Iran, Trump rivendica un ruolo nella scelta del nuovo leader: "Sarò coinvolto, come in Venezuela"
Il presidente americano giudica inaccettabile il figlio di Khamenei come successore. Intanto salgono i costi della guerra, Washington tratta con i curdi per un'eventuale offensiva di terra e il Golfo rischia perdite milionari per lo stop alla produzione di petrolio.
Il presidente Donald Trump ha dichiarato ad Axios di voler essere personalmente coinvolto nella scelta del prossimo Leader Supremo iraniano. In una telefonata di 8 minuti – la seconda concessa alla testata sul conflitto in corso – Trump ha bocciato senza mezzi termini Mojtaba Khamenei, figlio 56enne dell'Ayatollah assassinato e principale candidato alla successione: "Stanno perdendo tempo. Il figlio di Khamenei è un personaggio di poco conto. Devo essere coinvolto nella nomina, come con Delcy Rodriguez in Venezuela", ha affermato. Trump ha aggiunto che non accetterà un successore che prosegua le politiche del padre, perché ciò costringerebbe gli Stati Uniti a tornare in guerra "entro 5 anni": "Vogliamo qualcuno che porti stabilità e pace in Iran".
Le dichiarazioni rappresentano una rivendicazione straordinaria del potere americano sul futuro politico dell'Iran e si pongono in aperta tensione con la linea ufficiale dell'Amministrazione. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e altri funzionari hanno ripetutamente negato che l'obiettivo dell'operazione militare lanciata sabato sia il regime change, indicando come priorità la degradazione delle capacità missilistiche, del programma nucleare e della marina iraniana. Il regime ha rinviato per giorni l'annuncio della successione, mentre Mojtaba Khamenei – religioso ultraconservatore con stretti legami con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, mai titolare di incarichi pubblici – resta il nome più accreditato.
Martedì Israele ha bombardato l'edificio di Qom che ospita l'organo clericale responsabile della selezione, nel tentativo di interrompere lo scrutinio. Il parallelo con il Venezuela, evocato dallo stesso Trump, si riferisce alla presa del potere di Delcy Rodriguez dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio: un'operazione che il presidente ha celebrato nel discorso sullo Stato dell'Unione definendo il Venezuela "il nostro nuovo amico e partner".
I costi crescenti del conflitto
Se le precedenti operazioni dell'Amministrazione Trump – dalla cattura di Maduro ai raid contro gli Houthi in Yemen, fino ai bombardamenti in Iraq, Nigeria e Somalia – erano state rapide e a basso costo, il conflitto con l'Iran sta già mettendo in discussione questa logica. Sei militari americani sono già morti, i mercati azionari hanno vacillato, i prezzi della benzina sono in aumento in tutto il mondo e il costo dell'operazione raggiunge, secondo alcune stime, centinaia di milioni di dollari al giorno. Hegseth ha suggerito mercoledì che il conflitto potrebbe non essere breve: "Stiamo accelerando, non decelerando. Più bombardieri e più caccia stanno arrivando proprio oggi", ha detto ai giornalisti, senza escludere l'invio di truppe di terra.
In questo contesto, le critiche interne si fanno più nette. Il deputato democratico del Colorado Jason Crow, ex Army Ranger con esperienza in Iraq e Afghanistan, ha avvertito che gli Stati Uniti stanno ripercorrendo la strada delle guerre infinite: "Dopo migliaia di miliardi di dollari, migliaia di vite americane, decenni di conflitto senza fine – ci risiamo. Trump ha fatto campagna per porre fine alle guerre, eppure eccoci di nuovo qui".
Tra gli analisti, le posizioni divergono. Jon Hoffman, ricercatore del Cato Institute, ha osservato che dopo il successo in Venezuela Trump "si sentiva intoccabile in molti sensi", ma che la realtà iraniana è completamente diversa: i costi stanno già lievitando, con i prezzi europei del gas naturale in rialzo di circa il 40%. Di parere opposto Elliott Abrams, del Council on Foreign Relations, secondo il quale i benefici dello smantellamento della capacità militare iraniana sarebbero "enormi", poiché il regime cerca di uccidere americani da oltre 40 anni. Hoffman ha tuttavia avvertito che un Iran destabilizzato potrebbe generare flussi di profughi di massa e spazio operativo per gruppi come l'ISIS: "State aprendo il vaso di Pandora".
Gli americani sempre più divisi: quasi metà contraria ai raid
Le perplessità degli analisti trovano riscontro nell'opinione pubblica. Un nuovo sondaggio dell'Angus Reid Institute, condotto tra il 2 e il 4 marzo su un campione di 1.215 adulti americani, fotografa un Paese profondamente diviso lungo linee partitiche. Quasi la metà degli intervistati (47%) si oppone ai raid aerei sull'Iran, a fronte di un terzo che li sostiene (32%) e di un quinto che resta indeciso. Il consenso è compatto tra la base MAGA (85% favorevole) e maggioritario tra i repubblicani non MAGA (56%), ma crolla tra democratici e indipendenti (11% in entrambi i casi). L'ipotesi di un intervento con truppe di terra incontra una resistenza ancora più ampia: il 58% degli americani si dichiara contrario.
