Iran, gli Usa sondano Ghalibaf come possibile interlocutore per i negoziati di pace
L'Amministrazione Trump sonda il presidente del Parlamento iraniano ed ex generale della Guardia Rivoluzionaria come figura con cui negoziare la fine del conflitto, ma analisti e alleati avvertono: l'Iran non è il Venezuela.
Tre settimane di guerra, una leadership iraniana decimata dai raid israeliani e nessuno a Teheran con cui sedersi al tavolo. È questo il problema che l'Amministrazione Trump sta cercando di risolvere, e la risposta, almeno per ora, sembra avere un nome: Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Secondo quanto rivelato prima da Politico e confermato poi da fonti di Axios, la Casa Bianca lo considera come un possibile interlocutore per negoziare la fine del conflitto e, secondo alcuni funzionari, anche un potenziale futuro leader del Paese.
"È un'opzione calda", ha detto un funzionario della Casa Bianca a Politico, precisando però che nessuna decisione è stata presa. "È uno dei più alti in lista. Ma dobbiamo testarli e non possiamo avere fretta". La Casa Bianca non intende, comunque, puntare su un solo nome: l'obiettivo è valutare più candidati per individuare chi sia disposto a trattare. "Stiamo cercando di capire chi può emergere, chi vuole emergere", ha aggiunto lo stesso funzionario, con un'avvertenza che lascia poco spazio all'ambiguità: "Se qualcuno si rivelerà un radicale, lo elimineremo".
Ghalibaf, 64 anni, ex generale dei Pasdaran e già sindaco di Teheran, è il più alto funzionario civile nel sistema decisionale iraniano e un uomo vicino a Mojtaba Khamenei, il figlio dell'ayatollah ucciso all'inizio della guerra ed ora diventato nuova Guida Suprema del Paese. Il presidente del Parlamento, da parte sua, ha respinto pubblicamente qualsiasi ipotesi di trattativa con Washington, definendo le affermazioni americane "notizie false per manipolare i mercati finanziari e petroliferi". I funzionari dell'Amministrazione, secondo Politico, hanno liquidato la smentita come semplice posizionamento interno.
A rafforzare le indiscrezioni ci ha pensato lo stesso Trump, dichiarando ieri che i suoi inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner avevano parlato con un alto funzionario della leadership iraniana. Ha annunciato anche una pausa di 5 giorni da "ogni attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche" dell'Iran. Un funzionario israeliano ha poi confermato ad Axios che Trump si riferiva proprio a Ghalibaf, mentre una seconda fonte ha precisato che finora ci sono stati solo messaggi indiretti, senza contatti diretti con il presidente del Parlamento iraniano.
Chi comanda davvero in Iran?
La mappa del potere a Teheran e le opzioni di Washington
"L'Iran ha dimostrato di saper incassare i colpi e continuare a crearci problemi. Non si arrenderà per consegnare a Trump il suo petrolio"
Fonte vicina al Consiglio di Sicurezza Nazionale USA, a PoliticoVolumi sospetti prima del post di Trump
"Siamo in una situazione difficile, signore e signori, e non riesco a identificare molte buone opzioni"
James Mattis, CERAWeek, Houston, 24 marzo 2026Il modello che la Casa Bianca ha sicuramente in mente è quello già sperimentato in Venezuela. Secondo un funzionario citato da Politico, Trump vorrebbe replicare lo schema applicato con Delcy Rodríguez, la vicepresidente venezuelana che ha assunto il potere dopo la cattura di Nicolás Maduro: trovare un leader interno al sistema disposto a collaborare, soprattutto sul petrolio. "Si tratta di mettere qualcuno lì e dirgli: ti lasciamo al tuo posto, non ti togliamo di mezzo, e tu in cambio ci dai un buon accordo, a partire dal petrolio", ha spiegato il funzionario. L'opzione dell'oppositore in esilio Reza Pahlavi è stata scartata senza esitazioni: "È cresciuto fuori dal Paese. La sua ascesa al potere significherebbe caos", ha detto un funzionario. Un secondo ha confermato che Pahlavi "non è sul tavolo".
