La guerra con l'Iran spinge il petrolio alle stelle, divide la NATO e avvantaggia la Cina

L'attacco iraniano che ha distrutto un aereo-spia americano nella base area di Prince Sultan in Arabia Saudita è solo l'ultimo capitolo di una crisi che sta ridisegnando gli equilibri energetici e politici del mondo.

La guerra con l'Iran spinge il petrolio alle stelle, divide la NATO e avvantaggia la Cina
Immagine creata con l'intelligenza artificiale

A poco più di un mese dallo scoppio del conflitto, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha già oltrepassato i confini di una crisi regionale, assumendo i contorni di una vera crisi sistemica. Lo Stretto di Hormuz rimane bloccato, mentre i mercati energetici globali scivolano verso una carenza fisica di prodotti petroliferi senza precedenti. Allo stesso tempo, all’interno della NATO emergono fratture sempre più evidenti, mentre la Cina si prepara a capitalizzare strategicamente il caos internazionale. Nel frattempo, i soldati americani continuano a essere bersaglio di attacchi iraniani e si trovano sull’orlo di scenari sempre più rischiosi, inclusa la prospettiva di operazioni terrestri.

Un aereo spia distrutto

Il 27 marzo l'Iran ha attaccato la base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita, con 6 missili balistici e 29 droni. Nell'attacco è stato distrutto un E-3 Sentry, il principale strumento di sorveglianza aerea dell'aviazione americana: monitora droni, missili e aerei a centinaia di km di distanza ed è considerato insostituibile nel breve termine. L'aeronautica ne possiede solo 16, poiché la produzione si è fermata nel 1992 e il programma per sostituirli con il Boeing E-7 Wedgetail procede a rilento, con un costo pari a 700 milioni di dollari per singolo velivolo. Il colonnello John Venable ha ammesso al Wall Street Journal che la perdita è "un fatto gravissimo", perché riduce la capacità americana di controllare ciò che accade nel Golfo.

Nell’attacco in questione sono rimasti feriti tra 10 e 15 militari americani: almeno due versano in condizioni gravi secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, mentre per l’Associated Press i casi più critici sarebbero cinque. Dall’inizio del conflitto, i feriti tra le forze statunitensi hanno ormai superato quota 300, mentre i caduti restano 13. Nel frattempo, Washington ha rafforzato in modo significativo la propria presenza nella regione, portando il contingente a circa 50.000 uomini, supportati da due portaerei e un gruppo anfibio. È inoltre allo studio l’invio di ulteriori 10.000 soldati, in vista di possibili operazioni terrestri. Sul piano politico, Donald Trump ha fissato al 6 aprile il termine entro cui l’Iran dovrebbe riaprire lo Stretto di Hormuz. Da Teheran, tuttavia, la risposta è netta: nessun negoziato è attualmente in corso.

