Hormuz, passano dieci petroliere. Trump: “Un regalo”. Ma restano i dubbi sulla sua riapertura
Teheran concede il transito a petroliere di Paesi "amici" mentre il Pentagono prepara piani per occupare le isole del Golfo. Al Congresso la repubblicana Nancy Mace rompe i ranghi: "Non manderò i figli del South Carolina a morire per il petrolio iraniano".
Dieci petroliere hanno attraversato lo Stretto di Hormuz negli ultimi giorni. E Donald Trump vuole che sia chiaro a tutti che è anche per merito suo. Il presidente americano ha così raccontato ai giornalisti che la squadra di negoziatori iraniana avrebbe promesso agli Stati Uniti il passaggio di otto navi sotto bandiera pakistana, come segnale di serietà. Poi, ha aggiunto, ne sarebbero state lasciate transitare altre due “per scusarsi di quanto avevano detto”. Sarebbe questo il “regalo molto importante” evocato da Trump già lunedì, senza però entrare nei dettagli.
Questo apparente gesto di buona volontà ha, in realtà, limiti ben precisi. Il giorno successivo l'Iran ha chiarito le regole: possono transitare nello Stretto solo le navi provenienti da Paesi "non ostili" — ad esempio Pakistan, Cina, Russia, India e Iraq — e previo coordinamento con Teheran. Quindi nessuna riapertura generale. E la scadenza di venerdì fissata da Trump per il ripristino completo del traffico marittimo? "Non lo so ancora. Non lo so", ha ammesso il presidente. La sua settimana è stata scandita da ultimatum a fisarmonica: sabato 22 marzo aveva intimato all'Iran di riaprire lo Stretto entro 48 ore, minacciando attacchi alle centrali elettriche; il giorno dopo aveva già concesso 5 giorni in più, parlando di "colloqui molto buoni e produttivi" la cui esistenza Teheran ha poi seccamente negato.
Il Pentagono si prepara ad un attacco via terra
Se però la trattativa dovesse davvero saltare, il Pentagono ha un già piano d'azione pronto. Secondo Axios, che cita due funzionari americani e altre due fonti a conoscenza delle discussioni, i vertici militari hanno messo sul tavolo di Donald Trump una serie di opzioni per un possibile “attacco decisivo”, con uno spettro che va dall’operazione mirata a un attacco su larga scala. Le ipotesi più circoscritte riguardano lo sbarco limitato all’isola di Kharg, snodo centrale per le esportazioni petrolifere iraniane, oppure un suo blocco navale.
Tra gli scenari considerati ci sono però anche l’occupazione di Larak, da cui Teheran controlla lo Stretto grazie a bunker, droni e radar, e la presa di Abu Musa insieme a due isole minori all’imboccatura occidentale dello Stretto. Il piano più radicale, però, sposterebbe il baricentro delle operazioni militari ben più all’interno del Paese: un’incursione terrestre in profondità nel territorio iraniano per cercare di recuperare lo stock di uranio altamente arricchito.
Secondo il Wall Street Journal, Trump sarebbe in realtà pronto a ordinare l'invio di truppe di terra ma esita ancora, temendo che un'operazione di questo tipo possa compromettere l'obiettivo di chiudere tutto in poche settimane. Le fonti vicine alla Casa Bianca descrivono un presidente che oscilla di continuo tra diplomazia e forza. Teheran intanto si sta già preparando. Secondo la CNN, l'Iran ha schierato rinforzi sull'isola di Kharg: truppe aggiuntive, sistemi di difesa aerea portatili, mine antiuomo e anticarro disposti in un sistema difensivo a più livelli lungo la costa.
Trump esita ad usare la parola "guerra", ma continua a farlo
A Washington, nel frattempo, lo scontro politico si è spostato sulla stessa parola guerra. Ieri Trump aveva platealmente rifiutato di utilizzarla, definendo l'Operazione Epic Fury piuttosto come una "operazione militare" o una "decimazione militare" del nemico. Il motivo lo ha spiegato così, nel corso di un evento per la rielezione dei deputati repubblicani: "Dicono che se usi la parola guerra, forse non è una buona cosa da fare" — un'allusione al rischio di attivare l'obbligo di autorizzazione da parte del Congresso.
Peccato che nello stesso discorso abbia poi usato più volte la parola "guerra" per descrivere le operazioni in Venezuela e Iran, sostenendo che quella in Iran "è una guerra essenzialmente finita pochi giorni dopo il nostro intervento". La portavoce Karoline Leavitt ha successivamente reso il cortocircuito ancora più evidente: un'autorizzazione del Congresso non serve, ha detto, perché gli Stati Uniti sono "attualmente in operazioni di combattimento importanti in Iran" con una tempistica di 4-6 settimane. Una formulazione che, nel tentativo di evitare la parola guerra, ne descrive esattamente il contenuto.
Il repertorio delle definizioni presidenziali è ormai un genere letterario a sé: "operazioni di combattimento importanti" nel video dei primi attacchi, "una piccola escursione" a Fox News, "entrambe le cose" in risposta a un giornalista, "le nostre ostilità con l'Iran in Medio Oriente" su Truth Social. Martedì: "La guerra è stata vinta".
La minaccia di Nancy Mace
Ma dentro il Partito Repubblicano qualcosa si è ormai rotto. La deputata Nancy Mace del South Carolina ha dichiarato ad Axios che "molto probabilmente" voterà a favore della risoluzione presentata dai democratici per limitare i poteri di guerra del presidente. "La guerra con l'Iran deve finire. Il presidente Trump ha vinto la guerra, è ora di trovare una via d'uscita", ha scritto. E poi la frase che pesa di più: "Non voterò per mandare i figli e le figlie del South Carolina in battaglia a morire per il prezzo del petrolio".
Il problema per Donald Trump è che il suo voto potrebbe rivelarsi decisivo. La precedente risoluzione era stata, infatti, respinta per appena 7 voti — 212 a 219 — con 4 deputati democratici schieratisi contro il proprio partito. Secondo Axios, la maggior parte di loro sarebbe ora pronta a rientrare nei ranghi al prossimo passaggio parlamentare. Se Nancy Mace dovesse mantenere la sua posizione, dunque, l'approvazione della risoluzione potrebbe essere a portata di mano: i due repubblicani che avevano già votato a favore — Warren Davidson e Thomas Massie — non mostrano, infatti, segni di ripensamento.
Anche se venisse approvata, la risoluzione resterebbe in gran parte simbolica, senza effetti immediati. Dovrebbe infatti superare anche il passaggio al Senato e, persino in quel caso, finirebbe con ogni probabilità di fronte al veto presidenziale. Eppure il suo significato politico sarebbe tutt’altro che trascurabile: si tratterebbe anzi di un segnale esplicito del malumore crescente nel Congresso a maggioranza repubblicana verso la linea della Casa Bianca, a pochi mesi dalle elezioni di midterm, in cui questa proprio questa maggioranza rischia seriamente di perdere.