Il Senato USA boccia i limiti ai poteri di guerra di Trump, la guerra in Iran potrebbe allungarsi
Con 53 voti contrari, la risoluzione bipartisan non passa. Documenti interni del Pentagono rivelano che il conflitto potrebbe durare almeno 100 giorni. A Teheran e nelle città colpite, la popolazione civile è in fuga tra bombardamenti, ospedali evacuati e blackout delle comunicazioni
Il Senato degli Stati Uniti ha bocciato con 53 voti contrari e 47 favorevoli la risoluzione che avrebbe impedito al presidente Donald Trump di proseguire le operazioni militari in Iran senza l'autorizzazione esplicita del Congresso. L'iniziativa, promossa dal senatore democratico Tim Kaine e dal senatore repubblicano Rand Paul, rappresentava il secondo tentativo del senatore Kaine di limitare i poteri di guerra del presidente: un analogo provvedimento era già stato respinto nel giugno 2025, dopo i primi attacchi statunitensi contro le strutture nucleari iraniane. La risoluzione aveva comunque un valore prevalentemente simbolico, poiché anche in caso di approvazione il presidente avrebbe potuto opporre il veto, superabile soltanto con una maggioranza qualificata di due terzi in entrambe le Camere.
Spaccatura politica
Il voto ha tuttavia messo in luce una profonda spaccatura politica. Alla vigilia dello scrutinio, il leader democratico al Senato Chuck Schumer aveva criticato apertamente l'amministrazione per gli "obiettivi in costante mutamento" della campagna in Iran. Il senatore repubblicano Todd Young aveva ribattuto che imporre vincoli al presidente "in un momento critico" non avrebbe fatto altro che accrescere la minaccia iraniana. Lo stesso scontro si è riprodotto alla Camera, dove la risoluzione sui poteri di guerra — sostenuta dal leader della minoranza Hakeem Jeffries e dall'intera dirigenza democratica — ha spaccato il partito. In una riunione a porte chiuse, Jeffries ha citato sondaggi di Fox News che mostrano un consenso tiepido per l'intervento militare e ha definito quella in Iran una "guerra di scelta", mentre la sua vice Katherine Clark ha attivato il meccanismo di disciplina di partito per evitare defezioni.
Le pressioni sui dissidenti sono arrivate anche dall'esterno. Secondo Axios, diversi gruppi progressisti — tra cui Justice Democrats, MoveOn e OurRevolution — si stanno preparando a sostenere sfidanti alle primarie contro qualsiasi deputato democratico che voti contro la risoluzione. "Qualunque democratico che voti contro la risoluzione per limitare i poteri di guerra sta sostenendo la guerra di Trump e merita di essere sfidato alle primarie", ha dichiarato il portavoce di Justice Democrats Usamah Andrabi. Nonostante queste pressioni, un gruppo di centristi resiste: il deputato dell'Ohio Greg Landsman ha annunciato il suo voto contrario alla risoluzione sui poteri di guerra, invitando i gruppi progressisti a "concentrarsi sul caro-vita", mentre sei colleghi hanno presentato una risoluzione alternativa che concederebbe all'Amministrazione più tempo per porre fine alle azioni militari.
Un conflitto che rischia di allungarsi
Se il dibattito politico a Washington ruota attorno ai poteri del presidente, sul piano operativo emergono segnali sempre più chiari di un'escalation non prevista. Trump aveva annunciato il 28 febbraio l'avvio dell'operazione Epic Fury, accusando Teheran di una "campagna infinita di spargimenti di sangue" e stimando una durata di "quattro-cinque settimane". Ma ora i documenti interni del Pentagono ottenuti da Politico raccontano uno scenario assai diverso: il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha infatti chiesto al Pentagono l'invio di ulteriori ufficiali dell'intelligence presso il quartier generale in Florida per supportare le operazioni per almeno 100 giorni, probabilmente fino a settembre. Contemporaneamente, il Dipartimento di Stato ha stanziato risorse supplementari per l'evacuazione del personale diplomatico dal Medio Oriente, un processo che i vertici del dicastero hanno assunto in prima persona, scavalcando il personale consolare. Segnali che, come scrive Politico, indicano che l'Amministrazione "non aveva previsto appieno le conseguenze più ampie" del conflitto.