La guerra si allarga — Crisi Hormuz aprile 2026
Conflitto Usa–Iran
Oltre lo Stretto di Hormuz: chi si divide e chi ci guadagna
Il conflitto si allarga — aprile 2026
13
Militari Usa morti dall'inizio del conflitto
300+
Feriti totali nel contingente Usa
97%
Crollo del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz
L'aereo distrutto
L'attacco alla base Prince Sultan
6
Missili balistici lanciati dall'Iran
Lanciati insieme a 29 droni. L'attacco ha colpito la base aerea di Prince Sultan, in Arabia Saudita.
29
Droni nell'attacco
Usati in combinazione con i missili balistici per saturare le difese aeree americane.
10–15
Militari Usa feriti
Almeno 2 in gravi condizioni secondo il CENTCOM. L'AP riporta 5 feriti gravi.
50.000
Militari Usa nella regione
Assieme a due portaerei ed un gruppo anfibio. Washington valuta l'invio di altri 10.000 soldati. Trump dà all'Iran tempo fino al 6 aprile per riaprire lo Stretto.
Capacità colpite nel Golfo
Sorveglianza aerea (AWACS) –1 su 16
Controllo dello spazio aereo nel Golfo Ridotto
Rotte marittime sicure in Hormuz Bloccate
La bomba a orologeria — esaurimento scorte petrolio in transito
1° aprile
— giorni
Africa meridionale · Asia orientale
10 aprile
— giorni
Europa
15 aprile
— giorni
Stati Uniti
20 aprile
— giorni
Australia
Chi importa più petrolio dal Golfo
Cina
5,2 Mb/g
Giappone
2,3 Mb/g
India
2,3 Mb/g
Corea del Sud
2,2 Mb/g
Usa
0,65 Mb/g
"
L'impatto non colpirà tutti insieme, ma si propagherà da est a ovest seguendo i tempi di navigazione delle ultime petroliere uscite dal Golfo prima della chiusura.
JP Morgan — analisi crisi Stretto di Hormuz
Spesa difesa — obiettivo Trump: 5% del Pil
Soglia 5% richiesta da Trump
~3,4%
~4,1%
2,33%
2,0%
1,6%
1,4%
Le fratture nell'Alleanza Atlantica
🚢
La NATO ed Hormuz
Rottura
L'Alleanza Atlantica ha rifiutato di inviare navi per riaprire lo Stretto di Hormuz. Trump valuta in risposta un modello "pay-to-play" per la NATO: i Paesi sotto il 5% del PIL in spese difesa esclusi dalle decisioni su espansione, missioni e articolo 5.
🏝️
Diego Garcia — UK vs Usa
Tensione
Il governo di Keir Starmer ha inizialmente impedito agli Stati Uniti di usare la base di Diego Garcia nelle isole Chagos. I rapporti tra Trump e il premier britannico si sono ulteriormente deteriorati.
💰
$750M dirottati dall'Ucraina
Tensione
Il Pentagono ha notificato al Congresso l'intenzione di dirottare 750 milioni di dollari da un programma NATO di forniture militari all'Ucraina per ricostituire il proprio arsenale.
Vertice di Ankara
In agenda
Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha confermato che il nuovo obiettivo del 5% sarà discusso al prossimo vertice di Ankara. Ma le decisioni richiedono consenso unanime: gli alleati si opporrebbero quasi certamente a riforme strutturali.
Fonti: New York Times, Wall Street Journal, AP, JP Morgan, IEA, Goldman Sachs · 29 marzo 2026

La crisi energetica a orologeria

Con la chiusura dello Stretto, il traffico marittimo è crollato del 97%. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la contrazione dell’offerta è già pari al doppio di quella registrata in qualsiasi precedente crisi petrolifera. JP Morgan parla apertamente di una “bomba a orologeria”: l’impatto non sarà simultaneo, ma si propagherà gradualmente da est a ovest, seguendo i tempi di navigazione delle ultime petroliere partite dal Golfo prima del blocco.

Le stime indicano, infatti, una progressiva erosione delle scorte in transito: Africa meridionale e Asia orientale entro il 1° aprile, Europa intorno al 10 aprile, Stati Uniti verso il 15 aprile, Australia entro il 20 aprile. Superate queste scadenze, le nuove forniture arriveranno con ritardi significativi, in volumi ridotti e a costi sensibilmente più elevati.

Il Paese più esposto risulta essere la Cina, con importazioni dal Golfo pari a 5,2 milioni di barili al giorno, seguita da Giappone e India (2,3 milioni ciascuno) e Corea del Sud (2,2 milioni). In Europa, i volumi per singolo Paese sono più contenuti: Paesi Bassi, Francia, Regno Unito e Italia figurano tra i principali destinatari. Gli Stati Uniti, con circa 0,65 milioni di barili al giorno, restano relativamente meno vulnerabili grazie alla propria produzione interna.

Secondo JP Morgan, le perdite di approvvigionamento in Asia potrebbero superare i 2 milioni di barili al giorno già a maggio, avvicinandosi ai 3 milioni entro giugno. L’Europa, invece, risentirà soprattutto dell’aumento dei prezzi e della crescente competizione con i mercati asiatici per accedere a forniture alternative.

