La guerra con l'Iran non va come previsto: Trump davanti a tre scelte, nessuna priva di rischi
Lo Stretto di Hormuz è bloccato da quasi un mese. La crisi energetica si aggrava e le opzioni a disposizione di Washington comportano tutte costi militari e politici che l'Amministrazione Trump sperava di non dover affrontare.
A quasi un mese dall'inizio dei bombardamenti su Iran, condotti insieme a Israele il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti si trovano in una posizione sempre più scomoda: superiori militarmente, ma lontani da un esito accettabile. Washington ha esaurito quasi tutti i bersagli individuati prima del conflitto senza ottenere la resa del regime di Teheran. Nel frattempo l'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, il corridoio tra il Golfo Persico e l'Oceano Indiano attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale e un quarto del gas naturale. Come riaprire quel passaggio, e a quale prezzo, è oggi il problema centrale di Donald Trump.
un mese di guerra senza resa
Un mese di guerra e un piano che non ha funzionato
Nella prima fase del conflitto, la campagna aerea americana e israeliana ha distrutto buona parte delle infrastrutture militari iraniane: basi missilistiche, lanciatori mobili, quasi tutta la flotta navale iraniana. Un numero significativo di dirigenti politici e militari è stato ucciso. Trump ha riassunto la situazione con una frase secca, dichiarando ad Axios che "non c'è praticamente più nulla da bombardare".
Il regime, però, non è caduto. L'Iran ha anzi risposto con una strategia di logoramento: missili e droni contro i vicini del Golfo e contro Israele, con un'intensità calibrata per esaurire le scorte di intercettori avversari conservando le proprie munizioni. Gli attacchi sono diminuiti rispetto alla prima settimana, ma la percentuale di quelli che passano attraverso la difesa aerea è aumentata.
La mossa più efficace di tutte è stata però la chiusura dello Stretto. Senza bisogno di usare la flotta, già quasi del tutto distrutta, l'Iran ha dichiarato il corridoio chiuso e colpito 23 navi civili con droni dall'inizio del conflitto al 24 marzo. Il risultato è che quasi nessuna petroliera si avventura più nel passaggio. Le conseguenze di questo blocco si sentono sui mercati energetici globali e rischiano di tradursi in una carenza di fertilizzanti per l'agricoltura mondiale, con possibili crisi alimentari in alcuni Paesi del terzo mondo. Ma per Trump, che guarda già alle elezioni di midterm di novembre 2026, è soprattutto il costo politico di prezzi della benzina in aumento la preoccupazione principale.
Trattare, scortare o sbarcare: tre strade, nessuna sicura
L'Amministrazione americana valuta a questo punto tre opzioni per sbloccare la situazione. La prima è la trattativa negoziale. Trump ha dichiarato più volte di essere vicino a un accordo con rappresentanti iraniani attraverso interlocuzioni con intermediari. Ma le posizioni delle due parti restano distanti. Washington chiede che Teheran abbandoni sia il programma nucleare sia quello missilistico. L'Iran potrebbe cedere sul nucleare, ma rifiuta qualsiasi limite ai suoi missili. Anche sullo Stretto le proposte sono inconciliabili: Teheran vuole il controllo del passaggio e il diritto di riscuotere pedaggi, mentre gli Stati Uniti vogliono ripristinare la libera navigazione pre-guerra.
Nel frattempo l'Iran ha già cominciato a incassare: le navi di Paesi ritenuti "neutrali", cioè privi di basi militari americane, pagano a Teheran due milioni di dollari a passaggio. Si tratta di una pressione indiretta sui proprietari di navi affinché preferiscano pagare Teheran piuttosto che rischiare la scorta di un convoglio militare americano. Sullo sfondo c'è anche una sfiducia profonda tra le due parti: il nuovo governo iraniano ritiene, non del tutto senza motivo, che i colloqui in Svizzera prima della guerra fossero una copertura per l'attacco. Ora l'Iran chiede garanzie di non aggressione futura, un punto che Washington non può politicamente concedere.
La seconda opzione è quella di organizzare convogli navali scortati. È quella che il comando militare americano considera con più attenzione, ma che richiede tempo e risorse che non sono immediatamente disponibili. Secondo Mark Montgomery, ex comandante della portaerei George Washington e contrammiraglio in pensione, intervistato dalla Foundation for Defense of Democracies di Washington, l'operazione richiederebbe almeno due settimane di bombardamenti preventivi sulle coste iraniane per neutralizzare droni, missili e depositi di mine. Poi servirebbero tra i 12 e i 14 cacciatorpediniere con sistemi missilistici guidati, più navi specializzate nel dragaggio delle mine.
Il problema è che la marina americana non dispone facilmente di questa forza. Dei circa 70 cacciatorpediniere con sistema Aegis costruiti complessivamente, solo una quarantina sono liberi da altre missioni, e metà di questi sono in manutenzione. C'è poi lo sminamento: i tre dragamine specializzati che la flotta teneva nella base del Bahrain sono stati rimossi a gennaio 2026 senza sostituti, lasciando il compito a navi polivalenti mai collaudate in combattimento.
I rischi non sono solo logistici. Il canale navigabile dello Stretto si trova a circa 30 km dalla costa iraniana. Montgomery calcola che un missile lanciato da 10-15 km di distanza raggiungerebbe le navi del convoglio in 80-90 secondi, un margine di reazione molto ridotto. Se l'Iran riuscisse a lanciare otto o più missili contemporaneamente, i sistemi di difesa potrebbero essere facilmente sopraffatti. Perdere anche una sola nave militare americana avrebbe conseguenze politiche pesanti per Trump.
La terza opzione è un'operazione di terra. Gli Stati Uniti hanno già inviato nella regione due gruppi d'assalto con circa 2.000-2.500 marines ciascuno, partiti da Okinawa e San Diego. L'arrivo del primo gruppo nel Golfo dell'Oman è atteso entro questa settimana. Attendono ordini anche altri circa 2.000 paracadutisti della 82ª Divisione Aviotrasportata, pronti per essere trasferiti in una base mediorientale non specificata. L'ipotesi più discussa è uno sbarco sulle isole di Qeshm e Hormuz o nei pressi di Bandar Abbas, per stanare le postazioni iraniane nascoste prima dell'arrivo dei convogli. È però un'operazione ad alto rischio: anche in caso di successo, l'Iran conserverebbe la capacità di colpire dall'interno del proprio territorio.
Un'alternativa meno rischiosa sarebbe bloccare il transito delle petroliere iraniane nell'Oceano Arabico, come gli americani hanno già fatto con navi che trasportavano petrolio venezuelano, un'opzione giuridicamente più difendibile rispetto a uno sbarco.
Il precedente poco rassicurante
C'è un caso recente che offre un termine di paragone. Nel 2024-2025, i cacciatorpediniere americani hanno difeso il traffico nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi yemeniti, respingendo la maggior parte di missili e droni. Dopo che gli Stati Uniti nel 2025 hanno colpito la leadership del gruppo, gli Houthi hanno accettato una tregua. Eppure il traffico nel Canale di Suez non è mai tornato ai livelli pre-crisi: i proprietari di navi continuano a preferire il percorso più lungo attorno al Capo di Buona Speranza.
Nel caso di Hormuz, che a differenza del Mar Rosso non ha alternative di percorso, una crisi prolungata avrebbe conseguenze ancora più gravi. L'unica soluzione duratura sarebbe una pace solida, ma le condizioni per raggiungerla, oggi, sono difficili da immaginare.