Iran, riattivati i bunker colpiti: Teheran conserva la sua capacità di attacco

Secondo l’intelligence americana, Teheran ha riattivato parte delle postazioni sotterranee colpite e mantiene operativi missili e lanciatori per rafforzare la propria leva strategica sullo Stretto di Hormuz.

Iran, riattivati i bunker colpiti: Teheran conserva la sua capacità di attacco
Immagine creata con l'intelligenza artificiale

L’Iran è riuscito in diversi casi a rimettere rapidamente in funzione bunker, silos e postazioni missilistiche sotterranee colpite dai raid americani e israeliani. È questa una delle indicazioni principali contenute nei rapporti dell’intelligence statunitense, secondo cui Teheran conserva ancora una parte significativa dei propri missili e delle piattaforme di lancio mobili, nonostante i bombardamenti continui subiti nel corso di queste cinque settimane di guerra.

L'intelligence vs Casa Bianca e Pentagono

Il dato mette in discussione, almeno in parte, la narrativa diffusa nelle ultime settimane dal Pentagono e dalla Casa Bianca, che hanno rivendicato progressi sostanziali nella campagna militare contro l’apparato bellico iraniano. Washington sostiene ufficialmente di aver colpito 11.000 obiettivi in Iran in cinque settimane e continua a definire la distruzione della capacità missilistica del Paese come uno degli obiettivi centrali del conflitto.

Ad esempio, il Segretario di Stato Marco Rubio ha di recente parlato di un “grave ridimensionamento” della capacità di lancio iraniana. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha insistito sul calo del numero di missili e droni lanciati da Teheran, affermando che l’Iran è ancora in grado di colpire, ma con un’intensità molto inferiore rispetto all’inizio della guerra. Anche la stessa Casa Bianca ha sostenuto che gli attacchi balistici e con droni siano diminuiti del 90% e che due terzi delle strutture produttive iraniane siano state danneggiate o distrutte.

La strategia a lungo termine dell'Iran

Le valutazioni dell’intelligence americana delineano, invece, un quadro molto meno lineare. Gli Stati Uniti non ritengono di disporre ancora di una stima davvero affidabile del numero di rampe di lancio rimaste, ma ciò nonostante la valutazione è che l’Iran conservi ancora gran parte della capacità di impiegare l’arsenale residuo di missili balistici e le piattaforme di lancio ancora disponibili per colpire Israele e altri Paesi della regione.

Il calo nel ritmo degli attacchi iraniani, in questa ottica, non sarebbe dovuto soltanto all’efficacia dei bombardamenti subiti, ma anche al fatto che Teheran starebbe scegliendo volutamente di nascondere una quota maggiore delle rampe di lancio in bunker e caverne, nel tentativo di proteggerle dai raid e conservarle nel caso in cui la guerra si dovesse prolungare. L’obiettivo sarebbe quello di mantenere una capacità di pressione sia durante il conflitto sia nella fase successiva.

Anche con un arsenale ridotto e con un impiego più cauto delle proprie piattaforme di lancio, l’Iran ha continuato a colpire Israele. Le fonti parlano di circa 20 missili al giorno, spesso lanciati uno o due alla volta. Un funzionario occidentale ha indicato invece una forchetta fra 15 e 30 missili balistici e fra 50 e 100 droni kamikaze al giorno.

Le stime reali sulle capacità residue di Teheran restano però incerte. L’Iran, secondo le fonti dell'intelligence, starebbe impiegando molte "esche" e questo renderebbe difficile capire quante delle piattaforme di lancio apparentemente distrutte fossero vere. Anche le valutazioni americane precedenti alla guerra non sarebbero state del tutto precise. A complicare il quadro c’è poi la difficoltà di stabilire quanti sistemi di lancio siano davvero stati nascosti nei bunker o nelle caverne colpiti dagli attacchi.

In alcuni casi, inoltre, strutture sotterranee apparse inizialmente danneggiate sarebbero state rapidamente liberate e riportate in funzione. È uno degli elementi che rafforzano l’idea, contenuta nelle valutazioni americane, che l’Iran non sia stato per nulla privato della propria capacità di minacciare militarmente la regione.

