Iran, Trump esclude il cessate il fuoco ma valuta un ridimensionamento delle operazioni
Il presidente dichiara che gli obiettivi bellici sono stati "quasi raggiunti" mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz scuote ancora i mercati energetici globali e l’UE valuta se rinviare lo stop al petrolio russo. Gradimento di Trump ai minimi.
Donald Trump afferma di aver vinto la guerra contro l’Iran, ma non ha intenzione di smettere di combatterla. Ieri, nel prato della Casa Bianca, il presidente ha chiuso la porta a qualsiasi cessate il fuoco con le parole che gli sono più congeniali: "Non si fa un cessate il fuoco quando si sta letteralmente annientando l'altra parte. Non hanno più una marina, non hanno un’aeronautica, non hanno più armi". Poche ore dopo, su Truth Social, il registro è però cambiato: gli Stati Uniti sono "molto vicini al raggiungimento degli obiettivi" e Washington sta "valutando di ridurre gradualmente" il proprio sforzo militare in Medio Oriente. Due messaggi difficili da conciliare, lanciati nel giro di poche ore dal comandante in capo di una guerra che dura ormai da tre settimane.

Tra gli obiettivi che Trump considera quasi raggiunti ci sono la distruzione del potenziale missilistico e della base industriale del settore della difesa iraniano, così come l’eliminazione delle forze aeree e navali di Teheran e la garanzia che il Paese "non si avvicini mai più all’acquisizione di armi nucleari". Eppure, proprio ieri, diversi media americani avevano riferito che il Pentagono sta inviando altri 2.500 Marines nella regione — il secondo contingente in una settimana — nonostante Trump abbia escluso un dispiegamento di truppe di terra in Iran.
Lo Stretto di Hormuz e lo scaricabarile con gli alleati
Ma la proclamazione di vittoria di Trump non risolve certo il problema più urgente: lo Stretto di Hormuz, l’imbuto attraverso cui prima della guerra transitava circa un quinto del petrolio mondiale e quasi un terzo del gas naturale liquefatto. L’Iran lo ha bloccato dall’inizio delle ostilità, e secondo fonti citate da Bloomberg i funzionari di Teheran non intendono neppure discutere una riapertura prima della fine delle ostilità.
Ma Trump non sembra volersi fare carico della questione: lo Stretto "dovrà essere sorvegliato dai Paesi che lo utilizzano — non dagli Stati Uniti", ha scritto su Truth Social. Ai cronisti ha definito la riapertura come "una manovra militare semplice, relativamente sicura", a patto di avere "navi a disposizione", e ha accusato la NATO di non aver avuto "il coraggio" di intervenire. Ha chiamato in causa anche Cina e Giappone, un giorno dopo aver ricevuto alla Casa Bianca la premier giapponese Sanae Takaichi, che gli ha fatto presente le limitazioni costituzionali entro i quali Tokyo potrebbe agire.
Chi però analizza i numeri, racconta ben altra storia. Ad esempio, la Federal Reserve di Dallas, in un rapporto diffuso ieri, ha avvertito che gli effetti economici della chiusura si faranno sentire su scala globale, Stati Uniti inclusi — il che rende difficile sostenere che il blocco dello Stretto di Hormuz sia un affare solo asiatico, come afferma Trump.
La risposta iraniana: da Ras Laffan a Diego Garcia
Teheran, dal canto suo, non sta subendo passivamente i bombardamenti che continuano senza sosta. Al contrario, ha allargato il raggio della propria ritorsione ben oltre il Golfo Persico. CNN e Wall Street Journal hanno riferito, citando fonti ufficiali, che l’Iran ha tentato, senza successo di colpire con due missili la base militare anglo-americana sull’atollo di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, a circa 3.800 km dall’Iran: nessuno dei due ha raggiunto il bersaglio, ma il tentativo segna una novità significativa. Fino a poco prima, Teheran dichiarava per i propri missili una portata massima di 2.000 km.
Più vicino al teatro di guerra, l’esercito iraniano ha nei giorni scorsi colpito con un attacco missilistico la città industriale di Ras Laffan, in Qatar, dove ha sede il più grande complesso di produzione di GNL al mondo. L’amministratore delegato di Qatar Energy, Saad al-Kaabi, ha stimato che il ripristino della capacità produttiva perduta — 12,8 milioni di tonnellate all’anno — richiederà dai tre ai cinque anni, un dato che di fatto esclude il Qatar dalla lista dei fornitori affidabili per il prossimo futuro.
