La guerra in Iran e il rischio di un conflitto globale: le dieci domande chiave
Niall Ferguson analizza l'offensiva americana e israeliana contro Teheran e avverte: se il conflitto si prolunga, le conseguenze economiche e strategiche potrebbero ricordare gli shock petroliferi degli anni Settanta
A sette giorni dall'inizio dell'offensiva militare americana e israeliana contro l'Iran, lo storico Niall Ferguson si chiede se il mondo stia scivolando verso una Terza guerra mondiale. Ferguson, docente a Harvard, membro della Hoover Institution di Stanford e autore di diversi libri di storia, ha pubblicato la sua analisi sul Free Press il 5 marzo.
Ferguson parte da un parallelo storico: la Seconda guerra mondiale non scoppiò tutta insieme, ma fu una serie di conflitti regionali che convergettero in uno scontro globale solo alla fine del 1941. Allo stesso modo, dal 2022 si combatte in Europa orientale e dal 2023 in Medio Oriente. L'attuale offensiva contro l'Iran potrebbe rappresentare, secondo la sua analisi, un passaggio verso qualcosa di più ampio, oppure restare nei confini di una "Terza guerra del Golfo".
L'ipotesi di base di Ferguson è che la guerra contro la Repubblica islamica non possa proseguire con l'attuale intensità oltre poche settimane. In quel caso, gli effetti sul mercato petrolifero sarebbero inferiori a quelli degli shock del 1973-74 e del 1979. Ma la situazione resta incerta: non esiste ancora un percorso chiaro verso quello che l'autore chiama "alterazione del regime", cioè un cambio ai vertici che renda l'Iran meno pericoloso per gli Stati Uniti e i loro alleati.
L'articolo si struttura attorno a dieci domande. La prima riguarda la durata del conflitto. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che la guerra potrebbe durare "quattro settimane, ma anche sei, otto o tre". Un rapporto del Pentagono ipotizza che le operazioni possano proseguire fino a settembre. Ferguson osserva che il prezzo del petrolio Brent ha già raggiunto gli 85,37 dollari al barile, con un aumento del 18% rispetto alla vigilia della guerra. Se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso per settimane, i prezzi potrebbero salire ulteriormente.
La seconda domanda riguarda la capacità di fuoco. Nei primi tre giorni gli Stati Uniti hanno colpito oltre 1.700 obiettivi, mentre Israele ha effettuato 1.600 sortite con 2.500 bombe sganciate. Il numero di missili balistici iraniani lanciati contro gli Emirati Arabi Uniti è calato rapidamente, segno che gli attacchi ai lanciatori stanno funzionando. Il problema, secondo Ferguson, sono i droni Shahed: nessuno nei Paesi del Golfo aveva immaginato che potessero colpire Dubai o Riyadh, nonostante siano stati inventati in Iran.
Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso: bastano pochi attacchi alle petroliere per spaventare armatori e assicuratori, e il traffico è calato del 90%. Le conseguenze si estendono anche alle importazioni alimentari dei Paesi del Golfo e alle esportazioni di fertilizzanti. L'Iraq ha già perso circa 1,5 milioni di barili al giorno di produzione, cifra che potrebbe salire a tre milioni.
Sul fronte del cambio di regime, Ferguson nota che l'uccisione dell'ayatollah Ali Khamenei non è stata sufficiente. Israele sta prendendo di mira i vertici dei Guardiani della rivoluzione, i servizi di intelligence e l'apparato clericale. Il 3 marzo è stato distrutto un edificio dell'Assemblea degli esperti, l'organo incaricato di scegliere la nuova Guida suprema. Tuttavia il figlio di Khamenei, Mojtaba, sarebbe sul punto di essere designato come successore.
Il conflitto coinvolge già più di una dozzina di Paesi. Oltre a Iran e Israele, ci sono stati attacchi missilistici o con droni su Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Giordania, Kuwait, Oman, Cipro e Azerbaijan. In Libano le forze israeliane operano contro Hezbollah, in Iraq le milizie filoiraniane creano instabilità.
Il presidente Trump ha proposto che la Development Finance Corporation fornisca assicurazioni contro il rischio politico per il commercio marittimo nel Golfo e che la Marina scorti le petroliere nello Stretto. Ferguson riporta che la proposta è stata accolta con scetticismo dagli operatori del settore: il tetto di 205 miliardi di dollari dell'agenzia non basterebbe a coprire le oltre 350 petroliere che normalmente transitano ogni settimana.
Sul fronte interno americano, Ferguson osserva una frattura nel movimento MAGA. Tucker Carlson e Megyn Kelly, ex conduttori di Fox News, sostengono che gli Stati Uniti siano stati trascinati in guerra per conto di Israele. Ferguson considera questa lettura sbagliata: a suo avviso il presidente Trump è ostile all'Iran per ragioni proprie e non è nella sua natura fare favori ad altri leader mondiali quando ciò comporta rischi economici e politici. Lo storico ricorda che è stato il vicepresidente J.D. Vance a consigliare a Trump di "colpire forte e colpire in fretta".
L'ultima domanda, che Ferguson considera la più importante, riguarda il rapporto con la Cina. Quasi tutto il petrolio esportato dall'Iran, 520 milioni di barili sotto sanzioni americane, è andato alla Cina l'anno scorso. Il programma missilistico iraniano dipende interamente da componenti e assistenza tecnica cinesi. Ferguson legge la guerra in Iran come parte della "Seconda guerra fredda" tra Stati Uniti e Cina: prima Washington ha rimosso Nicolás Maduro in Venezuela, ora colpisce l'Iran, eliminando due fonti di petrolio sanzionato per Pechino, il tutto alla vigilia del vertice tra Trump e Xi Jinping previsto a fine marzo.
Una guerra prolungata nel Golfo, avverte Ferguson, ridurrebbe le scorte di armi americane necessarie per la deterrenza nel Pacifico, dai missili Patriot PAC-3 agli SM-6. Questo potrebbe spingere la Cina ad accelerare i tempi su Taiwan. La conclusione dello storico è che quest'anno la guerra in Iran probabilmente riduce il rischio di un conflitto in Asia orientale, ma il 2027 e il 2028 dipenderanno dalla rapidità con cui verrà vinta questa "Terza guerra del Golfo".