Iran-Usa: cinque scenari tra diplomazia e rischio di guerra

Gli esperti occidentali escludono una svolta immediata nelle trattative sul nucleare iraniano. Dalla soluzione diplomatica alla caduta del regime, ecco le ipotesi principali sul tavolo mentre Washington rafforza la propria presenza militare nella regione.

Iran-Usa: cinque scenari tra diplomazia e rischio di guerra
Foto di Sajad Nori / Unsplash

Il 26 febbraio si terrà a Ginevra un nuovo round di negoziati tra Iran e Stati Uniti, con la mediazione dell’Oman. A rappresentare Teheran sarà il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi; per Washington parteciperà invece l’inviato speciale del presidente Steve Witkoff, affiancato da Jared Kushner. La mediazione sarà affidata, ancora una volta, al Ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi.

Secondo numerosi osservatori occidentali, però, l’incontro difficilmente produrrà una svolta immediata sul dossier nucleare ed in caso di stallo, il rischio di un’escalation militare potrebbe aumentare. Cinque sono gli scenari principali oggi considerati più probabili.

Scenario 1: la soluzione diplomatica

Teheran potrebbe presentare una sua proposta di compromesso sul proprio programma nucleare, ad esempio impegnandosi a limitare l’arricchimento dell’uranio al 3–5%, una soglia compatibile con l’uso civile ma non con la produzione di un’arma atomica. Un’altra ipotesi circolata in ambienti diplomatici è la creazione di un consorzio regionale per l’arricchimento, con il coinvolgimento di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Il nodo, tuttavia, resta la distanza tra le posizioni delle due parti. Gli Stati Uniti chiedono infatti la rinuncia completa all’arricchimento sul territorio iraniano e intendono legare un eventuale accordo anche ad altri dossier, dal programma missilistico al sostegno di Teheran ad attori regionali come Hezbollah, Houthi e Hamas.

Per la leadership iraniana, invece, l’arricchimento non è soltanto una scelta strategica: è diventato un tema di sovranità nazionale. Dopo oltre vent’anni di investimenti e di sanzioni, una rinuncia totale avrebbe un costo politico interno elevato. Anche sul fronte missilistico e sulle alleanze regionali, Teheran ha finora escluso aperture sostanziali. Di conseguenza, lo spazio per un’intesa appare ristretto, pur non essendo del tutto precluso.

Scenario 2: un attacco limitato o dimostrativo

Il rafforzamento della presenza militare americana nella regione può essere interpretato come uno strumento di pressione negoziale, senza implicare necessariamente l’avvio di una guerra su larga scala. Esponenti dell’Amministrazione Trump, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno ribadito che la priorità resta un accordo, ma esclusivamente alle condizioni fissate da Washington.

In questo contesto, non si può escludere il ricorso ad almeno un’azione militare circoscritta: un attacco mirato contro un sito nucleare o una struttura militare o politica del regime, concepito come segnale di deterrenza. Un intervento di questo tipo avrebbe l’obiettivo di rafforzare la posizione negoziale americana e accrescere la pressione su Teheran. Tuttavia, il rischio è che possa produrre l’effetto opposto, irrigidendo la leadership iraniana e indebolendo ulteriormente le prospettive di dialogo.

Scenario 3: la “decapitazione” della leadership

Altri analisti evocano invece un’operazione mirata a colpire direttamente la Guida Suprema, Ali Khamenei, insieme ad altre figure chiave dell’apparato politico-militare iraniano, in particolare esponenti di vertice del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), considerato il principale pilastro coercitivo del regime, come dimostrato anche nella repressione delle proteste anti-governative all’inizio del 2026.

L’ipotesi si richiama alle cosiddette strategie di “decapitazione del regime”, sperimentate in altri contesti — come nel caso venezuelano con la cattura di Nicolás Maduro — che puntano a rimuovere il vertice del potere per costringere la nuova leadership ad accettare condizioni negoziali più drastiche. Nel caso iraniano, tuttavia, uno scenario del genere risulterebbe particolarmente complesso: la protezione attorno alla Guida Suprema è estremamente rigida, l’apparato militare è strutturato e ideologicamente coeso, e l’eliminazione del leader non garantirebbe automaticamente un cambio di linea politica.

Proprio in considerazione del rischio di attacchi mirati, il regime sta inoltre predisponendo misure preventive: la successione è già oggetto di pianificazione interna, un elemento che potrebbe attenuare l’effetto destabilizzante di un’eventuale operazione contro i vertici.

