Israele ha un obiettivo diverso dagli Stati Uniti in Iran
Washington punta a garantire il flusso di petrolio dal Golfo, Netanyahu vuole il cambio di regime a Teheran. La frattura tra i due alleati si allarga con il passare dei giorni
A quasi un mese dall'inizio dell'offensiva congiunta contro l'Iran, Stati Uniti e Israele combattono quella che appare sempre più come due guerre diverse. Lanciata il 28 febbraio con obiettivi apparentemente condivisi, l'operazione militare ha fatto emergere una frattura crescente tra Washington e Gerusalemme su un punto fondamentale: come deve finire questo conflitto.
La divergenza è diventata evidente il 23 marzo, quando il presidente Donald Trump ha annunciato sui social media la sospensione per cinque giorni di tutti gli attacchi contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane. Meno di un'ora dopo, le forze di difesa israeliane hanno comunicato che i loro aerei stavano colpendo obiettivi del regime iraniano nel cuore di Teheran. Il messaggio delle due capitali non poteva essere più diverso: Trump cerca una via d'uscita, il primo ministro Benjamin Netanyahu vuole continuare.
Come ha scritto l'Economist, il post di Trump non è stato contraddetto direttamente dall'azione israeliana, dato che la sospensione riguardava solo gli obiettivi energetici. Gli attacchi israeliani, del resto, vengono coordinati con gli americani, che continuano a rifornire in volo i caccia di Gerusalemme. Ma Trump ha anche sostenuto che l'America è in trattativa con l'Iran per una risoluzione completa delle ostilità, un'affermazione che Teheran ha smentito pubblicamente e respinto in privato, secondo quanto riferito da un funzionario del Golfo all'Economist.
Il nodo della questione è chiaro. Israele considera questa guerra un'occasione storica per neutralizzare la minaccia militare iraniana: il programma nucleare, i missili balistici e il sostegno ai gruppi armati nella regione, da Hezbollah in Libano ad Hamas a Gaza. Un obiettivo che, secondo la leadership israeliana, può essere raggiunto solo attraverso il cambio di regime a Teheran. Netanyahu è stato esplicito su questo punto. Trump, in alcune fasi, ha sembrato condividere questa visione. Ma con il passare delle settimane la sua attenzione si è spostata su una priorità diversa: garantire che il petrolio continui a fluire dal Golfo Persico e scongiurare una crisi energetica globale di cui sarebbe ritenuto responsabile.
L'ex ambasciatore americano in Israele Daniel Shapiro ha spiegato alla Cnn che i due paesi hanno diversi obiettivi che si sovrappongono, ma che esiste una divergenza destinata ad aumentare con il tempo. Secondo Axios, più il conflitto si prolunga, più i rispettivi traguardi finali e la tolleranza al rischio di Washington e Gerusalemme tendono a differire. Trump, al momento, resta più allineato con gli obiettivi massimalisti del governo israeliano rispetto a molti membri del suo stesso staff. Le forze armate e i servizi di intelligence dei due paesi operano in modo coordinato, ma i loro bersagli variano: gli Stati Uniti si concentrano quasi esclusivamente su obiettivi militari, mentre le operazioni israeliane, compresi gli assassinii mirati, puntano a creare le condizioni per un cambio di regime.
Le due critiche che Trump ha mosso a Israele durante il conflitto sono arrivate entrambe dopo che l'aviazione israeliana aveva colpito obiettivi legati all'industria energetica iraniana. Un segnale inequivocabile di quale sia la vera linea rossa per il presidente americano. Il direttore della Cia John Ratcliffe ha dichiarato davanti alla commissione intelligence della Camera dei deputati che gli obiettivi degli Stati Uniti non includono il cambio di regime.
Israele, dal canto suo, affronta la prospettiva concreta che la guerra finisca senza raggiungere l'obiettivo principale dichiarato da Netanyahu: preparare il terreno per una rivolta popolare che rovesci il regime iraniano. L'assassinio della Guida suprema Ali Khamenei e di altri alti dirigenti, tra cui Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, potrebbe aver destabilizzato il processo decisionale a Teheran. Ma, come ha osservato l'Economist, il governo israeliano è frustrato dall'assenza di segnali di implosione del regime. Neppure il programma di missili balistici è stato distrutto: Israele sostiene di aver eliminato o messo fuori uso circa tre quarti dei lanciamissili iraniani e di aver raso al suolo le linee di produzione, ma l'Iran continua a lanciare almeno una dozzina di missili al giorno verso Israele.
C'è poi il fronte libanese. Israele ha aperto un'offensiva parallela contro Hezbollah che risponde a un'agenda correlata ma separata, come ha spiegato Shapiro alla Cnn. Netanyahu sta conducendo una campagna per infliggere danni significativi a Hezbollah nella speranza di avviare un processo diplomatico con il governo libanese o al suo interno. Trump sostiene in linea generale lo smantellamento delle infrastrutture di Hezbollah, ma le operazioni israeliane in Libano non hanno la stessa priorità per gli interessi americani.
William Usher, ex analista della Cia per il Medio Oriente, ha dichiarato a Bloomberg che Netanyahu sembra operare dando per scontato che Trump condivida i suoi obiettivi. Questo potrebbe essere vero per quanto riguarda l'eliminazione totale del programma nucleare iraniano, ma probabilmente non molto oltre. L'analista israeliano Ahron Bregman ha detto all'agenzia turca Anadolu che Israele preferirebbe prolungare la guerra il più possibile, potenzialmente per settimane, per indebolire gli iraniani, mentre Trump cercherà un modo per chiuderla, soprattutto con i prezzi del petrolio in aumento.
La conclusione dell'Economist è netta: la durata inaspettata della guerra e le retromarce di Trump indeboliscono l'idea che il regime iraniano sia fragile e che il cambio di regime sia possibile. Lo scenario più probabile è che il conflitto si trascini o finisca in modo disordinato, con un Iran colpito duramente ma non piegato, ancora in grado di infliggere danni considerevoli alla regione e al mondo.