimento stabile al 40%, nonostante la maggioranza degli americani sia contraria al conflitto. La storia però insegna che guerre prolungate e prezzi alti sono la ricetta per il fallimento politico

La guerra in Iran non ha ancora danneggiato Trump, ma i rischi sono enormi
Official White House Photo by Daniel Torok

A un mese dall'inizio della guerra con l'Iran, il consenso di Donald Trump non è crollato. Ma non è nemmeno cresciuto. È questa la fotografia scattata da Nate Cohn nella sua newsletter The Tilt sul New York Times: un presidente che galleggia in una zona grigia, con un indice di gradimento del 40% e una guerra che la maggioranza degli americani non voleva.

Il dato più significativo è l'assenza del cosiddetto effetto "rally around the flag", quel fenomeno per cui i presidenti americani guadagnano consenso nelle prime fasi di un conflitto militare. Non è successo. Il gradimento di Trump è anzi sceso di uno o due punti percentuali rispetto a prima dell'inizio delle operazioni. Un numero debole in qualsiasi circostanza, scrive Cohn, ma particolarmente scarso in un momento che di solito compatta il paese attorno al suo leader.

D'altra parte il consenso non è precipitato, e questo potrebbe sembrare un altro capitolo della resilienza politica di Trump. Il conflitto contraddice la sua promessa di "nessuna nuova guerra", ha diviso una parte dei conservatori più vicini al movimento MAGA e i sondaggi mostrano che il 54% degli americani si oppone all'intervento contro appena il 39% che lo sostiene, secondo i dati di Silver Bulletin. Eppure l'impatto sui numeri del presidente è stato minimo.

Cohn offre diverse spiegazioni. Innanzitutto Trump è già così impopolare che ha poco consenso da perdere: il suo gradimento e quello della guerra sono quasi identici. Perché i numeri scendano in modo significativo, dovrebbe perdere sostenitori di lunga data. E su questo punto i segnali sono contraddittori. Un sondaggio del Pew Research pubblicato mercoledì scorso mostra che circa il 70% dei repubblicani e degli indipendenti con inclinazioni repubblicane approva la guerra, mentre il 12% la disapprova fortemente. Esiste una frattura interna, con i commentatori MAGA divisi e la base "America First" in disaccordo con la linea interventista, ma non è ancora una rivolta.

C'è poi un fattore psicologico. La guerra dura da appena un mese e molti sostenitori di Trump adottano un approccio attendista. Possono indicare successi militari come il degrado delle forze iraniane e l'uccisione di diversi leader chiave di Teheran. E a ogni passaggio Trump ha lasciato intendere che le operazioni potrebbero finire presto. Anche chi è scettico, nota Cohn, può ancora coltivare la speranza che il conflitto si concluda rapidamente.

La vera minaccia per il presidente, secondo l'analisi, non è la guerra in sé ma la possibilità che si prolunghi e si intrecci con difficoltà economiche. Cohn ricorda che nella storia americana recente la combinazione di un pantano militare all'estero e prezzi alti o recessione in patria è la formula quasi infallibile del fallimento presidenziale. Harry Truman con la Corea, Jimmy Carter con la crisi degli ostaggi in Iran e George W. Bush con l'Iraq videro i loro indici di gradimento sprofondare sotto il 30% quando la guerra si sommò alla crisi economica.

Se si definisce un fallimento presidenziale in modo ampio, scrive Cohn, cioè un gradimento sotto il 35% o una sconfitta del partito del presidente alle successive elezioni di almeno cinque punti, quasi tutti i casi storici presentano questa combinazione. Le eccezioni sono poche: George H.W. Bush ebbe successo in politica estera ma fu travolto dalla recessione, mentre Richard Nixon fu indebolito dall'embargo petrolifero dell'OPEC che colpì in contemporanea con il Watergate.

Per ora non esiste una conclusione chiara del conflitto. Trump ha parlato di negoziati ma non si intravede una strategia di uscita definita. Esistono possibili passi di escalation, come il sequestro dell'isola di Kharg, uno dei principali terminali petroliferi iraniani. E anche senza un'escalation, un conflitto prolungato potrebbe far salire il prezzo della benzina e mettere sotto pressione l'economia.

Nell'ultimo decennio, nota Cohn, gli avversari politici di Trump hanno atteso invano che qualche episodio estremo provocasse il suo crollo nei consensi. Non è mai accaduto, creando l'impressione di un leader capace di sopravvivere a tutto. Ma finora Trump non ha mai affrontato quella miscela di difficoltà economiche e geopolitiche che storicamente affonda le presidenze americane. E anche se riuscisse a restare a galla, conclude Cohn, questo potrebbe non bastare a salvare i repubblicani da una sconfitta nelle elezioni di metà mandato o dalla perdita del controllo del Senato.

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