Iran, botta e risposta tra Trump e Pezeshkian mentre l'intelligence dubita del cambio di regime
Trump chiede la resa incondizionata e vuole scegliere il prossimo leader di Teheran. Un rapporto classificato del National Intelligence Council avverte che nemmeno un'offensiva su larga scala basterebbe a rovesciare l'establishment iraniano. E tra i consiglieri di Trump cresce il timore.
Lo scontro tra Washington e Teheran, nella seconda settimana dell'Operazione Epic Fury, ha assunto toni sempre più aspri. Il presidente Donald Trump ha ribadito su Truth Social che non ci sarà alcun accordo con l'Iran "se non la resa incondizionata", promettendo di ricostruire economicamente il Paese una volta insediato un nuovo leader "accettabile". Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha risposto in un discorso televisivo che "i nemici che aspettano che l'Iran si arrenda porteranno questo sogno nella tomba", scusandosi tuttavia nello stesso momento con i Paesi vicini colpiti accidentalmente da missili e droni nel corso del conflitto. In un successivo post, Trump ha definito l'Iran "il perdente del Medio Oriente", ventilando "l'annientamento completo" di regioni e gruppi finora non coinvolti nelle operazioni.

A ridimensionare le ambizioni della Casa Bianca interviene però un rapporto classificato del National Intelligence Council — l'organo che sintetizza le valutazioni delle 18 agenzie di intelligence americane — rivelato dal Washington Post. Il documento, completato circa una settimana prima dell'avvio delle operazioni militari del 28 febbraio, conclude che anche un assalto su vasta scala difficilmente avrebbe scalzato l'establishment clericale e militare iraniano. Tanto in caso di campagne mirate contro i vertici quanto di offensive più ampie, le istituzioni di Teheran seguirebbero, infatti, protocolli consolidati per garantire la continuità del potere dopo l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. L'ipotesi che l'opposizione frammentata assuma il controllo del Paese è stata giudicata "improbabile".
A Teheran, la successione alla Guida Suprema è già in corso. La competenza formale spetta all'Assemblea degli Esperti, ma il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRCG) esercita un'influenza determinante. Le speculazioni si concentrano su Mojtaba Khamenei, figlio del leader assassinato, sostenuto dall'IRGC ma osteggiato da altri centri di potere, tra cui Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. È proprio su questo processo che Trump intende pesare: ha liquidato il giovane Khamenei come "incompetente" e ha dichiarato alla NBC News di voler partecipare alla scelta del prossimo leader, paragonando la situazione al Venezuela, dove Washington ha contribuito all'insediamento della presidente ad interim Delcy Rodriguez. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha però respinto ogni ingerenza su X: "Il destino dell'Iran sarà deciso unicamente dalla nazione iraniana".
Alle ambizioni di Trump si contrappone la crescente cautela dei suoi stessi collaboratori. Sempre secondo la NBC News, il presidente avrebbe espresso privatamente "un serio interesse" a inviare un piccolo contingente di truppe in Iran per obiettivi strategici mirati, incluso il controllo delle riserve di uranio. Ma stando alla CNN, i suoi consiglieri lo hanno invece esortato a concludere l'operazione rapidamente e "dichiarare vittoria", temendo le ricadute politiche in vista delle elezioni di midterm al Congresso anche a causa dell'aumento del prezzo della benzina.
Le ricadute del conflitto si avvertono già oltre i confini iraniani. I curdi iracheni, che governano una regione semi-autonoma nel nord dell'Iraq, si trovano stretti tra le pressioni di gruppi curdi iraniani decisi a combattere il regime e le minacce dirette di Teheran, che ha avvertito di colpire "su vasta scala" le infrastrutture del Kurdistan iracheno qualora militanti attraversassero il confine. Un alto funzionario del Governo Regionale del Kurdistan ha dichiarato ad Axios che la regione intende restare neutrale, anche per la mancanza di chiarezza sulla strategia americana. Lo stesso funzionario ha confermato l'esistenza di una significativa divergenza tra gli alleati: "Israele vuole l'annientamento dell'ordine attuale. Gli Stati Uniti potrebbero accettare un Regime Lite, un Venezuela Plus".