JD Vance, l'enigma della politica estera americana

Il vicepresidente è il favorito per la nomination repubblicana del 2028, ma i suoi interlocutori stranieri faticano a capire dove vuole portare l'America

JD Vance, l'enigma della politica estera americana
White House Intern Photo by Julian Casciano

JD Vance è il nome che mette in imbarazzo i diplomatici stranieri più di qualunque altro nella politica americana. Mentre la domanda su Donald Trump provoca smorfie di esasperazione, quella sul vicepresidente genera silenzi e sguardi smarriti. È quanto emerge da un'inchiesta pubblicata da Politico il 18 febbraio 2026, basata su colloqui con una dozzina di funzionari e diplomatici stranieri.

Vance, 41 anni, è oggi considerato il principale candidato alla nomination repubblicana per le elezioni presidenziali del 2028. Per questo motivo, le cancellerie di tutto il mondo lo studiano con attenzione crescente. Chi lo ha incontrato lo descrive come una figura influente all'interno dell'orbita Trump, capace di condizionare le scelte di politica estera dell'amministrazione. Eppure, proprio questa influenza genera inquietudine.

Il ritratto che emerge è quello di un uomo intellettualmente brillante ma poco pragmatico, con una visione del mondo costruita più su categorie ideologiche che sull'esperienza diplomatica. "È un intellettuale, con tutti i pregi e i difetti degli intellettuali", ha detto a Politico un diplomatico europeo, che ha chiesto l'anonimato per poter parlare liberamente di qualcuno con cui potrebbe doversi confrontare a lungo. "È molto intelligente e ha una grande profondità teorica e astratta, ma probabilmente non è un grande pragmatico e non conosce a fondo i dettagli della storia e del funzionamento del mondo".

Uno degli aspetti che più colpisce chi osserva Vance da fuori è che la sua visione della politica estera parte quasi sempre da questioni domestiche americane: economia, classe sociale, cultura. Temi come la proliferazione nucleare, la gestione dei conflitti o il cambiamento climatico sembrano interessargli poco. Ciò che lo muove è soprattutto la convinzione che l'ordine globale costruito dopo la Seconda guerra mondiale abbia penalizzato la classe lavoratrice americana, alimentando le guerre "senza fine" e aprendo le porte a un'immigrazione di massa che, secondo lui, minaccia la coesione della società.

Vance, veterano della guerra in Iraq e convertito al cattolicesimo, è sposato con una donna di origine indiana. Insiste che le sue preoccupazioni sull'immigrazione non riguardano l'etnia, ma i valori. Eppure, scrive Politico, si preoccupa della composizione religiosa dei paesi, almeno quando si tratta dell'islam, e ha dichiarato di sperare che sua moglie diventi cristiana.

Quasi tutti i diplomatici interpellati lo considerano più ideologico di Trump, e alcuni prevedono che un'America guidata da Vance sarebbe ancora più isolazionista di quella attuale. "Non credo che tornerà a fare dell'America il principale donatore di aiuti e sicurezza su scala globale", ha detto a Politico un secondo diplomatico europeo. Sumantra Maitra, ricercatore senior del Center for Renewing America e sostenitore di Vance, ha però invitato a non sottovalutarlo. Parlando con Politico, Maitra ha detto che Vance "è un lettore accanito" e che quando si parla della sua ideologia, si intende in realtà la sua determinazione a cambiare la grande strategia degli Stati Uniti.

I diplomatici più in difficoltà nel decifrarlo sono quelli di America Latina, Africa e Asia, regioni a cui Vance ha dedicato finora scarsa attenzione. "Per noi è un vero enigma", ha detto a Politico un diplomatico asiatico. Un ex diplomatico latinoamericano ha tratto una conclusione ancora più netta: "Non gli interessano davvero gli interessi degli altri paesi".

Sul piano operativo, Vance è però già pienamente coinvolto nelle principali partite di politica estera dell'amministrazione Trump, dall'Iran a Greenland, dal conflitto tra Rwanda e Congo alla questione venezuelana. Ha partecipato alle trattative per un cessate il fuoco tra Iran e Israele dopo un breve conflitto la scorsa estate. "È molto orientato ai risultati", ha detto a Politico un funzionario mediorientale. "Può essere deciso nella mediazione, ma anche molto professionale. È disposto a fare pressione su entrambe le parti".

La sua influenza all'interno della Casa Bianca passa anche attraverso collaboratori fidati, come Andy Baker, il suo vice consigliere per la sicurezza nazionale, descritto da Politico come un operatore silenzioso ma efficace. L'ufficio di Vance è considerato da alcuni diplomatici un canale alternativo per comunicare con la Casa Bianca, dopo il ridimensionamento dello staff del Consiglio per la sicurezza nazionale di Trump.

Resta aperta la questione di quanto le semplificazioni di Vance su globalizzazione e immigrazione possano danneggiare le alleanze americane. La tesi che le istituzioni multilaterali abbiano impoverito i lavoratori statunitensi ignora fattori come il progresso tecnologico. E l'idea che l'immigrazione di massa minacci la "civiltà" europea trascura sia la storica diversità del continente, sia le misure già adottate dai governi europei per limitare i flussi.

Taylor Van Kirk, portavoce di Vance, ha dichiarato a Politico che il ruolo del vicepresidente nella politica estera dell'amministrazione "è molto semplice: garantire che la politica America First del presidente Trump venga attuata a ogni passo".

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