Guerra in Iran, Stati Uniti e Israele annunciano la "seconda fase"

Capacità missilistica iraniana ridotta del 90%. Washington intanto concede all'India una licenza per acquistare greggio russo e valuta misure d'emergenza contro il rincaro della benzina. Nel Partito Repubblicano si apre lo scontro tra interventisti e non interventisti.

Guerra in Iran, Stati Uniti e Israele annunciano la "seconda fase"

Questa notte Stati Uniti e Israele hanno lanciato una nuova ondata di attacchi contro l’Iran, inaugurando quella che i vertici militari dei due Paesi definiscono la “seconda fase” del conflitto. Secondo il generale Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), l’aviazione americana ha già iniziato ad impiegare bombardieri strategici B-2 per sganciare bombe bunker-buster contro silos di missili balistici e impianti di produzione militare iraniani. Stando ai dati riportati dal Times of Israel, dall’inizio delle operazioni la capacità missilistica balistica dell’Iran sarebbe stata ridotta del 90%, mentre quella relativa ai droni dell’83%. Inoltre, almeno 30 navi da guerra iraniane sarebbero state colpite. A sua volta il capo di Stato Maggiore israeliano, generale Eyal Zamir, ha dichiarato che circa l’80% dei sistemi di difesa aerea iraniani e il 60% dei lanciatori di missili balistici risultano ormai distrutti.

Zamir ha spiegato che, dopo aver stabilito la superiorità aerea e aver neutralizzato gran parte della capacità missilistica iraniana nella prima fase, l’offensiva entrerà ora in una nuova fase concentrata sulle strutture portanti del regime e sulle residue capacità militari. Secondo fonti citate da Reuters, tra i prossimi obiettivi figurano le infrastrutture sotterranee utilizzate per il lancio di missili. Il Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha intanto affermato che le forze armate americane dispongono di munizioni sufficienti per proseguire i bombardamenti a tempo indeterminato, aggiungendo che Teheran commetterebbe "un grave errore di calcolo" se ritenesse che gli Stati Uniti possano esaurire le proprie risorse militari.

Le conseguenze economiche: greggio in impennata

Il conflitto, avviato il 28 febbraio, sta producendo effetti sempre più evidenti sui mercati energetici globali. In risposta agli attacchi, Teheran ha colpito Israele e i Paesi alleati degli Usa nel Golfo Persico e ha bloccato lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio e fino al 30% del gas naturale liquefatto. A causa degli attacchi con droni, l'Iraq ha già ridotto parte della propria produzione petrolifera e l'Arabia Saudita potrebbe seguire. Il prezzo del greggio statunitense è così salito fino a 82 dollari al barile, mentre la benzina negli Stati Uniti ha registrato un aumento di oltre 25 centesimi raggiungendo i 3,25 dollari al gallone — un livello superiore a quello registrato nell'ultimo giorno dell'Amministrazione Biden. In Europa, il prezzo del gas naturale è balzato di quasi il 70% dopo che il Qatar, uno dei principali fornitori di GNL del continente europeo, ha sospeso la produzione a causa del conflitto.

Per attenuare la pressione sui mercati, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha così annunciato una licenza di 30 giorni che consente all'India di acquistare petrolio russo già imbarcato prima del 5 marzo, con operazioni consentite fino al 4 aprile.

L'India è, infatti, particolarmente esposta alle interruzioni dell'approvvigionamento di petrolio: le sue riserve coprono solo 25 giorni di domanda interna e circa il 40% delle importazioni mediorientali transita proprio dallo Stretto di Hormuz. Le raffinerie indiane, secondo fonti Reuters, hanno iniziato a cercare carichi di greggio russo con tempi di consegna rapidi. I commercianti offrono spedizioni di Urals con un sovrapprezzo di 4-5 dollari al barile rispetto al benchmark, contro gli sconti di circa 13 dollari praticati a febbraio. Da parte sua, il vicepremier russo Alexander Novak ha dichiarato la disponibilità di Mosca ad aumentare le forniture verso Cina e India.