Scenario 4: attacco massiccio agli impianti nucleari e missilistici

Un’altra opzione, più muscolare, consisterebbe in una campagna di bombardamenti su larga scala contro le infrastrutture nucleari e le basi missilistiche iraniane: Natanz, Fordow, Arak e altri siti al centro delle tensioni degli ultimi anni, già colpiti anche nel giugno scorso da attacchi israeliani e americani. A differenza di un’azione dimostrativa, in questo caso l’obiettivo sarebbe quello di degradare in modo sostanziale le capacità di arricchimento e la filiera tecnologica del programma nucleare, oltre a ridurre la capacità di rappresaglia attraverso l'uso dei missili balistici iraniani.

Particolare attenzione sarebbe probabilmente rivolta a un impianto sotterraneo in costruzione nei pressi di Natanz, scavato a grande profondità e progettato per resistere ad attacchi convenzionali. La sua esistenza — o anche solo il sospetto che possa diventare un sito “inaccessibile” — alimenta l’idea che, se si vuole impedire all’Iran di consolidare infrastrutture più protette, la finestra temporale per un’azione efficace possa restringersi.

Una campagna di questa portata, però, avrebbe due limiti strategici. Il primo è tecnico: anche colpendo i siti noti, non è scontato ottenere un risultato risolutivo, perché competenze, materiali e linee di produzione possono essere dispersi, ricostituiti o trasferiti altrove. Il secondo è politico-militare: un attacco così esteso renderebbe probabile una risposta iraniana, diretta o per procura, e aumenterebbe il rischio di escalation su più fronti. In altre parole, un’operazione pensata per “chiudere” il dossier nucleare potrebbe finire per aprire una crisi regionale più ampia e difficile da controllare, portandoci diretti al prossimo scenario.

Scenario 5: il cambio di regime

L’ipotesi più radicale resta sicuramente quella di un intervento militare che abbia l'obiettivo di un cambio di regime in Iran. Un obiettivo di questo tipo richiederebbe una campagna militare prolungata e sistematica contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che è il principale pilastro del sistema politico iraniano, avendo il controllo di forze terrestri, navali e aeree, oltre che degli apparati di intelligence e sicurezza interna.

Le difficoltà operative di una tale campagna sarebbero però considerevoli. Sul piano militare, gli Stati Uniti dovrebbero affrontare limiti logistici significativi, la necessità di proteggere le proprie basi nella regione e il problema delle scorte di munizioni, in particolare dei sistemi di difesa anti-aerea e anti-missile. Una guerra su larga scala richiederebbe inoltre una componente terrestre credibile: allo stato attuale non risultano forze predisposte per un’invasione, né appare evidente un consenso politico interno negli Stati Uniti per un impegno di lunga durata con possibili perdite elevate.

Anche l’esito strategico resterebbe incerto. Una campagna di bombardamenti, per quanto intensa, potrebbe non essere sufficiente a smantellare strutture di potere diffuse e radicate come quelle iraniane. La superiorità militare non si traduce automaticamente in un risultato politico stabile, soprattutto in contesti in cui l’apparato statale mantiene coesione ideologica e capacità di controllo del territorio.

In un Paese sottoposto a bombardamenti, con un apparato di sicurezza ancora operativo, la mobilitazione popolare contro il regime rischierebbe di ridursi anziché ampliarsi. La storia mostra che le guerre tendono spesso a rafforzare dinamiche nazionaliste e a compattare parte della popolazione attorno alla leadership, soprattutto quando il conflitto è percepito come un’aggressione esterna. Affidare il successo di un regime change alle manifestazioni di piazza, per di più in un contesto bellico, significherebbe dunque basarsi su una variabile altamente imprevedibile.

A ciò si aggiunge il rischio concreto di un’escalation regionale, con pesanti ricadute economiche e sociali. Se il conflitto venisse percepito da Teheran come una minaccia esistenziale, la risposta potrebbe articolarsi su più fronti: dalla minaccia al traffico nello Stretto di Hormuz — attraverso il quale transita un flusso equivalente a circa il 20% dei consumi globali di petrolio — al sostegno di azioni ostili nel Mar Rosso, fino all’attivazione delle milizie alleate in Iraq e Libano.

Anche un’interruzione soltanto parziale delle rotte energetiche produrrebbe effetti immediati sui mercati internazionali, con un rapido aumento dei prezzi dell’energia, nuove spinte inflazionistiche e possibili turbolenze sui mercati finanziari. In un contesto già caratterizzato da fragilità economiche diffuse — e con l’avvicinarsi delle cruciali elezioni di midterm negli Stati Uniti — le ripercussioni politiche interne potrebbero essere significative. Il rischio di un effetto boomerang, sul piano sia economico sia elettorale, non sarebbe affatto trascurabile.

Per tutte queste ragioni, l’opzione del cambio di regime appare non solo la più ambiziosa, ma anche la più carica di incognite: sul piano militare, politico ed economico, e soprattutto su quello della reale possibilità di trasformare un’offensiva militare esterna in una transizione interna stabile.

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