Anche all'interno della base MAGA, dove il 66% approverebbe l'invio di soldati, l'opposizione sale dal 2% per i raid aerei al 17% per un'operazione terrestre. La stessa durata del conflitto alimenta lo scetticismo: solo il 10% degli intervistati ritiene che la guerra possa concludersi entro un mese, come ipotizzato da Trump, mentre il 34% prevede una durata di diversi mesi e il 31% superiore a un anno. Quanto agli effetti sulla sicurezza, il 39% degli americani ritiene che la guerra renderà gli Stati Uniti meno sicuri, contro un 26% convinto del contrario. In questo contesto l'indice di approvazione complessivo di Trump si attesta al 35%, in calo di due punti rispetto alla precedente rilevazione dello stesso istituto.
Data di rilevazione: 2 – 4 marzo 2026
Campione: 1.215 adulti americani, campione randomizzato rappresentativo (membri dell'Angus Reid Forum USA)
Margine di errore: ±3 punti percentuali, 19 volte su 20
Metodo: Sondaggio online autocommissionato e finanziato da Angus Reid USA
Nota: Le discrepanze nei totali o tra i totali sono dovute ad arrotondamento
La carta curda
Lo scenario si complica ulteriormente sul fronte di un'eventuale offensiva di terra. Secondo il Washington Post, Trump ha avviato colloqui con i leader curdi in Iran e Iraq, offrendo "ampia copertura aerea statunitense" alle milizie curde iraniane qualora tentassero di stabilire il controllo sull'Iran occidentale. La Casa Bianca ha smentito ufficialmente l'esistenza di un piano per armarle, pur confermando i contatti. Un alto funzionario dell'Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) ha però rivelato che durante una telefonata con il leader del partito Bafel Talabani, Trump avrebbe posto un ultimatum netto: "I curdi devono scegliere da che parte stare in questa battaglia: o con l'America e Israele, o con l'Iran". La notizia è stata confermata anche da un esponente del Partito Democratico del Kurdistan di Masoud Barzani, e il presidente avrebbe parlato pure con Mustafa Hijri, capo del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, parte di una coalizione di sei gruppi di opposizione formatasi la scorsa settimana.
Gli esperti esprimono forte scetticismo sulla fattibilità di un simile piano. Victoria Taylor, dell'Atlantic Council, ha sottolineato che i combattenti curdi iraniani sono pochi e difficilmente otterrebbero sostegno nelle regioni non curde, paventando "la ricetta per un conflitto etnico". Gareth Stansfield, dell'Università di Exeter, ha avvertito che la sola notizia di un possibile appoggio americano rende i curdi un bersaglio delle Guardie Rivoluzionarie. Le autorità curde irachene, vincolate da un accordo con Teheran per la sicurezza del confine, si trovano in una posizione particolarmente delicata: un rappresentante del PUK ha ammesso che "non possiamo semplicemente respingere la richiesta di Trump, soprattutto quando lui stesso chiama e chiede".
L'impatto sul mercato petrolifero
Il conflitto ha ripercussioni dirette anche sull'approvvigionamento energetico globale. Il blocco dello Stretto di Hormuz sta già provocando tagli significativi alla produzione nella regione. In Iraq, quinto produttore mondiale, l'estrazione si è più che dimezzata a causa della sospensione dei giacimenti di Rumaila e Qurna West 2: su 4,4 milioni di barili giornalieri, oltre 2 milioni sono già persi e altri 1,5 milioni potrebbero fermarsi entro un paio di giorni, ha stimato un senior trader citato dal Financial Times. Secondo la stessa fonte, il Kuwait potrebbe bloccare 1,5 milioni di barili al giorno entro tre giorni, seguito dagli Emirati Arabi Uniti e, nel giro di due settimane, anche dall'Arabia Saudita. Gli analisti di JPMorgan prevedono che entro domenica le capacità fuori uso supereranno i 3 milioni di barili, cifra che potrebbe salire a quasi 5 milioni – il 4,7% dell'offerta globale – se il conflitto durerà due settimane e mezza.
Per ora i mercati non hanno ceduto al panico: il Brent si attesta a 83,6 dollari al barile, in rialzo del 15,3% rispetto a venerdì scorso, ben lontano dalle previsioni più allarmistiche di 100 dollari. L'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) segnala che dall'inizio del 2025 il mercato registra un significativo eccesso di offerta e che le scorte mondiali hanno superato gli 8,2 miliardi di barili, il livello più alto dal 2021: un cuscinetto che offre una protezione temporanea. L'AIE avverte però che interruzioni prolungate delle forniture potrebbero ribaltare questo equilibrio e portare a un deficit. Richard Bronze, direttore dell'analisi geopolitica di Energy Aspects, ha osservato che i prezzi attuali riflettono l'aspettativa di un conflitto breve: il mercato inizierà a muoversi "se nel fine settimana vedremo segnali chiari che la guerra sta per concludersi, oppure che questo non accadrà".
Droni iraniani sull'Azerbaijan
Intanto, oggi quattro droni iraniani hanno colpito l'exclave azerbaigiana di Nakhchivan, ferendo 4 persone: un ordigno è caduto sull'aeroporto internazionale, un altro nei pressi di una scuola. Il presidente azero Ilham Aliyev ha convocato il Consiglio di Sicurezza nazionale annunciando "misure di ritorsione appropriate" e dichiarando che Baku "non tollererà questo atto di terrore e aggressione non provocato". Teheran ha però negato ogni responsabilità. L'episodio si inserisce in un quadro di relazioni già tese tra i due Paesi, alimentate dalla crescente cooperazione dell'Azerbaijan con la Turchia e Israele, e rischia di aggiungere un ulteriore fronte di instabilità in una regione dove circa 20 milioni di azeri vivono in territorio iraniano.