Un'opinione pubblica sempre più scettica
L'offensiva in Iran non gode di ampio consenso tra gli elettori americani. Secondo un sondaggio NBC News condotto tra il 27 febbraio e il 3 marzo su 1.000 elettori registrati, il 54% disapprova la gestione della crisi iraniana da parte di Trump, contro il 41% che la approva. Una quota analoga, il 52%, ritiene che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto intraprendere l'azione militare. Il sostegno segue linee largamente prevedibili: l'89% dei democratici si oppone agli attacchi, così come il 58% degli indipendenti, mentre il 77% dei repubblicani li appoggia.
All'interno del partito repubblicano, tuttavia, anche in questo sondaggio si registra una frattura significativa: il 90% degli elettori che si identificano con il movimento Make America Great Again (MAGA) sostiene l'operazione, ma tra i repubblicani che non si riconoscono nel MAGA la quota scende al 54%, con il 36% contrario. Il sondaggio rivela inoltre anche marcate differenze generazionali — due terzi degli under 35 si oppongono ai raid — e di genere, con il 60% delle donne contrario all'intervento. Come ha osservato il sondaggista repubblicano Bill McInturff, si tratta di "un livello di sostegno più basso rispetto alla maggior parte delle principali azioni militari" del passato recente, anche se ha aggiunto che l'opinione pubblica americana tende a evolvere in base ai risultati sul campo.
Data di rilevazione: 27 febbraio – 3 marzo 2025
Campione: 1.000 elettori registrati
Metodo: Interviste telefoniche e sondaggio online inviato via SMS
Margine di errore: ±3,1 punti percentuali
Responsabili: Public Opinion Strategies (R) e Hart Research Associates (D)
Data di rilevazione: dal 28 febbraio 2025
Campione: 753 elettori registrati
Margine di errore: ±3,6 punti percentuali
Nota: I margini di errore sono più ampi per i sottogruppi (partito, età, genere, istruzione)
La guerra vista dall'Iran
La distanza tra i calcoli strategici di Washington e la realtà sul terreno è ancora più evidente guardando alla condizione della popolazione civile iraniana durante la campagna di bombardamenti in corso. Secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, al 3 marzo i bombardamenti americani e israeliani avevano provocato 787 vittime civili. Gli attacchi hanno colpito obiettivi strategici in diverse città — edifici governativi, la residenza dell'Ayatollah Khamenei, l'aeroporto e la sede della televisione di Stato a Teheran — ma l'elevata densità abitativa della capitale rende i quartieri residenziali pressoché inseparabili dalle strutture istituzionali.
Mina, un'ingegnere sessantunenne, ha raccontato al New York Times di aver sentito un'esplosione a tre edifici di distanza: l'onda d'urto ha distrutto finestre e porte lungo l'intera strada. Dopo un attacco a una torre delle telecomunicazioni, l'ospedale privato Gandhi è stato evacuato insieme ad altri centri medici nella capitale e in altre città. Alcuni residenti hanno rinunciato a cercare cure: "Mia figlia di 10 anni è in dialisi e ora siamo intrappolati. Ho paura di portarla in ospedale", ha dichiarato Firuza Seraj a Reuters. I media statali hanno inoltre riferito che un missile ha colpito una scuola femminile a Minab il primo giorno di guerra, con un bilancio di 148 morti secondo l'agenzia Tasnim — dato non ancora verificato da fonti indipendenti.
Fin dalle prime ore del conflitto, Teheran è stata attraversata dal panico. Il Wall Street Journal ha descritto la corsa ai supermercati per accaparrare cibo e acqua, le lunghe code alle stazioni di servizio e le strade paralizzate. Molti residenti hanno raccolto i propri averi e chi ha potuto è fuggito verso le montagne o la costa del Mar Caspio, mentre chi è rimasto lo ha fatto perché non aveva alternative. A Karaj, importante centro dell'industria militare 42 km ad ovest della capitale, un residente ha raccontato alla BBC di aver contato 17 esplosioni consecutive nella prima notte. Il blocco di Internet ha reso la situazione ancora più angosciante: molti iraniani non riescono a comunicare con i familiari. "I miei figli mi chiamano, ma Internet funziona a malapena. Ho paura di non rivederli mai più", ha detto a Reuters Fatima, un'anziana di Bushehr.