La Casa Bianca spera che Israele attacchi l'Iran per primo
Secondo Politico, i consiglieri di Trump preferiscono che sia Israele ad aprire le ostilità, così da avere un pretesto politico più solido per un eventuale intervento americano
I consiglieri del presidente Donald Trump vorrebbero che Israele attacchi l'Iran prima degli Stati Uniti. Il calcolo è politico: un'azione israeliana spingerebbe Teheran a rispondere, e quella risposta darebbe alla Casa Bianca una giustificazione più digeribile per l'opinione pubblica americana. Lo riporta Politico, citando due persone a conoscenza delle discussioni interne, alle quali è stato garantito l'anonimato.
"C'è chi nell'amministrazione e dintorni ritiene che la situazione politica sia molto più favorevole se gli israeliani agiscono per primi, da soli, e gli iraniani reagiscono contro di noi, dandoci così più ragioni per intervenire", ha detto una delle due fonti a Politico. L'idea è che più americani accetterebbero una guerra con l'Iran se gli Stati Uniti o un alleato venissero colpiti per primi.
I sondaggi citati nell'articolo mostrano che gli americani, e in particolare i repubblicani, sono favorevoli a un cambio di regime in Iran, ma non sono disposti ad accettare vittime americane per ottenerlo. Questa tensione spinge l'amministrazione a ragionare non solo sulle giustificazioni strategiche, come il programma nucleare iraniano, ma anche sull'aspetto comunicativo e politico dell'eventuale operazione militare.
Nonostante questa preferenza, lo scenario più probabile, secondo le stesse fonti, resta un attacco condotto congiuntamente da Stati Uniti e Israele. Le speranze di una soluzione diplomatica si stanno affievolendo, e la domanda principale a Washington non è più "se" attaccare, ma "quando" e "come". Una delle fonti ha detto a Politico che tra chi è più vicino al presidente la convinzione diffusa è che "li bombarderemo".
Sul fronte diplomatico, l'inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente, si stavano recando a Ginevra per tentare un accordo con i rappresentanti iraniani. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era stato alla Casa Bianca la settimana precedente, chiedendo all'amministrazione di agire per neutralizzare il programma nucleare iraniano, le sue infrastrutture missilistiche e il sostegno alle milizie proxy nella regione.
Le opzioni militari sul tavolo includono un attacco iniziale limitato, da usare come leva per costringere il regime di Teheran a un accordo, seguito eventualmente da raid più estesi se le trattative fallissero. Tra gli obiettivi quasi certi ci sarebbero i siti nucleari iraniani, già colpiti dagli Stati Uniti nel giugno scorso, e le infrastrutture missilistiche balistiche. Una fonte a conoscenza delle discussioni ha riferito a Politico che tra le opzioni c'è anche un cosiddetto "decapitation strike", ovvero un attacco mirato contro la guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei. Il sistema di governo iraniano, però, è strutturato per continuare a funzionare anche in caso di eliminazione dei vertici, con meccanismi di successione già previsti.
Un'operazione su larga scala comporterebbe rischi significativi. "Se parliamo di un attacco su scala da cambio di regime, è molto probabile che l'Iran risponda con tutto quello che ha. Abbiamo molte risorse nella regione e ognuna di esse è un potenziale obiettivo", ha detto la prima fonte a Politico. "E non sono protette dall'Iron Dome. Quindi c'è un'alta probabilità di vittime americane. E questo comporta molti rischi politici".
Un altro elemento di preoccupazione riguarda le scorte militari. Funzionari del Pentagono e membri del Congresso hanno avvertito che attacchi prolungati potrebbero esaurire le riserve di munizioni, con possibili conseguenze sulla capacità americana di rispondere a eventuali mosse della Cina su Taiwan.
Gli Stati Uniti hanno schierato nella regione due gruppi di portaerei, decine di caccia, aerei da sorveglianza e rifornitori aerei, la più grande concentrazione di potenza militare americana in Medio Oriente dalla guerra in Iraq del 2003. La comunità dell'intelligence americana, secondo un alto funzionario citato da Politico, monitora con preoccupazione la possibilità di ritorsioni asimmetriche iraniane contro strutture e personale americano in Medio Oriente e in Europa.
Sul fronte congressuale, il presidente della commissione Armed Services della Camera, il deputato repubblicano Mike Rogers dell'Alabama, ha dichiarato di aver ricevuto un briefing dell'amministrazione sugli sforzi iraniani per riavviare il programma nucleare, definendo le prove chiare e tali da giustificare un possibile intervento militare. I democratici della commissione, invece, hanno fatto sapere di non aver ancora ricevuto alcun briefing.
Il governo iraniano ha sempre negato di volersi dotare di armi nucleari, rivendicando il diritto a un programma nucleare pacifico per scopi scientifici e medici. Gli Stati Uniti restano scettici, anche in considerazione degli elevati livelli di arricchimento dell'uranio raggiunti da Teheran.