La guerra asimmetrica dell'Iran che sta mettendo in difficoltà gli Stati Uniti

Teheran non ha bisogno di vincere: le basta resistere. Con mine, droni e la chiusura dello Stretto di Hormuz, l'Iran ha ribaltato l'equilibrio di un conflitto contro un nemico militarmente superiore

La guerra asimmetrica dell'Iran che sta mettendo in difficoltà gli Stati Uniti
U.S. Central Command Public Affairs

Gli Stati Uniti hanno portato nel Golfo Persico circa 20 navi e sottomarini, tra cui due portaerei, 50.000 soldati e centinaia di aerei e droni. Hanno colpito oltre 9.000 obiettivi dall'inizio della guerra, il 28 febbraio, affondando 140 navi iraniane e danneggiando, secondo il Pentagono, circa il 90 per cento delle capacità missilistiche e di droni dell'Iran. Eppure, a tre settimane dall'inizio del conflitto, lo slancio della guerra si è spostato a favore di Teheran.

Il punto di svolta è stata la chiusura dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transita un quinto delle forniture mondiali di petrolio. Le petroliere sono bloccate, i mercati energetici globali nel caos, e il presidente Trump, che all'inizio parlava di cambio di regime, ora cerca di negoziare. Washington ha presentato un piano in 15 punti centrato sul programma nucleare e missilistico iraniano; Teheran ha risposto con una controproposta in 5 punti su questioni del tutto diverse, tra cui risarcimenti per i danni di guerra e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto.

Per riaprire il passaggio, l'ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha detto in un'intervista a Channel 13 sabato scorso che servirebbero "due divisioni americane pronte a restare a lungo", almeno 20.000 soldati. Le forze navali dovrebbero bonificare le mine e scortare le petroliere, mentre altre truppe cercano di fermare missili e droni iraniani. Il Pentagono sta già inviando rinforzi: tre navi anfibie con oltre 5.000 Marines e marinai sono in arrivo dall'Asia e raggiungeranno il Golfo già venerdì, e 2.000 paracadutisti dell'82esima divisione aviotrasportata si preparano alla partenza.

La strategia iraniana è quella della guerra asimmetrica: usare armi economiche e facilmente occultabili, mine galleggianti e droni a basso costo, per infliggere danni sproporzionati a un nemico tecnologicamente superiore. È un approccio che ricorda quello degli insorti iracheni, che per anni impantanarono le forze americane con ordigni esplosivi improvvisati piazzati lungo le strade. La settimana scorsa, secondo funzionari statunitensi, nello Stretto c'erano già una dozzina di mine iraniane, con circa 5.000 in riserva. "L'Iran usa armi locali per generare un impatto globale", ha spiegato all'Atlantic Kelly Grieco dello Stimson Center, un centro studi di Washington.

Il risultato, ha detto Barak, è un conflitto che scivola in una guerra di logoramento. L'America "ha vinto quasi ogni battaglia, ma non ha vinto una sola guerra negli ultimi 60 anni".

Anche nei cieli si combatte una guerra asimmetrica. L'aviazione iraniana non può competere con i caccia e i bombardieri americani, che hanno distrutto i depositi di missili balistici. Ma il numero degli attacchi iraniani è aumentato con il passare delle settimane: da 18-27 nella prima settimana, a 24-39 nella seconda, fino a 25-41 nella terza, secondo Ahmad Sharawi della Foundation for Defense of Democracies. L'Iran ha progressivamente sostituito i missili con i droni, riservando i balistici per obiettivi distanti o simbolici. All'inizio della settimana ha lanciato una raffica contro Tel Aviv; sabato, due missili balistici sospetti hanno preso di mira la base americana e britannica di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, il bersaglio più lontano mai tentato da un missile iraniano. Uno avrebbe fallito, l'altro sarebbe stato intercettato. L'Iran ha negato ogni responsabilità.

Contro i Paesi più vicini, come Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, l'Iran utilizza flotte di droni che puntano a distruggere infrastrutture civili e seminare il caos economico. Un attacco riuscito al porto emiratino di Fujairah, snodo cruciale per l'energia globale, è stato seguito rapidamente da un secondo. In Kuwait, i droni hanno colpito la raffineria di Mina al-Ahmadi, capace di lavorare fino a 730.000 barili di petrolio al giorno, provocando incendi giovedì e venerdì scorso. "L'obiettivo degli attacchi alle infrastrutture civili è spingere i Paesi del Golfo a fare pressione su Trump" perché trovi il modo di fermare i danni, ha spiegato Sharawi all'Atlantic.

La sfida più difficile per gli Stati Uniti non sono gli obiettivi fissi, che entrambe le parti hanno colpito a migliaia, ma quelli mobili. "Per avere il sopravvento, gli Stati Uniti devono colpire i lanciatori, i droni, le piccole imbarcazioni d'attacco che piazzano le mine", ha detto Grieco, "e questo è molto più difficile".

Lo sminamento è una delle operazioni più rischiose e complesse. La storia militare americana lo dimostra: nel 1987, durante l'operazione Earnest Will per proteggere le navi commerciali nel Golfo, la prima missione di scorta finì in disastro quando la petroliera Bridgeton, battente bandiera americana, colpì una mina. Nel 1991, la nave d'assalto anfibio USS Tripoli finì accidentalmente in un campo minato che aprì uno squarcio di quasi cinque metri per sei nello scafo.

Le forze di sminamento americane sono in una fase di transizione. Nel 2025 la Marina ha dismesso metà della sua flotta di otto dragamine della classe Avenger, navi costruite in legno, plastica e fibra di vetro per ridurre la firma magnetica, ormai obsolete. Al loro posto si usano le littoral combat ships, navi per acque basse il cui sminamento viene condotto da remoto. Ma al momento le quattro unità Avenger rimaste si trovano in Giappone, e due delle littoral combat ships normalmente basate in Bahrain sono a Singapore per manutenzione.

Gli esperti avvertono che le operazioni di sminamento non possono nemmeno iniziare finché il Comando Centrale non riduce la minaccia di missili e droni. Quando il comandante del Centcom, l'ammiraglio Brad Cooper, sarà pronto a liberare lo Stretto, dovrà prima inviare caccia F-16 e F-18 contro le imbarcazioni d'attacco iraniane, stabilire una sorveglianza aerea, poi schierare cacciatorpediniere a protezione delle navi che cercano le mine, ha spiegato all'Atlantic Mark Montgomery, contrammiraglio in pensione ora alla Foundation for Defense of Democracies. Anche dopo, una presenza navale rafforzata dovrà restare per impedire all'Iran di posare nuove mine.

Un pugno di attacchi con mine, missili o droni potrebbe bastare a tenere lontane le navi commerciali, il cui traffico nello Stretto si è già ridotto di oltre il 90 per cento. "Non sono preoccupato per i droni", ha detto Montgomery. "Sono preoccupato per le mine".

La lezione che emerge dal conflitto è quella che gli Stati Uniti hanno già appreso in Iraq: per quanto si colpisca un nemico che usa tattiche asimmetriche, questo troverà sempre il modo di costruire un altro ordigno. In Iraq, Washington non riuscì mai a eliminare la minaccia degli esplosivi improvvisati, ma sviluppò veicoli più resistenti per proteggere i soldati. Nello Stretto di Hormuz, l'Iran non ha bisogno di sconfiggere la potenza militare americana. Le basta resistere.

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