Il Consiglio della pace di Trump divide l'Europa

Ungheria e Bulgaria aderiscono, ma molti paesi si presentano come osservatori per non irritare Washington. La Commissione europea e l'Italia nella lista, tra polemiche

Il Consiglio della pace di Trump divide l'Europa
Official White House Photo by Daniel Torok

Un organismo voluto da Donald Trump per discutere il futuro di Gaza e con l'ambizione dichiarata di sostituire le Nazioni Unite terrà la sua prima riunione giovedì 19 febbraio a Washington e l'Europa si presenta divisa e in ordine sparso.

Il Consiglio della pace, annunciato dal presidente americano a Davos il 22 gennaio, ha suscitato critiche diffuse in Europa. Londra, Parigi, Madrid e Berlino avevano espresso rifiuto. Eppure, alla prova dei fatti, diversi paesi europei hanno scelto di presentarsi, chi come membro, chi come osservatore, chi ancora senza una posizione ufficiale ma con un rappresentante già in partenza per la capitale americana.

L'adesione più prevedibile è quella dell'Ungheria. Il premier Viktor Orbán, da tempo tra i più fedeli sostenitori di Trump in Europa, aveva già annunciato a Davos la sua partecipazione, giustificandola con la necessità della pace per la crescita del paese. Più sorprendente la scelta della Bulgaria: l'allora premier dimissionario Rossen Jeliazkov aveva annunciato l'adesione a gennaio, citando il ruolo del diplomatico bulgaro Nikolaj Mladenov, scelto dagli Stati Uniti come alto rappresentante per Gaza. Le critiche interne sono state però così forti che la ratifica parlamentare è stata rinviata a data da destinarsi. Sofia invierà comunque un diplomatico di rango inferiore.

Al di fuori dell'Unione europea, ma tra i candidati all'ingresso, Albania e Kosovo hanno annunciato la loro adesione, richiamando il loro allineamento incondizionato con Washington. Parteciperà anche la Bielorussia, paese sotto sanzioni europee, con il proprio ministro degli Esteri.

La presenza che ha suscitato più discussioni a Bruxelles è quella della Commissione europea, rappresentata dalla commissaria Dubravka Suica, responsabile per il Mediterraneo. L'esecutivo comunitario ha dichiarato di nutrire ancora perplessità sul "campo d'applicazione, la governance e la compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite" del nuovo organismo, ma ha deciso di non boicottarlo. Un portavoce ha precisato che la partecipazione non implica l'adesione. Il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha chiesto chiarimenti alla Commissione, avvertendo che un coinvolgimento dell'Ue "potrebbe minare l'impegno europeo per il multilateralismo e il diritto internazionale". Hugh Lovatt, del think tank European Council on Foreign Relations, ha dichiarato al Monde che partecipare senza coordinamento con gli Stati membri "invia un segnale molto negativo di incoerenza e divisione, che apre ulteriormente il campo a una politica americana il cui obiettivo è dividere e governare".

Anche la Romania sarà presente, con il presidente Nicusor Dan, pur senza aver ancora preso una decisione ufficiale sull'adesione. Aurelian Mohan, specialista di relazioni internazionali all'università Columbia di New York, ha spiegato al Monde che si tratta di una "ambiguità strategica" tipica della politica estera rumena degli ultimi vent'anni: partecipare come osservatore permette di rispondere all'invito di Washington senza irritare i partner europei. Secondo un sondaggio del gruppo Gallup, la Romania è il paese più favorevole a Trump nell'intera Ue: il 44% dei rumeni approva la partecipazione, contro il 36% contrario.

La presenza dell'Italia come osservatore è stata al centro di un acceso dibattito parlamentare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dovuto difendere la scelta martedì 17 febbraio davanti alla Camera dei deputati, sostenendo che "non esiste alternativa al piano di pace americano su Gaza". La decisione, approvata anche grazie ai voti del partito di estrema destra filo-russo del generale Roberto Vannacci, ha creato una rara unità nell'opposizione. Matteo Richetti, capogruppo del partito centrista Azione, ha dichiarato che partecipare a "un organismo autoritario mette in discussione la dignità dell'Italia". Maria Fantappie, del centro di ricerca romano Istituto Affari Internazionali, ha commentato al Monde che Roma ha scelto "la rottura con il diritto internazionale per ottenere un ruolo secondario in un club dei potenti, essenzialmente illiberale". In un primo momento la stessa premier Giorgia Meloni aveva ammesso che la partecipazione italiana sarebbe incompatibile con la Costituzione, salvo poi ritenere che questa obiezione non si applichi allo status di osservatore.

Slovacchia e Repubblica Ceca, pur avendo criticato duramente la nascita del Consiglio a gennaio, hanno infine deciso di inviare i rispettivi ministri degli Esteri. Cipro e Grecia dovrebbero fare lo stesso. Il ministro degli Esteri greco Giorgos Gerapetritis ha giustificato la partecipazione affermando che il suo paese "si trova al cuore degli sviluppi internazionali" e richiamando i solidi legami greco-americani.

Il risultato complessivo è un'Europa frammentata, incapace di presentare una posizione comune di fronte a un'iniziativa americana che, nelle intenzioni dichiarate, punta a ridimensionare il ruolo dell'Onu nella gestione dei conflitti internazionali.

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