L’onda d’urto sui mercati e il dilemma europeo
Le onde d’urto di questa escalation hanno raggiunto rapidamente i mercati europei. Il prezzo del gas nel Vecchio Continente è così balzato del 32% il 19 marzo, toccando i 72 euro per MWh. La Banca Centrale Europea avverte che un’interruzione prolungata delle forniture potrebbe spingere l’inflazione nell’eurozona fino al 6,3% e innescare una recessione.
Il danno va però oltre i listini. Secondo Bloomberg, l’Unione Europea sta persino valutando di rinviare il divieto di importazione di petrolio e gas dalla Russia. Il piano di svincolarsi dalla dipendenza energetica da Mosca si fondava sull’idea di sostituire le forniture russe proprio con quelle mediorientali — un’ipotesi ora in dubbio con il blocco dello Stretto di Hormuz e i danni alle infrastrutture del Golfo. La crisi, osserva Bloomberg, si sta trasformando in un "enorme regalo" per Vladimir Putin, che dall’aumento dei prezzi del greggio ricava risorse di cui ha bisogno come il pane per finanziare la guerra in Ucraina.
Per arginare l’impennata dei prezzi, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha annunciato anche l’autorizzazione alla vendita di circa 140 milioni di barili di petrolio iraniano già caricati su navi e originariamente destinati alla Cina a prezzi scontati. La licenza, valida un mese, punta a immettere questo greggio sul mercato mondiale. "Useremo il petrolio iraniano contro Teheran per tenere bassi i prezzi nell’ambito dell’Operazione Epic Fury", ha scritto su X.
Iran is the head of the snake for global terrorism, and through President Trump’s Operation Epic Fury, we are winning this critical fight at an even faster pace than anticipated. In response to Iran’s terrorist attacks against global energy infrastructure, the Trump…
— Treasury Secretary Scott Bessent (@SecScottBessent) March 20, 2026
L’Amministrazione Trump sta inoltre lavorando per portare sul mercato ulteriori complessivi 440 milioni di barili, anche grazie alla precedente autorizzazione temporanea all’acquisto di circa 130 milioni di barili di petrolio russo già caricato su petroliere, secondo la società di analisi Kpler.
La guerra di Trump è sempre più impopolare
Tutta questa situazione sta continuando ad avere un impatto anche sulla popolarità del presidente Trump in patria. Un nuovo sondaggio Daily Mail/JL Partners condotto tra il 18 e il 20 marzo su 1.037 elettori registrati colloca il tasso di approvazione di Trump al 42%, il punto più basso da quando si è insediato per il suo secondo mandato — era al 48% ancora a fine gennaio. Il conflitto iraniano è indicato dal 28% degli intervistati come prima ragione di insoddisfazione, in crescita rispetto al 20% di appena due settimane fa.
Ma è soprattutto l’inflazione a pesare: il 44% la cita come motivo principale di disapprovazione, anche perché nel frattempo la benzina alla pompa è salita a 3,90 dollari al gallone dai 2,90 precedenti l’inizio delle ostilità. Il 54% degli americani attribuisce così a Trump, e non all’Iran, la responsabilità di ulteriori rincari. Non meraviglia, dunque, il fatto che anche il sostegno alla guerra è in netto calo: solo il 33% degli elettori la approva, contro il 49% che la disapprova. Tra gli stessi elettori di Trump, il supporto è sceso dal 75% al 61% in due settimane, mentre l’opposizione è salita dal 10% al 22%.
Un secondo sondaggio, condotto da Quantus Insights, un istituto di sondaggi filo repubblicano, conferma il quadro negativo per Trump: il 55% degli intervistati disapprova con forza la gestione del conflitto da parte del presidente, contro solo il 31,7% che la approva con decisione. Dato ancora più preoccupante per le i repubblicani è il fatto che gli indipendenti, che rappresenteranno l'elettorato decisivo per le elezioni di midterm del novembre 2026, si oppongono ora alla guerra con un rapporto di due a uno.
1) Quantus Insights | Marzo 2026 | Campione: elettori probabili USA | Metodo: sondaggio nazionale (rapporto tecnico completo e tabulazioni incrociate disponibili sul sito di Quantus) | Fonte: Quantus Insights
2) Daily Mail / JL Partners | 18–20 marzo 2026 | Campione: 1.037 elettori registrati USA online | Margine di errore: ±3 pp | Metodo: sondaggio online | Fonte: Daily Mail / JL Partners