Guerra in Iran, si dimette il capo dell'antiterrorismo Usa: "Conflitto voluto da Israele"

Joe Kent accusa senza mezzi termini Donald Trump di aver ceduto alle pressioni israeliane. Intanto Israele uccide due alti funzionari iraniani, Teheran si vendica sui Paesi del Golfo e il greggio torna a superare i 100 dollari al barile.

Guerra in Iran, si dimette il capo dell'antiterrorismo Usa: "Conflitto voluto da Israele"
Fonte: profilo X di Joe Kent

Joe Kent ha combattuto in undici missioni all'estero e perso sua moglie Shannon in una zona di guerra. Fino a ieri dirigeva il National Counterterrorism Center, il cuore dell'antiterrorismo americano, come stretto collaboratore della Direttrice dell'Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard. Ora è passato alle cronache per essere il primo alto funzionario dell'Amministrazione Trump a dimettersi in segno di protesta contro la guerra in Iran, con un'accusa che pesa come un macigno: il presidente ha lanciato il conflitto sotto la pressione di Israele e della lobby filoisraeliana americana, nonostante l'Iran "non rappresentasse alcuna minaccia imminente" per gli Stati Uniti.

La decisione di Kent apre una crepa nel cuore della coalizione trumpiana. Le sue parole intercettano infatti il disagio crescente dell'ala isolazionista del movimento America First, quella stessa base elettorale che ha portato Trump alla vittoria nel 2024 sulla promessa di tenere l'America fuori dalle guerre senza fine in Medio Oriente.

Nella lettera indirizzata al presidente, Kent non usa mezzi termini. Scrive che "alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani hanno condotto una campagna di disinformazione" per spingere il Paese verso la guerra. Questa "camera dell'eco", sostiene, avrebbe convinto Trump che l'Iran rappresentava una minaccia imminente e che esisteva "un percorso chiaro verso una vittoria rapida". Si tratta della stessa tattica, accusa l'ex direttore, che fu usata a suo tempo per trascinare gli Stati Uniti nella guerra in Iraq. "Come veterano e come marito che ha perso la sua amata moglie Shannon in una guerra fabbricata da Israele, non posso sostenere l'invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta alcun beneficio al popolo americano", scrive Kent nella sua lettera di dimissioni pubblicata anche su X.

L'uccisione di Ali Larjani e Gholam Reza Soleimani

Intanto, sul terreno la guerra continua a intensificarsi. Israele ha annunciato oggi l'eliminazione di due figure chiave della sicurezza iraniana in raid aerei avvenuti questa notte a Teheran. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha confermato l'uccisione di Ali Larijani, Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, e del generale Gholam Reza Soleimani, comandante della forza paramilitare Basij dei Pasdaran.

Larijani, ex presidente del Parlamento iraniano e alto consigliere del defunto Leader Supremo Ali Khamenei, era considerato una delle figure più potenti del paese dopo l'uccisione di Khamenei in un raid aereo il primo giorno di guerra. Entrambi erano stati sanzionati dagli Stati Uniti per il loro ruolo nella repressione violenta delle proteste di gennaio, che avevano sfidato i 47 anni di teocrazia iraniana.

Annunciando la sua morte, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l'obiettivo è indebolire il regime per dare al popolo iraniano "l'opportunità di prendere il proprio destino nelle proprie mani". Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, succeduto al padre, non è mai apparso in pubblico dall'inizio del conflitto e Israele sospetta che sia rimasto ferito.

La ritorsione iraniana contro i Paesi del Golfo

L'Iran, che non ha confermato nessuna delle due uccisioni, ha risposto colpendo con rinnovata intensità i vicini Paesi arabi del Golfo. Una raffica di attacchi con droni e missili si è abbattuta sugli Emirati Arabi Uniti: un drone ha centrato un impianto nella Fujairah Oil Industry Zone, snodo cruciale per le esportazioni di greggio degli Emirati, mentre restano ferme le operazioni nel giacimento di gas di Shah, uno dei più grandi al mondo, gestito da una joint venture tra Adnoc e Occidental Petroleum Corp e già colpito nei giorni scorsi.

Una petroliera ancorata al largo di Fujairah ha subito danni minori nel corso dell'attacco mentre una persona è morta ad Abu Dhabi colpita dai detriti di un missile intercettato, l'ottava vittima negli Emirati dall'inizio della guerra. Dubai ha chiuso brevemente il proprio spazio aereo per la seconda volta in due giorni dopo che un altro drone aveva colpito un deposito di carburante vicino all'aeroporto internazionale.

