Iran, gli Usa valutano di occupare l’Isola di Kharg mentre la crisi energetica si aggrava
Quattro fonti rivelano ad Axios i piani per un’operazione di terra o un blocco navale dell'isola snodo del 90% del greggio iraniano. Il petrolio fisico scambiato già a 170 dollari, l’Arabia Saudita teme anche i 180. Tre sondaggi certificano il calo di consenso per il conflitto.
L’Amministrazione Trump sta valutando un’azione drastica: occupare o imporre un blocco navale sull’isola di Kharg, che si trova a circa 25 km dalla costa iraniana ed è un punto strategico fondamentale, perché da lì transita circa il 90% delle esportazioni di petrolio di Teheran. A riportarlo sono quattro fonti informate citate da Axios. Al centro della crisi c’è sempre lo Stretto di Hormuz, chiuso ormai da settimane, con pesanti ripercussioni sul mercato energetico globale, sempre più sotto pressione. L’obiettivo di Washington, con questa operazione, sarebbe quello di forzare l’Iran a negoziare riaprendo il passaggio.
“Trump vuole Hormuz aperto. Se per ottenerlo dovrà occupare Kharg, lo farà. E se servirà un’operazione lungo la costa, prenderà in considerazione anche quella. Ma al momento non è stata presa alcuna decisione definitiva”, ha dichiarato ad Axios un alto funzionario della Casa Bianca. Resta però un’ipotesi estremamente rischiosa: un’operazione del genere esporrebbe direttamente le forze statunitensi al fuoco nemico, con il concreto pericolo di un aumento delle vittime tra i soldati americani.
I piani per Kharg ed i rischi dell'operazione
Secondo le fonti citate da Axios, i piani attualmente allo studio prevedono una prima fase di circa un mese di bombardamenti mirati, con l’obiettivo di indebolire ulteriormente le difese iraniane. A questa fase seguirebbe la presa dell’isola di Kharg, da utilizzare come leva negoziale. Anche per questo motivo, tre unità di spedizione dei Marines sono già in rotta verso il Golfo, mentre alla Casa Bianca si valuta l’invio di ulteriori rinforzi.
Parallelamente, viene però anche considerata anche un’alternativa meno invasiva, vale a dire quella di un blocco navale per impedire alle petroliere di raggiungere l’isola. I legali del Pentagono, riferisce una delle fonti, sono già stati consultati per valutare la legittimità di entrambe le opzioni. Qualche giorno fa, l’aviazione statunitense ha colpito decine di obiettivi militari sull’isola. Un’operazione che, secondo funzionari americani, ha avuto un duplice significato: da un lato un “avvertimento” rivolto a Teheran, dall’altro una possibile preparazione proprio a un’eventuale azione di terra.
Giusto ieri Trump ha negato l'intenzione di voler "inviare truppe da qualche parte”, salvo poi aggiungere con tono ambiguo che, anche se lo stesse facendo, “di certo non lo direbbe” ai giornalisti. Ha inoltre descritto Kharg come “un’isoletta totalmente indifesa”, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero già distrutto tutto, “tranne le tubature per il trasporto del petrolio, perché ricostruirle richiederebbe anni”. Al Pentagono, però, sono decisamente meno ottimisti. Il contrammiraglio in congedo Mark Montgomery ha messo in guardia sui rischi di un’eventuale presa di Kharg, ritenendoli sproporzionati rispetto ai possibili benefici: “Se occupiamo l’isola, gli iraniani potrebbero semplicemente chiudere il rubinetto altrove. Non abbiamo il controllo della loro produzione petrolifera”.
Secondo Montgomery, lo scenario più realistico sarebbe diverso: ancora un paio di settimane di attacchi mirati, seguiti da un’operazione della Marina per garantire il passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz. In questo caso, i convogli verrebbero scortati da cacciatorpediniere con copertura aerea, evitando così un intervento diretto sul terreno. Di tutt’altro tono le parole del senatore Tom Cotton, presidente della Commissione Intelligence del Senato, che si mostra invece più fiducioso. Ha definito Trump “saggio” per non aver escluso alcuna opzione e ha liquidato la chiusura dello Stretto come “un atto di disperazione” da parte dell’Iran.
Una crisi energetica senza precedenti
Nel frattempo, i mercati energetici stanno entrando in una fase sempre più critica. La carenza stimata è enorme — più di 10 milioni di barili al giorno — e viene già descritta come una delle peggiori interruzioni dell’offerta di petrolio della storia. Se lo Stretto di Hormuz dovesse restare chiuso ancora a lungo, il rischio concreto è quello di impianti che resteranno senza materia prima e di un razionamento del petrolio a livello globale.
I segnali più evidenti di questa crisi arrivano dal mercato “fisico”, cioè quello in cui il petrolio viene realmente comprato e consegnato, non solo scambiato sulla carta: i carichi di barile di greggio provenienti dal Medio Oriente vengono scambiati subito a prezzi altissimi, intorno ai 170 dollari al barile. È il segno che chi ha bisogno di petrolio è disposto a pagare qualsiasi cifra pur di assicurarsi forniture reali. Lo stesso vale per i prodotti raffinati: il carburante per aerei ha superato i 200 dollari nei principali hub globali, con picchi ancora più alti in Asia. In altre parole, non è solo una questione di aspettative o speculazione: è la disponibilità effettiva della materia prima a scarseggiare.
