Il boom manifatturiero promesso dal presidente Trump stenta a decollare

Nonostante dazi e investimenti, il settore manifatturiero statunitense continua a perdere posti di lavoro e si scontra con profonde sfide strutturali, secondo i dati federali analizzati dal Wall Street Journal.

Il boom manifatturiero promesso dal presidente Trump stenta a decollare

Il settore manifatturiero americano sta attraversando una fase di contrazione significativa, nonostante le promesse di trasformazione radicale del presidente Trump. Oltre 200.000 posti di lavoro sono svaniti nel comparto dal 2023, con tagli registrati in ciascuno degli otto mesi seguiti all’introduzione dei dazi del “Liberation Day”, riporta una analisi del Wall Street Journal. Il numero di americani occupati nel settore industriale è intanto sceso al livello più basso dalla fine della pandemia.

Un indice dell’attività manifatturiera elaborato dall’Institute for Supply Management ha mostrato una contrazione per 26 mesi consecutivi fino a dicembre 2025, anche se a gennaio 2026 si è registrato un aumento inatteso delle nuove ordinazioni e della produzione. La spesa per investimenti in costruzione di impianti manifatturieri — cresciuta notevolmente durante l’Amministrazione Biden grazie ai finanziamenti per chip ed energia rinnovabile — è calata nei primi nove mesi della presidenza Trump, secondo le stime del Census Bureau. Josh Lehner, economista di SGH Macro Advisors, ha osservato che il Paese non è mai tornato ai livelli di produzione pre-pandemia, una valutazione rafforzata dalla Federal Reserve, che ha rivisto al ribasso le stime della produzione industriale nella sua revisione annuale dei dati.

Dazi: effetti contrastanti

I dazi, concepiti per rendere i produttori americani e l'industria manifatturiera più competitivi, hanno finito per produrre effetti contrastanti nel breve termine, aumentando per molte aziende i costi delle materie prime importate. Il caso di Insteel Industries, con sede in North Carolina, è emblematico: con i dazi sull’acciaio straniero raddoppiati al 50%, l’azienda ha faticato a reperire materie prime dai fornitori statunitensi per la produzione di fili d’acciaio utilizzati nelle infrastrutture, incluso il ponte Gordie Howe tra Detroit e il Canada. Il presidente H.O. Woltz III ha dichiarato che pochissimi prodotti nel suo portafoglio hanno beneficiato dei dazi e che la scarsità di materie prime domestiche rischia di compromettere la crescita aziendale, costringendo talvolta Insteel a ricorrere a importazioni ad alto costo da Algeria, India e altri Paesi.

Difficoltà analoghe riguardano NN, altra azienda produttrice di componenti metallici con 23 impianti in sei Paesi. Il presidente Harold Bevis sostiene che i dazi avranno alla fine un effetto positivo, limitando la concorrenza cinese nei componenti di precisione, ma nel frattempo hanno già contribuito all’aumento dei costi di acciaio e alluminio, riducendo le risorse disponibili per investimenti in settori emergenti come i data center. Bevis ha inoltre segnalato che Stati come Michigan e Massachusetts risultano meno attraenti rispetto al Messico per l’espansione produttiva nonostante i dazi e che il mercato cinese — dove NN opera con tre impianti — resta un’alternativa ancora più vantaggiosa, poiché la Cina sta consolidando le proprie catene di approvvigionamento a un ritmo nettamente più rapido rispetto agli Stati Uniti.

Investimenti e incertezze

Il presidente Trump ha negoziato accordi commerciali con partner come Giappone e Corea del Sud che prevedono investimenti per centinaia di miliardi di dollari nell'economia americana, ed aziende come Apple, TSMC e AstraZeneca hanno annunciato progetti che potrebbero generare migliaia di nuovi posti di lavoro. Tuttavia, gli analisti avvertono che i nuovi investimenti si concentreranno prevalentemente sulla robotica e componenti legati all’intelligenza artificiale, rendendo meno probabile un aumento significativo dell’occupazione. In questo contesto, le minacce di nuovi dazi verso Europa, Canada e Corea del Sud, oltre alla possibilità che la Corte Suprema possa a breve annullare alcuni dazi sulle importazioni, hanno creato quello che molti dirigenti definiscono un “anno perduto” per gli investimenti.

Meganne Wecker, presidente di Skyline Furniture Manufacturing, azienda a conduzione familiare alle porte di Chicago, ha illustrato in maniera chiara al Wall Street Journal il clima di cautela che pervade ora il settore manifatturiero: nonostante abbia anticipato l’e-commerce e avviato il rifornimento domestico di materie prime già nel 2018, l’azienda è stata comunque colpita dai dazi sul legno duro proveniente dal Vietnam e sui tessuti importati da India e Cina. Wecker ha sottolineato che nessuno nel settore si sente sicuro di investire con un orizzonte temporale che potrebbe rivelarsi molto limitato. Scott Paul, presidente dell’Alliance for American Manufacturing, ha riassunto la situazione osservando che la salute del settore manifatturiero è ormai strettamente legata a quella dell’economia nel suo complesso e che è ancora troppo presto per capire quale sarà il nuovo equilibrio.

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