In Arizona nasce un terzo partito, ma Dem e GOP si alleano per fermarlo
Un ex No Labels vuole chiamarsi "Partito Indipendente", ma un giudice ha bloccato il cambio di nome: potrebbe confondere gli elettori non affiliati, oltre un terzo del totale
Un terzo partito politico in Arizona sta scuotendo le certezze di democratici e repubblicani, al punto da spingerli a un'alleanza inedita: fare causa insieme per impedirgli di cambiare nome. La vicenda, raccontata dal New York Times, ruota attorno a un gruppo nato come sezione locale di No Labels, l'organizzazione centrista con sede a Washington, che ha tentato di ribattezzarsi "Arizona Independent Party", Partito Indipendente dell'Arizona. Il problema è che in Arizona gli elettori registrati come "independent", cioè non affiliati a nessun partito, rappresentano oltre un terzo dell'elettorato. Usare quella parola nel nome di un partito, secondo i suoi avversari, significherebbe attirare con l'inganno elettori che non hanno alcuna intenzione di aderire a una nuova formazione politica.
Democratici e repubblicani hanno presentato ricorso, e a marzo un giudice della contea di Maricopa, Gregory S. Como, ha dato loro ragione con una sentenza netta, definendo il cambio di nome "un'esca politica seguita da un raggiro". Il giudice ha stabilito che un partito non può cambiare denominazione senza raccogliere nuovamente le firme necessarie, ponendo una domanda retorica nella sentenza: le stesse 41.000 persone che firmarono per riconoscere il partito No Labels avrebbero firmato anche per un ipotetico "Partito Nazista dell'Arizona" o per gli "Anarchici dell'Arizona"?
La questione ha radici nel 2024, quando l'organizzazione nazionale No Labels, critica verso entrambi i partiti, annunciò l'intenzione di candidare un ticket presidenziale "unitario" per competere con Donald Trump e l'allora presidente Joseph Biden. I democratici lavorarono con successo per far deragliare l'iniziativa, sostenendo che fosse un piano per favorire Trump. L'anno successivo la sezione dell'Arizona si separò dall'organizzazione nazionale, cambiò dirigenza e chiese alla Segretaria di Stato un nuovo nome. Il risultato, paradossale in tempi di polarizzazione estrema, è stato unire i due partiti principali contro un nemico comune.
A guidare il terzo partito è Paul Johnson, ex democratico ed ex sindaco di Phoenix, che ha raccontato al New York Times la sua strategia. Johnson aveva già sostenuto, senza successo, un referendum per sostituire le primarie di partito con un sistema aperto sul modello della California, dove tutti i candidati competono nella stessa primaria e i primi due accedono al ballottaggio finale. Nei 41.000 elettori registrati sotto No Labels, Johnson ha visto lo strumento per continuare la sua battaglia per la moderazione nella politica dell'Arizona. La sua idea è che un movimento abbastanza forte da minacciare i due partiti principali li costringerebbe ad accettare riforme elettorali capaci di produrre candidati meno estremisti.
Il candidato governatore del partito, Hugh Lytle, un dirigente del settore sanitario che si definisce di centrodestra ma più liberale sulle questioni sociali, ha ambizioni concrete. Ha dichiarato al New York Times di considerare la sua candidatura praticabile indipendentemente dal nome del partito. Lytle, che in passato è stato iscritto sia ai democratici sia ai repubblicani, ha raccontato di aver votato controvoglia per l'attuale governatrice democratica Katie Hobbs nel 2022, convinto che molti elettori come lui sceglierebbero un'alternativa se ne avessero la possibilità.
La corsa al governatorato dell'Arizona si annuncia già molto combattuta. Hobbs vinse nel 2022 con appena 17.000 voti di scarto e dovrà affrontare un avversario repubblicano ancora da definire, probabilmente uno dei deputati David Schweikert o Andy Biggs. Lytle parte sfavorito, ma gli analisti ritengono che potrebbe raccogliere decine di migliaia di voti, soprattutto con il nome "Partito Indipendente" sulla scheda. A chi toglierebbe più consensi resta oggetto di dibattito. Chuck Coughlin, veterano consulente politico repubblicano poi diventato indipendente, ha sostenuto al New York Times che una quota maggiore di elettori repubblicani resterebbe fedele al proprio candidato, rendendo Hobbs più vulnerabile alla candidatura di Lytle. Chris Baker, consigliere di Schweikert, ha offerto al giornale la lettura opposta: poiché i repubblicani sono più numerosi dei democratici in Arizona, il suo partito avrebbe più da perdere, soprattutto se candidasse Biggs, fedelissimo di Trump che potrebbe alienare i moderati.
Il precedente californiano rafforza le preoccupazioni sulla confusione elettorale. In California esiste l'American Independent Party, nota soprattutto per aver candidato il segregazionista George Wallace alla presidenza nel 1968. Un'inchiesta del Los Angeles Times di una decina di anni fa concluse che tre quarti degli iscritti al partito in California lo avevano fatto per errore, inclusa l'attrice Emma Stone e Jennifer Siebel Newsom, moglie dell'allora governatore Gavin Newsom. Tutto ciò che lascia gli elettori in dubbio sul processo elettorale "è un problema serio", ha dichiarato al New York Times Tom Collins, direttore dell'Arizona Citizens Clean Elections Commission, organismo apartitico responsabile dell'educazione elettorale che ha a sua volta fatto causa contro il cambio di nome.
Se il partito non impugnerà la decisione entro il 24 aprile, Lytle e gli altri candidati compariranno sulle schede elettorali come membri di No Labels Arizona. Per Johnson sarebbe una delusione, ma la battaglia legale ha già ottenuto un risultato: far conoscere il partito. "Non l'ho fatto io, l'hanno fatto i due partiti", ha detto al New York Times. "Se torniamo a chiamarci No Labels, adesso la gente saprà perché".