La crisi si è aggravata dopo il raid israeliano sul giacimento di gas iraniano di South Pars e la successiva risposta iraniana, che ha colpito infrastrutture chiave in Qatar e Arabia Saudita. In particolare, l’attacco a Ras Laffan — uno dei centri più importanti al mondo per il gas naturale liquefatto — ha avuto un impatto immediato sull’offerta globale. Le stime parlano di una perdita significativa della produzione qatariota destinata a durare anni. Molti analisti sottolineano come questa crisi sia potenzialmente più grave di quella del 2022 successiva all'invasione russa dell'Ucraina: le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre il settore energetico, fino a colpire trasporti, industria chimica e persino l’agricoltura.
Anche l’Arabia Saudita guarda alla situazione con crescente preoccupazione. Se da un lato beneficia dell’aumento dei prezzi, dall’altro teme gli effetti collaterali: uno shock prolungato potrebbe spingere l’economia globale verso una recessione o accelerare cambiamenti strutturali nei consumi energetici, allontanandoli dai combustibili fossili. Le previsioni indicano che, se le interruzioni dovessero proseguire, il prezzo del petrolio potrebbe continuare a salire sempre di più nelle prossime settimane. E ormai il mercato già non si comporta più come se la crisi fosse destinata a risolversi in tempi brevi.
La guerra è impopolare, crepe anche nella base di Trump
Il costo della guerra non si riflette solo sui mercati globali: sta iniziando a pesare sempre di più anche sul consenso interno negli Stati Uniti. Tre nuovi sondaggi, condotti negli stessi giorni, indicano una tendenza chiara: la maggioranza degli americani è sempre più scettica, se non apertamente contraria al conflitto. Un numero sempre più alto di americani ritiene che l’Amministrazione Trump non stia più dando priorità ai reali interessi del Paese, segnando in questo un netto cambio rispetto a un anno fa. Il calo è particolarmente evidente tra gli elettori indipendenti, tradizionalmente decisivi alle elezioni.
A pesare è soprattutto il fattore economico. La maggioranza degli americani considera generalmente la guerra in Iran come un uso improprio delle risorse pubbliche, ed il malcontento cresce insieme ai prezzi dell’energia. In poche settimane, la benzina è aumentata sensibilmente e il diesel ha superato soglie già critiche. L’impatto complessivo sull’economia è già enorme e potrebbe arrivare a centinaia di miliardi di dollari, tra costi diretti e indiretti. Se i prezzi dovessero ulteriormente aumentare, l’opposizione rischierebbe di ampliarsi, coinvolgendo anche una parte dell’elettorato repubblicano.
Nonostante questo, all’interno della base trumpiana il sostegno resta, almeno per ora, solido. La maggioranza di chi ha votato Trump continua a sostenere l’azione militare, soprattutto per il timore legato alla minaccia nucleare iraniana e per la fiducia personale che resta molto elevata verso le decisioni del presidente presidente. Tuttavia, anche tra loro iniziano ad emergere le prime crepe: il tema delle possibili vittime americane divide sempre di più anche i sostenitori del presidente. Tra questi c'è, ovviamente, chi è disposto ad accettare ulteriori perdite pur di raggiungere gli obiettivi, ma cresce il numero di chi preferirebbe fermarsi, dichiarando vittoria ora.
Inoltre, una quota non trascurabile degli elettori riconosce che la guerra contraddice una delle principali promesse elettorali di Trump — evitare nuovi conflitti — anche se molti la considerano comunque inevitabile nelle circostanze attuali. Le tensioni si riflettono anche nell’ecosistema mediatico vicino al presidente, dove nelle ultime settimane si sono moltiplicate le critiche. Trump ha reagito nel suo stile, rivendicando la leadership del movimento MAGA e identificandosi direttamente con esso. Ma nel Partito Repubblicano c’è chi avverte: se il conflitto dovesse protrarsi nei prossimi mesi, il dissenso interno potrebbe crescere rapidamente e diventare molto più difficile da contenere.
1) Emerson College Polling | 16–17 marzo 2026 | Campione: 1.000 elettori probabili | Margine di errore: ±3 pp | Metodo: panel online via MMS text-to-web (Consensus Strategies + PureSpectrum), match su voter file Aristotle | Fonte: Emerson College Polling, dir. Spencer Kimball
2) POLITICO / Public First | 13–18 marzo 2026 | Campione: 3.851 adulti USA online | Margine di errore: ±1,6 pp | Metodo: sondaggio online | Fonte: The POLITICO Poll, condotto da Public First (Londra)
3) Strength In Numbers / Verasight | 16–18 marzo 2026 | Campione: 1.530 adulti USA | Margine di errore: ±3 pp (stimato) | Metodo: panel online Verasight | Fonte: G. Elliott Morris, Strength In Numbers