Ma il parallelo con Caracas convince poco, anche tra chi è vicino alla Casa Bianca. "Sembra una posa, come se stesse cercando di far avverare qualcosa di irrealistico dicendola ad alta voce", ha commentato a Politico una persona vicina al team di sicurezza nazionale del presidente. "È positivo che si cominci a pensare a una via d'uscita. Ma l'Iran ha dimostrato di saper incassare i colpi e continuare a crearci problemi. Non si arrenderà certo per consegnare a Trump il suo petrolio".
Un funzionario governativo di uno dei Paesi del Golfo ha suggerito che Trump potrebbe star sopravvalutando i progressi nei colloqui per giustificare il ritiro del suo stesso ultimatum: sabato aveva minacciato di bombardare le centrali iraniane se lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto entro 48 ore. "Sta prendendo tempo e cercando di stabilizzare i mercati", ha detto a Politico. "Più difficile è capire se sia serio nel cercare una via d'uscita o se stia ponendo condizioni irrealistiche affinché l'Iran dica no".
La ricerca di un interlocutore si scontra però con un problema ancora più elementare: capire chi comanda davvero a Teheran. Mojtaba Khamenei è formalmente succeduto al padre, ma la sua condizione fisica, la sua posizione e il suo ruolo nella guerra restano ignoti, scrive Barak Ravid di Axios. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto di recente che Mojtaba sarebbe stato "ferito e probabilmente sfigurato" nell'attacco che ha ucciso suo padre, e CIA, Mossad e altre agenzie di intelligence non hanno trovato finora segnali che stia guidando attivamente le operazioni belliche.
Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, descritto dal Wall Street Journal come "un lealista del regime e un negoziatore instancabile", ha guidato due cicli di negoziati sul nucleare con gli inviati americani, ma secondo funzionari americani non avrebbe oggi l'autorità per chiudere un accordo.
È questa confusione ai vertici di Teheran a rendere il quadro così incerto, come ha ricordato l'ex Segretario alla Difesa James Mattis, intervenuto ieri alla conferenza CERAWeek di Houston. "Siamo in una situazione difficile, signore e signori, e non riesco a identificare molte buone opzioni", ha detto il generale in pensione, criticando l'assenza di una strategia chiara.
Se Trump dichiarasse vittoria e ritirasse le forze, ha avvertito, l'Iran "direbbe: adesso lo Stretto è nostro", con la possibilità di imporre un pedaggio su ogni nave in transito, "qualcosa di completamente insostenibile per il mercato internazionale". Gli obiettivi americani e israeliani restano "nebulosi", ha aggiunto, e "la scelta degli obiettivi aerei non compensa la mancanza di strategia".
Mattis ha spiegato anche perché la protezione navale dello Stretto è un compito quasi impossibile: l'Iran, anche se indebolito, mantiene la capacità di colpire le navi da terra lungo centinaia di km di costa con missili antinave lanciabili dal cassone di un pick-up, con una gittata di 160 km. Suzanne Maloney della Brookings Institution, intervenuta con Mattis, ha concordato sulla difficoltà di rovesciare il regime: "Questo regime è stato piuttosto bravo a sopravvivere". Entrambi hanno sottolineato che la crisi energetica non può essere affrontata da un solo Paese. "Non c'è un problema legato a questa perdita di forniture energetiche che possa essere risolto da una singola nazione", ha detto Mattis.
Intanto, mentre la diplomazia si muove tra smentite e messaggi indiretti, sui mercati finanziari si è aperto un altro fronte. Ieri, circa 15 minuti prima che Trump pubblicasse su Truth Social l'annuncio della pausa degli attacchi militari, i futures sull'S&P 500 e sul petrolio WTI hanno registrato un'impennata anomala nei volumi di scambio, in un mercato prima dell'inizio delle contrattazioni normalmente poco liquido. Il post delle 7:05 del mattino, ora di New York, ha poi provocato un balzo di oltre il 2,5% dei futures azionari e un calo di quasi il 6% del greggio. Chi ha comprato futures azionari e venduto quelli sul petrolio intorno alle 6:50 ha realizzato profitti consistenti nel giro di pochi minuti. La Securities and Exchange Commission e il CME Group non hanno rilasciato commenti.