La Casa Bianca, intanto, è alla ricerca di soluzioni per contenere i rincari. Tra le opzioni sul tavolo, secondo fonti informate, figurano una sospensione temporanea della tassa federale sulla benzina, la scorta militare alle petroliere nello Stretto di Hormuz e persino un alleggerimento delle sanzioni sul petrolio russo. Il presidente Donald Trump ha minimizzato la questione, sostenendo che i prezzi caleranno rapidamente una volta terminato il conflitto. Tuttavia, diversi dirigenti del settore energetico hanno descritto a Politico un clima di sempre maggior preoccupazione all'interno dell'Amministrazione americana, con la fazione più attenta ai costi dell'energia che era inizialmente stata messa in secondo piano rispetto ai responsabili della pianificazione militare.

La successione della Guida Suprema

Il conflitto ha aperto anche una partita politica sulla futura leadership iraniana. Teheran ha rinviato la nomina del successore dell'Ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nell'attacco israeliano insieme ad almeno 40 alti funzionari militari e politici. Secondo due funzionari iraniani citati dal New York Times, il regime teme ora che anche la nuova Guida Suprema possa essere presa di mira da Stati Uniti e Israele. Il principale candidato alla successione resta Mojtaba Khamenei, figlio 56enne dell'Ayatollah ucciso, descritto dal New York Times come una figura riservata ma influente, e soprattutto con stretti legami con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. La sua nomina, tuttavia, non è stata confermata ufficialmente: fonti di Deutsche Welle e del canale d'opposizione Iran International l'avevano data per avvenuta, ma Teheran non ha mai ratificato l'informazione.

Da parte sua, il presidente Trump ha dichiarato che non accetterà un leader iraniano che prosegua le politiche del predecessore, affermando di voler partecipare personalmente alla scelta. Anche il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha avvertito che Tel Aviv considererebbe un bersaglio legittimo qualsiasi successore che mantenga la linea dei predecessori. L'Iran è attualmente retto da un triumvirato provvisorio composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni-Ejei e da un membro del Consiglio dei guardiani della Costituzione.

Le fratture interne nel Partito Repubblicano

Mentre il conflitto si intensifica, a Washington si allarga la spaccatura all'interno del Partito Repubblicano. L'ala non interventista, che aveva riposto particolare fiducia nelle promesse elettorali di Trump di non avviare nuove guerre, si trova ora senza punti di riferimento: sia il vicepresidente JD Vance sia lo stesso Hegseth, a lungo considerati campioni della moderazione in politica estera, sostengono oggi apertamente l'operazione militare. Una risoluzione sui poteri di guerra per limitare l'autorità presidenziale è stata bocciata sia alla Camera sia al Senato, ma la morte di sei militari americani, la perdita di tre caccia F-15 in un incidente di fuoco amico e l'espansione del conflitto oltre i confini iraniani alimentano un crescente disagio tra gli alleati di Trump al Congresso. Il deputato repubblicano Warren Davidson, tra i pochi ad aver votato a favore della risoluzione, ha definito senza mezzi termini la guerra in Iran come un tradimento del principio America First.

A complicare il quadro contribuiscono i messaggi contraddittori provenienti dell'Amministrazione. Il responsabile delle politiche del Pentagono, Elbridge Colby, ha escluso martedì una "guerra infinita", mentre il giorno dopo Hegseth dichiarava che il conflitto era "appena cominciato". Lo stesso Hegseth aveva negato che l'obiettivo fosse il cambio di regime, salvo poi vedere il presidente annunciare due giorni dopo il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella scelta del prossimo leader iraniano. Interpellata sulle discrepanze, la portavoce del Pentagono ha ribadito che gli obiettivi restano coerenti: distruggere la capacità missilistica iraniana, annientare la Marina militare del regime, neutralizzare i gruppi proxy e impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare. Ma secondo una persona vicina al team di sicurezza nazionale, le divisioni tra i principali consiglieri non si sono ancora cristallizzate per una ragione di fondo: l'Amministrazione stessa non ha ancora definito con chiarezza quale sia l'obiettivo finale del suo intervento in Iran.

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