La guerra all'Iran fa salire benzina, mutui e inflazione: gli americani non ce la fanno più

Cosa succede se lo Stretto di Hormuz resta bloccato ancora qualche settimana: i prezzi dell'energia stanno già salendo, e le misure tampone si esauriranno a metà aprile. Le conseguenze per le famiglie americane diventeranno sempre più pesanti, nonostante l'ottimismo espresso dalla Casa Bianca.

La guerra all'Iran fa salire benzina, mutui e inflazione: gli americani non ce la fanno più
Immagine generata con l'intelligenza artificiale

Il tempo stringe. Se lo Stretto di Hormuz non dovesse riaprire entro le prossime settimane, le conseguenze economiche della guerra tra Stati Uniti e Iran potrebbero aggravarsi in modo brusco e difficile da invertire. È questa la valutazione condivisa da dirigenti del settore petrolifero e analisti finanziari, che indicano la metà di aprile come la soglia critica oltre la quale le misure tampone adottate finora perderanno efficacia.

Lo Stretto di Hormuz, uno specchio d'acqua lungo circa 160 km che separa l'Iran dalla penisola arabica – la cui larghezza nel punto più stretto è di appena 34 km – è la principale via di transito del petrolio mondiale: in condizioni normali, attraverso di esso passa circa il 20% dell'offerta globale. Dall'inizio del conflitto, l'Iran ha attaccato navi civili e infrastrutture energetiche nella regione, portando il traffico marittimo quasi a zero. Una parte del greggio è stata reindirizzata via oleodotto altrove, ma la capacità è limitata. Per ammortizzare lo shock, gli Stati Uniti e altri Paesi hanno rilasciato dalle riserve strategiche 400 milioni di barili, il più grande rilascio globale mai avvenuto, e Washington ha sospeso temporaneamente le sanzioni su alcune forniture di petrolio russo e iraniano. Ma questi margini si stanno esaurendo.

Due prezzi, due realtà

Sul mercato del petrolio esistono in realtà due prezzi. I prezzi "cartacei" sono quelli scambiati sui mercati finanziari, i più citati dai media: ad esempio, il Brent, il prezzo di riferimento europeo e americano, è salito del 36% dal 27 febbraio al 27 marzo, superando i 113 dollari al barile. Rimangono però ancora relativamente contenuti, perché le dichiarazioni di Trump sull'imminente fine del conflitto spingono i trader a vendere, frenando i rialzi. Gli operatori chiamano questa dinamica "jawboning". I prezzi "fisici", quelli pagati per la consegna reale del greggio, raccontano invece un'altra storia: il prezzo Dubai, che riflette le forniture dal Medio Oriente, è cresciuto del 76%, a 126 dollari. Un divario che, secondo Ben Cahill, direttore per i mercati energetici presso il Center for Energy and Environmental Systems Analysis dell'Università del Texas ad Austin, è ormai "davvero difficile da ignorare".

Alla conferenza CERAWeek di Houston, i vertici delle principali compagnie petrolifere hanno tracciato un quadro preoccupante. Mike Wirth, CEO di Chevron, ha parlato di "manifestazioni fisiche molto reali" del blocco dello Stretto che si propagano in tutto il mondo. Wael Sawan, CEO di Shell, ha precisato che le difficoltà nelle forniture partite dall'Asia meridionale si stanno estendendo all'Asia nord-orientale e all'Europa man mano che si avvicina aprile. E non è solo il petrolio: anche i prezzi del gas naturale liquefatto in Giappone e Corea del Sud sono saliti del 48%, mentre i costi del carburante per aerei continuano a crescere.

Il precipizio di metà aprile

Marko Papic, stratega geopolitico di BCA Research, stima che il conflitto abbia già sottratto al mercato tra 4,5 e 5 milioni di barili al giorno, ovvero circa il 5% dell'offerta globale. Ma questa perdita potrebbe raddoppiare entro metà aprile, quando si esauriranno gli effetti del rilascio delle riserve strategiche e le esenzioni temporanee sulle sanzioni. Papic definisce quel momento un "oil cliff", un precipizio del petrolio: non esistono, infatti, misure sostitutive all'estrazione dal sottosuolo e alla consegna diretta ai clienti.

C'è poi un problema di medio termine: i produttori mediorientali, non avendo stoccaggio sufficiente per il greggio che non riescono a spedire, hanno dovuto chiudere temporaneamente i pozzi. Per questo motivo, Nawaf al-Sabah, CEO di Kuwait Petroleum Corp., ha detto alla stessa conferenza che potrebbe servire da tre a quattro mesi per tornare ai livelli produttivi precedenti, una volta finita la guerra.

La Casa Bianca è più ottimista. Un funzionario dell'amministrazione, citato in forma anonima da CNBC, ha detto che i progressi militari sono reali e che Washington può ancora muovere truppe nella regione, attaccare l'isola di Kharg, principale terminale petrolifero iraniano, o forzare una riapertura negoziata dello Stretto. "Vediamo la Russia aumentare le proprie esportazioni per colmare il vuoto", ha aggiunto. "C'è ancora spazio di manovra." Ma quel margine si sta riducendo ogni giorno.

