I Democratici alla prova del populismo

Il partito dell'opposizione americana cerca una nuova identità attraverso proposte di tassazione dei ricchi, ma le divisioni interne rivelano strategie diverse e non sempre coerenti

I Democratici alla prova del populismo
Gage Skidmore

Tre proposte di legge sulla tassazione dei più ricchi, presentate in successione a marzo, segnalano che il Partito Democratico americano sta cercando di reinventarsi come forza populista. È l'analisi dell'editorialista del New York Times David Wallace-Wells, secondo cui queste iniziative raccontano una storia coerente: i Democratici stanno testando il richiamo di un populismo ambizioso e redistributivo.

Solo un mese fa, osserva Wallace-Wells, i Democratici sembravano un partito senza un'agenda politica concreta, trascinati da un'ondata di rabbia anti-Trump ma privi di una visione condivisa su cosa fare con il potere reale, in caso di vittoria alle elezioni di metà mandato del 2026 o alle presidenziali del 2028. Poi sono arrivate, a raffica, le proposte più sostanziose offerte dal partito dall'inizio del secondo mandato del presidente Trump.

La prima è quella di Bernie Sanders e Ro Khanna: una tassa annuale del 5 per cento sul patrimonio dei 938 miliardari americani, sufficiente, secondo i proponenti, a raccogliere 4.400 miliardi di dollari nel prossimo decennio. I fondi servirebbero a ripristinare la spesa sanitaria, costruire milioni di abitazioni, garantire stipendi minimi da 60mila dollari annui per gli insegnanti e inviare assegni da 3.000 dollari a ogni cittadino con reddito inferiore a 150mila dollari. Poi Chris van Hollen ha proposto di eliminare le tasse federali sul reddito per metà degli americani, finanziando il taglio con una sovrattassa sui redditi superiori al milione di dollari. Infine Cory Booker ha avanzato un piano simile: eliminare le tasse federali per i singoli con redditi sotto i 37.500 dollari e le coppie sotto i 75.000, compensando in parte con la chiusura di scappatoie fiscali e aumenti sulle tasse ai più ricchi.

Secondo Wallace-Wells, ciascuna di queste proposte è tanto un segnale di posizionamento politico quanto un progetto di legge pronto per l'approvazione. L'agenda di governo del partito, scrive, non sarà definita prima delle primarie del 2028. Ma in questa fase del ciclo politico, ragionare in termini di codice fiscale gli appare sensato, considerando quanto il quadro di bilancio si sia ristretto dopo il Covid, quante entrate aggiuntive servano per qualsiasi nuova spesa federale ambiziosa e quanta rabbia latente esista nel paese verso i più ricchi.

Le proposte, osserva l'editorialista, non vanno nella stessa direzione. La tassa patrimoniale di Sanders, che può sembrare la più aggressiva, redistribuirebbe il gettito verso una maggiore spesa sociale. Le proposte di van Hollen e Booker, invece, assomigliano più a una rivolta fiscale progressista, pensata per offrire sgravi alla classe lavoratrice e al ceto medio piuttosto che per rafforzare lo stato sociale. Il piano di Booker, in particolare, rappresenterebbe nel complesso un enorme taglio fiscale, con benefici significativi anche per il ceto medio-alto, come diversi analisti di bilancio hanno subito fatto notare.

Wallace-Wells registra che la retorica anti-plutocratica si sta diffondendo ben oltre l'ala sinistra del partito. James Talarico ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Texas insistendo sul fatto che il vero conflitto nel paese non è tra destra e sinistra, ma tra chi sta in alto e chi sta in basso. In Maine, Graham Platner sembra aver costruito un largo vantaggio per la nomination democratica al Senato con un messaggio anti-plutocratico. Una tassa patrimoniale è appena passata nello Stato di Washington e una simile, proposta in California, sembra destinata all'approvazione. Lo stesso Gavin Newsom, governatore della California, lamenta pubblicamente la plutocrazia americana pur opponendosi a quella specifica tassa patrimoniale. Jon Ossoff, senatore della Georgia considerato un moderato, ha dichiarato a Stephen Colbert che il governo americano è "di fatto un governo dei, dai e per gli ultraricchi". Persino Rahm Emanuel e Lloyd Blankfein, ex amministratore delegato di Goldman Sachs, esprimono preoccupazione per un sistema truccato a favore dei ricchi.

Ma quanto è credibile questa svolta? Wallace-Wells segnala che gli scettici parlano già di "slopulism", un termine che fonde sciatteria e populismo per descrivere appelli populisti che appaiono superficiali o poco seri. Parte dei calcoli di bilancio appare discutibile anche ai progressisti, e non è chiaro se il partito faccia davvero sul serio. I Democratici, scrive, sono una coalizione che include molti elettori benestanti e istruiti. A questi elettori piace il suono della politica di classe, ma resta da vedere quanta redistribuzione vogliano davvero e quanto il paese si fidi del partito nel mantenere queste promesse.

Il contesto, inoltre, è cambiato rispetto al primo mandato Trump, quando i tassi di interesse bassi facevano sembrare il denaro a buon mercato e i Democratici proponevano un Green New Deal, l'università gratuita, un nuovo salario minimo e investimenti massicci nell'economia della cura. Oggi il panorama dei tassi è diverso, il partito è più preoccupato per il rischio di inflazione e i falchi del bilancio protestano più forte di sei anni fa. L'agenda espansiva che Biden portò alla Casa Bianca nel 2021 è considerata da molti nel partito un fallimento politico, con scarso ritorno elettorale nonostante i risultati ottenuti. Alcuni, conclude Wallace-Wells, sembrano voler sperimentare una teoria diversa: potrebbe essere più efficace puntare su un linguaggio di classe, anche se i cambiamenti concreti che ne seguiranno saranno modesti. Ma la competizione tra idee è iniziata e i populisti stanno piantando la prima bandierina.

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