Pechino si ritiene al sicuro, e pronta a guadagnarci

Nonostante la Cina sia, in termini assoluti, il Paese più esposto alla crisi del Golfo, resta comunque quello che negli ultimi anni ha lavorato più sistematicamente per ridurre la propria vulnerabilità. Pechino ha, infatti, accumulato circa 1,3 miliardi di barili nelle riserve strategiche, mentre quasi la metà del suo fabbisogno di gas arriva via gasdotto da Russia e Turkmenistan. Inoltre, l’Iran ha già dichiarato che le navi riconducibili a partner “non ostili”, inclusa la Cina, possono continuare a transitare nello Stretto. Secondo le stime di Goldman Sachs, ciò significa che solo il 6% del consumo energetico totale cinese sarebbe direttamente esposto a interruzioni nello Stretto.

La crisi, peraltro, rischia paradossalmente di rafforzare la posizione competitiva di Pechino nel medio-lungo periodo. Le aziende cinesi controllano almeno il 70% della capacità produttiva globale nelle tecnologie verdi — pannelli solari, batterie e componenti per veicoli elettrici — e dall’inizio del conflitto i principali produttori di batterie hanno già guadagnato oltre 70 miliardi di dollari di capitalizzazione.

Come osserva Agathe Demarais, ricercatrice senior presso European Council on Foreign Relations, Pechino dispone anche di un’ulteriore leva strategica: “Molti dei missili, dei caccia e di altri sistemi d’arma necessari agli Stati Uniti sono costruiti con terre rare cinesi. Ma Washington dispone di scorte sufficienti solo per circa due mesi.” Anche per questo, secondo Deutsche Bank, il conflitto potrebbe accelerare un processo già in atto: l’erosione del sistema del petrodollaro. L’Iran, infatti, starebbe negoziando con diversi Paesi la possibilità di regolare i transiti energetici in yuan, rafforzando ulteriormente il ruolo internazionale della valuta cinese.

La NATO sempre più sotto pressione

È in questo quadro che si inserisce l’ennesimo strappo tra Donald Trump e gli alleati europei. Dopo il rifiuto della NATO di inviare navi per riaprire lo Stretto, la Casa Bianca ha iniziato a valutare un modello “pay-to-play” per l’Alleanza: i Paesi che non raggiungono il 5% del PIL in spesa per la difesa potrebbero essere esclusi dai processi decisionali su espansione, missioni congiunte e persino sull’attivazione dell’articolo 5, la clausola di difesa reciproca. “Un Paese che non paga non dovrebbe poter votare su come spendere i soldi futuri”, ha dichiarato una fonte americana al Daily Telegraph.

Nel mirino di Trump ci sono in particolare Regno Unito e Spagna. Londra, che oggi destina alla difesa il 2,33% del PIL, è al centro delle tensioni anche per un altro scontro tra Trump e il premier Keir Starmer: il governo britannico ha inizialmente impedito l’utilizzo della base di Diego Garcia, nelle isole Chagos, per le operazioni americane contro l’Iran. Intanto il Pentagono ha notificato al Congresso l’intenzione di riallocare 750 milioni di dollari da un programma NATO destinato all’Ucraina per ricostituire le proprie scorte militari, altro argomento di scontro con i Paesi alleati.

Il Segretario Generale Mark Rutte ha confermato che il nuovo obiettivo del 5% sarà discusso nel prossimo vertice che si terrà ad Ankara, ma qualsiasi riforma richiede l’unanimità degli alleati — uno scenario altamente improbabile al momento. Nei fatti, comunque, la frattura è già evidente: Trump si è detto “molto deluso” dall’Alleanza e ha avvertito che il rifiuto europeo di intervenire nello Stretto “verrà ricordato” da Washington. Un segnale che, al di là delle dichiarazioni, suggerisce un progressivo indebolimento del vincolo atlantico proprio mentre l’Europa si trova sotto crescente pressione da Mosca.

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