Il precipizio di metà aprile
Crisi di Hormuz · Economia
Il precipizio di metà aprile
Prezzi, riserve e famiglie americane: cosa succede se lo Stretto di Hormuz non riapre entro aprile 2026
Due mercati, due verità
Prezzo "cartaceo"
$113
▲ +36%
Brent — 27 feb → 27 mar
Contenuto dallo "jawboning" di Trump: i trader vendono sulle dichiarazioni di imminente pace, frenando i rialzi sul mercato finanziario.
Prezzo "fisico"
$126
▲ +76%
Dubai — forniture reali dal Golfo
Riflette le consegne fisiche reali. Il divario con il Brent è "davvero difficile da ignorare" — Ben Cahill, Università del Texas ad Austin.
~20%
del greggio mondiale transita da Hormuz — il traffico marittimo è quasi a zero dall'inizio del conflitto
Gas e carburanti globali
GNL in Giappone e Corea del Sud+48%
Carburante per aerei (jet fuel)In crescita
Gas naturale USA (famiglie)+10,9%
Live — conta alla rovescia
Al precipizio di metà aprile
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Oltre quella data, riserve strategiche esaurite ed esenzioni sulle sanzioni scadute.
Non esistono misure sostitutive all'estrazione diretta.
Le misure tampone
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milioni di barili
dalle riserve strategiche
il più grande rilascio globale di sempre
Usa e alleati hanno aperto le riserve per ammortizzare lo shock. I margini si stanno esaurendo.
⚠ Metà aprile
Inizio crisiEsaurimento
Esenzioni temporanee su petrolio russo e iraniano in scadenza
3–4 mesi per ripristinare la produzione dei pozzi chiusi, anche a guerra finita
Barili tolti dal mercato
4,5–5 mln
barili/giorno
Circa il 5% dell'offerta globale scomparsa dall'inizio del conflitto — stima Marko Papic (BCA Research).
Potrebbe raddoppiare a ~10 mln barili/giorno dopo metà aprile
«Vediamo ancora spazio di manovra — ma si riduce ogni giorno»
Funzionario Casa Bianca, citato da CNBC
I costi della guerra per le famiglie americane
~$4
Benzina
Era ~$3/gallone un mese fa
+10,9%
Gas naturale
Su base annua
+4,8%
Elettricità
Su base annua
+3,9%
Generi alimentari
Fertilizzanti a rischio
6,64%
Mutui trentennali a tasso fisso
Era sotto il 6% un mese fa — prima volta in 3 anni
Inflazione USA 2026 — revisione OCSE
3,0%
Pre-conflitto
+1,2 pp
4,2%
Stima rivista OCSE
Fonti: New York Times, Wall Street Journal, CNBC, CERAWeek Houston · 27 marzo 2026

Il triplo colpo alle famiglie americane

Le conseguenze di questa situazione per le famiglie americane sono già visibili. Il prezzo medio della benzina si avvicina ai 4 dollari al gallone, contro circa 3 dollari un mese fa. L'elettricità è aumentata del 4,8% rispetto all'anno scorso, il gas naturale del 10,9%, i generi alimentari del 3,9%. Il blocco dello Stretto sta compromettendo le forniture globali di fertilizzanti, con possibili ricadute sui prezzi del cibo al momento del raccolto. Secondo un'analisi di economisti di Stanford, l'aumento delle spese energetiche potrebbe azzerare i benefici fiscali previsti dall'One Big, Beautiful Bill Act approvato l'anno scorso.

Da parte sua, l'OCSE ha già rivisto al rialzo le stime sull'inflazione americana per il 2026, portandole al 4,2% rispetto al 3% previsto prima del conflitto, che va a pensare su un'economia che ha già accumulato cinque anni consecutivi di prezzi elevati. Intanto i tassi sui mutui trentennali a tasso fisso sono risaliti al 6,64%, dopo essere scesi sotto il 6% un mese fa per la prima volta in 3 anni. "I consumatori stanno rimandando i propri acquisti e spostando i propri consumi verso i prodotti a prezzo più basso", ha detto Tom Barkin, presidente della Fed di Richmond, in un discorso venerdì.

Las Vegas, il termometro che segna febbre

Las Vegas, in Nevada, da sempre indicatore sensibile del benessere delle famiglie americane, registra intanto un un calo sostenuto dei visitatori. I turisti con budget limitato si sono allontanati; solo quelli facoltosi continuano ad arrivare sui jet privati. Ristoranti e negozi locali segnalano cali di fatturato oltre il 40%, mentre i casinò segnano incassi record, ma corretti per l'inflazione i numeri sono decisamente meno lusinghieri, avverte Andrew Woods, direttore del Center for Business and Economic Research dell'Università del Nevada a Las Vegas.

A pesare sul turismo ci sono anche le tensioni politiche con il Canada: i visitatori canadesi sono quasi scomparsi dopo le dichiarazioni di Trump sull'ipotesi di annettere il Paese vicino come "51° Stato". Il sindaco Shelley Berkley ha avviato una campagna per attrarre visitatori e ha chiesto pubblicamente ai canadesi di tornare. A febbraio, prima della guerra, il numero di visitatori era aumentato leggermente su base annua per la prima volta in 13 mesi. La guerra in Iran e le conseguenze economiche dirette per le famiglie americane hanno poi contribuito di nuovo a frenare gli arrivi, e ora chi lavora nella città si ritrova a fare i conti con costi in aumento e mance sempre più magre.

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