Il controllo dello Stretto di Hormuz

Accanto alla questione delle capacità missilistiche iraniane resta aperta anche quella del controllo dello Stretto di Hormuz, che per Teheran continua a essere una leva strategica essenziale. Sempre secondo l'intelligence americana, l’Iran non avrebbe, infatti, alcuna intenzione di riaprire presto il passaggio, proprio perché il suo controllo di fatto su una delle principali arterie energetiche del mondo rappresenta il suo strumento di pressione più forte nei confronti degli Stati Uniti.

L’ipotesi è che Teheran possa continuare a ostacolare il traffico marittimo per mantenere artificialmente alti i prezzi dell’energia e aumentare la pressione su Donald Trump, alla ricerca di una via d’uscita rapida da una guerra sempre più impopolare tra gli elettori americani. Da parte sua, Trump ha finora minimizzato la difficoltà di riaprire lo Stretto e ha persino scritto su Truth Social che, con un po’ più di tempo, gli Stati Uniti potrebbero facilmente riaprirlo, prendere il petrolio e farne una fortuna.

Diversi analisti avvertono però che un’operazione militare per riaprire Hormuz comporterebbe rischi elevati e potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un conflitto molto più lungo e sanguinoso. Anche se Washington riuscisse a controllare la costa meridionale iraniana e le isole dell’area, i Guardiani della Rivoluzione potrebbero continuare a minacciare il traffico con droni e missili lanciati dall’interno del Paese.

I Guardiani della Rivoluzione hanno già reso il passaggio molto più rischioso e costoso per molte navi commerciali, usando attacchi a imbarcazioni civili, mine e richieste di pedaggi. Le conseguenze sono già visibili nell’aumento del prezzo del petrolio e nelle difficoltà di approvvigionamento per i Paesi che dipendono dall’energia del Golfo. Ovviamente, per la Casa Bianca, il rincaro dell’energia rischia di alimentare l’inflazione e di trasformarsi in un serio problema politico per Trump ed i repubblicani in vista delle elezioni di midterm.

L'abbattimento del caccia americano

A rendere ancora più fragile la narrazione americana della superiorità militare è arrivato ieri l’abbattimento del primo caccia da combattimento statunitense colpito dal fuoco della contraerea iraniana dall’inizio della guerra. Si trattava di un F-15E Strike Eagle con due membri di equipaggio a bordo. Uno dei due membri dell'equipaggio è stato salvato con successo, mentre il secondo risulta ancora disperso a questa mattina.

L’abbattimento del caccia ha un valore operativo e simbolico. Negli ultimi giorni l’Amministrazione Trump aveva insistito sull’idea di una superiorità aerea ormai consolidata. L’F-15E non è un velivolo stealth, ma resta un aereo veloce, agile e progettato per missioni aria-aria e aria-terra. La sua perdita, insieme all’incertezza sul destino del secondo membro dell’equipaggio, apre un fronte delicato anche sul piano diplomatico e militare, soprattutto nel caso in cui l’aviatore disperso venisse catturato dall’Iran.

A peggiorare le cose c'è il fatto che, durante le operazioni di soccorso, almeno un elicottero Black Hawk americano sarebbe stato colpito dal fuoco da terra iraniano, pur riuscendo a raggiungere sano e salvo l’Iraq. Negli stessi momenti, un A-10 Warthog è precipitato nella regione del Golfo Persico e il pilota è stato tratto in salvo, ma le cause non sono state chiarite.

Le conseguenze per i civili iraniani

Sul terreno, intanto, i civili iraniani continuano a pagare il prezzo più alto della guerra. A Teheran, secondo le testimonianze oculari, la notte appena trascorsa è stata segnata da esplosioni, incendi e paura nei quartieri settentrionali della città. Famiglie intere si sono rifugiate nei bagni, nei corridoi o nei seminterrati dei palazzi per proteggersi dai bombardamenti.

La Human Rights Activists News Agency ha riferito che nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati un totale di almeno 206 attacchi in 13 province iraniane, con almeno un civile ucciso. La stessa organizzazione parla di almeno 1.607 morti civili dall’inizio della guerra. È il segno più evidente che, mentre Washington e Teheran misurano danni, deterrenza e capacità residue, il conflitto continua a travolgere la popolazione civile prima di tutto.

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