La guerra in Iran espone i limiti del potere senza controlli

Un conflitto lanciato senza trasparenza né strategia chiara rischia di compromettere la credibilità americana, rafforzare Teheran e fratturare le alleanze occidentali

La guerra in Iran espone i limiti del potere senza controlli
Official White House Photo by Daniel Torok

A poco più di un mese dall'inizio delle operazioni militari contro l'Iran, lanciate il 28 febbraio, il bilancio della guerra appare sempre più controverso. È l'analisi del commentatore politico Andrew Sullivan, che nella sua newsletter The Weekly Dish passa in rassegna costi e benefici del conflitto, arrivando a una conclusione netta: i danni superano di gran lunga i risultati ottenuti.

Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno ottenuto risultati concreti. La marina iraniana è stata in gran parte distrutta, l'aviazione è fuori uso, i siti missilistici sono stati colpiti duramente e i vertici del regime sono stati eliminati. Sullivan riconosce che indebolire un regime tirannico non è cosa da poco. Ma è su tutto il resto che il suo giudizio diventa severo.

Il primo effetto collaterale è economico. L'impennata dei prezzi del petrolio, destinata a durare finché lo Stretto di Hormuz resta chiuso, rappresenta un vantaggio enorme per la Russia nella sua guerra contro l'Ucraina e un colpo per l'economia globale. Il costo della situazione ha spinto gli Stati Uniti a concedere una deroga sulle sanzioni alle esportazioni petrolifere iraniane, regalando a Teheran un introito imprevisto di 14 miliardi di dollari. Sullivan nota l'ironia del confronto: l'amministrazione Obama fu duramente criticata per aver sbloccato 1,7 miliardi di dollari di asset iraniani con l'accordo sul nucleare. Le economie degli alleati nel Pacifico, aggiunge, saranno particolarmente danneggiate.

Il paradosso strategico è ancora più evidente. Rispetto a prima della guerra, la posizione dell'Iran risulta rafforzata. I prezzi elevati del petrolio garantiscono al regime il doppio delle entrate rispetto a prima del conflitto. Il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dei Guardiani della Rivoluzione apre un ulteriore flusso di entrate, con pedaggi che arrivano fino a due milioni di dollari a nave, risorse che finanziano il riarmo. Se l'Iran dovesse chiudere la guerra mantenendo il controllo strategico di quasi un quinto delle forniture petrolifere mondiali, gli Stati del Golfo sarebbero costretti ad accettare le sue condizioni. Sullivan definisce tutto questo una grave sconfitta strategica per gli Stati Uniti, considerando anche che la minaccia nucleare iraniana era già stata neutralizzata l'anno scorso: non esisteva un pericolo immediato che giustificasse l'intervento.

Sul fronte della credibilità internazionale, il danno appare profondo. Sullivan cita le parole del presidente francese Macron: "Quando si vuole essere seri, non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima. E forse non si dovrebbe parlare ogni giorno". Dagli obiettivi di guerra incoerenti delle prime ore al discorso presidenziale di mercoledì sera, la parola degli Stati Uniti ha perso peso. Il fatto che il presidente abbia dichiarato di poter semplicemente ritirarsi dal conflitto, dopo aver sconvolto l'economia mondiale e devastato il Medio Oriente, non fa che aggravare il quadro.

La dimensione morale è altrettanto compromessa. Sullivan sottolinea che si tratta della prima guerra in cui il segretario alla Difesa ha celebrato apertamente "morte e distruzione" come valori in sé, e il presidente ha dichiarato di voler riportare un Paese "all'età della pietra, dove merita di stare". Il bilancio include 1.500 civili e 15 militari americani uccisi, oltre a 150 studentesse morte in un attacco sbagliato il primo giorno, senza che la Casa Bianca abbia espresso rammarico. Tra gli obiettivi colpiti ci sono ponti, ospedali e scuole, con la minaccia di estendere i bombardamenti a infrastrutture civili come impianti di desalinizzazione e raffinerie.

Le conseguenze sulle alleanze occidentali sono altrettanto gravi. La NATO, scrive Sullivan, è stata frantumata. Gli Stati Uniti non hanno nemmeno informato gli alleati europei prima di lanciare una guerra che li danneggia direttamente, un comportamento coerente con la precedente minaccia sul territorio della Groenlandia. La dichiarazione del presidente di voler lasciare la NATO, un'alleanza difensiva, perché ha rifiutato di partecipare a una guerra offensiva, ha segnato un nuovo punto di rottura. Sullivan osserva che dopo due mandati consecutivi questo atteggiamento non può più essere liquidato come un'anomalia temporanea.

L'eventuale ritiro americano, prosegue l'analisi, aprirebbe la strada a una nuova coalizione di potenze globali, senza gli Stati Uniti, per gestire la sicurezza del Golfo. La Cina avrebbe un'occasione straordinaria per presentarsi come l'unica superpotenza interessata all'ordine globale e alla libertà di navigazione. Il disprezzo per il diritto internazionale mostrato dall'amministrazione americana eliminerebbe inoltre qualsiasi base giuridica per opporsi a un'eventuale invasione di Taiwan: le guerre di aggressione senza minaccia immediata sono state ora legittimate dagli stessi Stati Uniti.

Sullivan riserva una riflessione anche agli effetti su Israele. La guerra ha esposto quello che definisce un intreccio scomodo tra gli interessi nazionali americani e israeliani. La contemporanea pulizia etnica in Cisgiordania, l'approvazione da parte della Knesset di una pena di morte riservata ai palestinesi senza diritto di appello e la demolizione del Libano meridionale hanno provocato una reazione negativa nell'opinione pubblica americana, in particolare tra i giovani.

La conclusione di Sullivan si concentra sulla questione istituzionale. Solo una monarchia di fatto, sostiene, avrebbe potuto lanciare una guerra di questo tipo: pianificata in segreto da pochi, tenuta nascosta al controllo pubblico, lanciata a sorpresa, senza budget e senza una logica strategica riconoscibile. Le repubbliche sono progettate per evitare esattamente questo genere di decisioni autocratiche, offrendo trasparenza, dibattito, contrappesi e vie d'uscita. Se il conflitto ha un merito, scrive Sullivan, è quello di aver reso evidente quanto il sistema costituzionale americano abbia smesso di funzionare come previsto dai suoi fondatori.

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