Iran, alla Casa Bianca scontro tra falchi e colombe sulla possibilità di un attacco militare

Il capo di Stato Maggiore Dan Caine avverte sui rischi di un conflitto prolungato. Gli inviati Kushner e Witkoff chiedono altro tempo per la diplomazia, mentre Teheran rifiuta le condizioni americane sul nucleare. Colloqui decisivi giovedì a Ginevra.

Iran, alla Casa Bianca scontro tra falchi e colombe sulla possibilità di un attacco militare

Lo scontro interno all’Amministrazione Trump sulla crisi con l’Iran si è irrigidito sempre di più nelle ultime settimane. Da un lato c’è chi spinge sempre di più per un’azione militare decisiva; dall’altro chi, invece, invita alla cautela ed a insistere sui canali diplomatici. Secondo Axios, il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, ha avvertito il presidente e i suoi principali consiglieri che una campagna contro Teheran comporterebbe il rischio di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto prolungato in Medio Oriente, con possibili vittime statunitensi.

Una fonte descrive Caine come un “guerriero riluttante” sul dossier iraniano. Il generale non si opporrebbe apertamente all’ipotesi di un attacco, ma avrebbe offerto al presidente una valutazione realistica sulle probabilità di successo e sulle conseguenze di un’escalation.

Il fronte della diplomazia

Sul versante della prudenza si muovono anche gli inviati speciali Jared Kushner e Steve Witkoff, che hanno sollecitato Trump a concedere più tempo ai negoziati. La loro linea è semplice: capire fin dove Teheran è disposta a spingersi e ricorrere alla forza solo dopo aver esaurito tutte le alternative diplomatiche. I due sono attesi giovedì a Ginevra per un incontro potenzialmente decisivo con il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, descritto come un tentativo finale di individuare un terreno di compromesso.

Secondo le fonti, Trump sarebbe ormai orientato da giorni verso l’opzione militare, ma avrebbe accettato di dare ancora spazio ai negoziati per assicurarsi che tutte le strade siano state realmente percorse.

Anche il vicepresidente JD Vance avrebbe espresso privatamente preoccupazioni sui rischi di un coinvolgimento prolungato. Nelle riunioni con militari e responsabili della sicurezza nazionale avrebbe posto domande su obiettivi, tempi e costi di un’operazione, pur senza schierarsi apertamente contro un attacco. Vance spera che il passaggio di Ginevra di giovedì sblocchi la trattativa, ma — riferiscono le fonti — non è ottimista sulle possibilità di un accordo. Invece il Segretario di Stato Marco Rubio, storicamente su posizioni dure verso l’Iran, almeno in questa fase non risulterebbe in prima linea sul dossier.

I falchi premono per colpire

Sul fronte opposto, il senatore Lindsey Graham resta tra i principali sostenitori di un’azione militare nell’orbita del presidente. In un’intervista ad Axios Graham ha sostenuto che troppi consiglieri starebbero scoraggiando Trump dal colpire l’Iran e lo ha invitato a ignorarli. Chi sostiene la linea dura teme che, lasciando scorrere il tempo, si perda la finestra di opportunità politica per un attacco e che alla fine Trump finisca per accettare un’intesa ritenuta sfavorevole.

Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge pesantemente per l’opzione militare. Dopo un incontro con Trump di dieci giorni fa, secondo una fonte americana Netanyahu avrebbe lasciato il colloquio con la sensazione di non essere riuscito a spostare il presidente sulle sue posizioni. “È ancora con noi?”, avrebbe chiesto ai suoi consiglieri.

Perché Teheran respinge i paletti americani

Dal punto di vista negoziale, lo stallo attuale riflette una divergenza di fondo tra Washington e Teheran. L'Amministrazione Trump chiede infatti all’Iran di azzerare l’arricchimento dell’uranio, limitare la capacità missilistica balistica e interrompere il sostegno alle milizie alleate nella regione. Per la leadership iraniana, però, accettare queste condizioni significherebbe intaccare le leve che garantiscono la deterrenza e la tenuta interna del regime: si tratta di un rischio percepito come esistenziale.

“Per l’Iran, sottomettersi alle condizioni americane è più pericoloso che subire un altro attacco statunitense”, ha detto al New York Times Ali Vaez, direttore del programma Iran dell’International Crisis Group. “Non credono che, una volta capitolato, gli Stati Uniti alleggerirebbero la pressione. Credono anzi che ciò incoraggerebbe Washington ad andare fino in fondo”. L’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran, ha ribadito più volte che, a suo giudizio, l’obiettivo ultimo degli Stati Uniti non sia il solo dossier nucleare, ma la sopravvivenza stessa della Repubblica islamica.

Sulla stessa linea c'è anche Danny Citronowicz, esperto dell’Atlantic Council ed ex responsabile del dossier Iran nell’intelligence militare israeliana: l’arricchimento dell’uranio, sostiene, è per Khamenei “un pilastro del regime”, e cedere su questo punto significherebbe “minarne l’esistenza”.

Il dispiegamento militare e gli scenari possibili

Intanto gli Stati Uniti stanno continuando a rafforzare la loro postura militare nella regione, con gruppi d’attacco di portaerei e un ampio dispiegamento di velivoli — caccia, bombardieri e asset di ricognizione e rifornimento — nel Golfo Persico e in altre basi del Medio Oriente. L’Iran ha risposto avvertendo che, in caso di attacco, “tutte le basi, le strutture e gli asset della forza ostile nella regione costituirebbero obiettivi legittimi” della ritorsione iraniana.

Secondo diversi analisti, di fronte a raid limitati Teheran potrebbe puntare ad assorbirli e calibrare la risposta su specifici obiettivi statunitensi nella regione. In caso di offensiva più ampia, l’Iran potrebbe invece alzare il livello di escalation: ciò significa colpire direttamente il traffico di petrolio nello Stretto di Hormuz – qui passa circa un quinto di tutto il petrolio via mare del mondo – o attivare i propri alleati regionali, compresi gli Houthi, con ricadute immediate sui prezzi dell’energia. Un simile scenario, in un anno di elezioni di midterm, rappresenterebbe anche un evidente rischio politico per la Casa Bianca.

Teheran, inoltre, avrebbe tratto lezioni dalle recenti crisi e predisposto meccanismi di continuità nella catena di comando per garantire la sopravvivenza del sistema anche in caso di attacchi diretti alla propria leadership. Come osserva Vaez, “pensare che una guerra renda ogni volta l’Iran più flessibile o faciliti la diplomazia non è altro che un’illusione”.

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