Iran, il Congresso americano rischia di dare via libera a Trump per la guerra
La Camera si avvicina a un voto sulle guerre Powers Resolution, ma i Democratici non hanno i numeri. Il Senato è ancora fermo.
Il Congresso americano si avvia verso una sconfitta che potrebbe avere conseguenze storiche: salvo sorprese, darà al presidente Trump il via libera politico per una potenziale guerra contro l'Iran, senza opporsi in modo efficace. È quanto emerge da un quadro politico sempre più chiaro a Washington, mentre la tensione militare nel Medio Oriente si intensifica.
Il deputato Ro Khanna (Democratico della California) ha annunciato che la prossima settimana presenterà una War Powers Resolution, cioè una risoluzione basata sulla legge del 1973 che regola i poteri di guerra del presidente. L'obiettivo è costringere la Camera a votare sull'eventuale uso della forza militare contro l'Iran, richiedendo che sia il Congresso ad autorizzarlo. Al suo fianco c'è il deputato Thomas Massie (Repubblicano del Kentucky), uno dei rarissimi membri del partito di maggioranza disposto a sfidare il presidente su questo tema.
Il problema è che i numeri non tornano. Secondo quanto riporta Axios, oltre a Massie nessun altro Repubblicano della Camera ha dichiarato apertamente di voler sostenere la risoluzione. Anzi, il deputato Don Bacon (Repubblicano del Nebraska), che aveva votato a favore di una misura simile riguardante il Venezuela appena un mese fa, ha fatto sapere ad Axios che questa volta voterà contro. "I Repubblicani hanno paura del presidente", ha detto Massie ad Axios. Per approvare la risoluzione servirebbero almeno 218 voti: con i 213 Democratici tutti a favore, ne mancherebbero cinque da trovare tra le file Repubblicane.
La situazione è resa ancora più incerta dalla logistica parlamentare. Lo speaker della Camera Mike Johnson (Repubblicano della Louisiana) può permettersi di perdere al massimo due voti tra i suoi per bloccare la risoluzione, a patto che tutti i deputati siano presenti. Un mese fa, durante il voto sulla Venezuela, Johnson tenne i lavori aperti per circa trenta minuti in attesa dell'arrivo del deputato Wesley Hunt (Repubblicano del Texas), volato da Dulles per dare il voto decisivo. Il suo ufficio non ha voluto confermare se si presenterà anche la prossima settimana. Se Khanna e Massie aspettassero fino a martedì per presentare la risoluzione, il voto potrebbe slittare al 3 marzo, giorno delle primarie in Texas, con ulteriori variabili imprevedibili.
Perché tutto questo conta? Perché una sconfitta precoce e netta di questa risoluzione sarebbe letta come un segnale politico preciso: il Congresso non intende frenare il presidente. Questo, secondo Axios, potrebbe di fatto facilitare la decisione di Trump di procedere con un'operazione militare. Un consigliere dell'amministrazione ha detto ad Axios che la probabilità di "un'azione cinetica", cioè di attacchi militari, nelle prossime settimane è del 90%. Gli Stati Uniti hanno già dispiegato nella regione due portaerei e centinaia di caccia.
Al Senato la situazione è ancora più ferma. I senatori Tim Kaine (Democratico della Virginia) e Rand Paul (Repubblicano del Kentucky) hanno presentato una loro risoluzione analoga il 29 gennaio, ma per ora non ci sono segnali di un voto imminente. La camera alta del Congresso sembra intenzionata ad aspettare, e potrebbe muoversi solo se Trump ordinasse attacchi limitati, in modo da costringere il Senato a prendere posizione nelle prime fasi del conflitto. È uno degli scenari che Axios indica tra quelli da tenere d'occhio.
Sullo sfondo rimane la questione costituzionale. Massie ha ricordato che la Costituzione americana attribuisce esplicitamente al Congresso il potere di dichiarare guerra, all'articolo I sezione 8. La legge del 1973 consente al presidente di usare la forza militare senza autorizzazione parlamentare solo in presenza di una minaccia immediata agli Stati Uniti, condizione che, secondo Massie, nel caso dell'Iran non sussiste. Khanna ha avvertito che una guerra con l'Iran coinvolgerebbe una nazione di 90 milioni di abitanti, con significative capacità militari e di difesa aerea, e metterebbe a rischio i 30.000-40.000 soldati americani già presenti nella regione.
Se il voto fallirà, come sembra probabile, sarà il Congresso stesso ad aver rinunciato a esercitare uno dei suoi poteri fondamentali.