Il greggio torna a salire sopra quota 100 dollari

Il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita un quinto del petrolio mondiale, continua ad alimentare i timori di una crisi energetica globale. Il traffico marittimo si è praticamente fermato dal 28 febbraio, giorno di inizio del conflitto: nel frattempo circa 20 navi sono state colpite da attacchi iraniani e 6 imbarcazioni hanno subito danni nella sola settimana scorsa. Teheran sostiene che lo Stretto resti tecnicamente aperto, ma non per Stati Uniti, Israele e i loro alleati. "Lanciano missili, dovremmo restare a guardare senza fare nulla?", ha dichiarato alla televisione di Stato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf.

Sui mercati petroliferi l'effetto è immediato. Questa mattina il Brent con consegna a maggio è salito del 3% a 103,21 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate con consegna ad aprile ha guadagnato il 3,2% a 96,52 dollari. Dall'inizio della guerra i prezzi del greggio sono aumentati di circa il 40%, raggiungendo i livelli più alti dal 2022, dopo che la settimana scorsa il Brent aveva chiuso sopra i 100 dollari per la prima volta in 4 anni.

Il rincaro si sta già traducendo in un problema politico concreto per il presidente Trump. Dall'inizio del conflitto il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è passato da 2,93 a 3,72 dollari al gallone, un balzo del 27% rispetto a un anno fa e il più rapido incremento mensile degli ultimi trent'anni secondo la American Automobile Association. L'indice di fiducia dei consumatori dell'Università del Michigan è così crollato a marzo a 55,5: la direttrice del sondaggio Joanne Hsu ha collegato il calo alle aspettative di inflazione in forte rialzo dopo l'inizio delle ostilità.

Guerra in Iran – I numeri chiave

Guerra in Iran: i numeri chiave

Petrolio, Stretto di Hormuz, conseguenze elettorali
17 marzo 2026
Brent (consegna maggio) $103,21
WTI (consegna aprile) $96,52
Benzina Usa (media al gallone) $3,72
+40%
Aumento del greggio dall'inizio della guerra
Brent sopra i $100 per la prima volta in 4 anni
+27%
Benzina Usa rispetto a un anno fa
Incremento mensile più rapido in 30 anni
20%
del petrolio mondiale transita da qui
~20
navi colpite dall'inizio del conflitto
6
imbarcazioni danneggiate nell'ultima settimana

Traffico marittimo praticamente fermo dal 28 febbraio. Teheran: lo stretto resta aperto, ma non per Usa, Israele e alleati.

8
Vittime negli Emirati dall'inizio della guerra
2
Chiusure dello spazio aereo di Dubai in 2 giorni

Colpiti: Fujairah Oil Industry Zone (hub export greggio), giacimento gas di Shah (operazioni sospese), deposito carburante vicino all'aeroporto di Dubai, una petroliera al largo di Fujairah.

Ali Larijani
Segretario del Supreme National Security Council. Ex presidente del parlamento, consigliere del defunto leader supremo Khamenei. Sanzionato dagli Usa.
Gen. Gholam Reza Soleimani
Comandante della forza Basij dei Pasdaran. Ruolo chiave nella repressione delle proteste. Sanzionato da Usa e Ue.
55,5
Indice fiducia consumatori
Univ. del Michigan, marzo 2026. In calo per aspettative di inflazione post-conflitto
−92.000
Posti di lavoro persi a febbraio
Terzo calo in 5 mesi. Disoccupazione al 4,44%
Margine di voto nel 2024 (arancione) e approvazione netta attuale (blu). Valori positivi = favorevoli a Trump, negativi = contrari. A destra, l'oscillazione tra i due.
Voto 2024
Approvazione attuale
−75
−50
−25
0
+25
Elettori bianchi
Reddito basso <$50k
−26 pt
2024
+22
Oggi
−4
Reddito medio $50k-150k
−14 pt
2024
+16
Oggi
+2
Reddito alto $150k+
−7 pt
2024
−8
Oggi
−15
Elettori ispanici
Reddito basso <$50k
−34 pt
2024
−7
Oggi
−41
Reddito medio $50k-150k
−23 pt
2024
+4
Oggi
−19
Reddito alto $150k+
−12 pt
2024
−4
Oggi
−16
Elettori afroamericani
Reddito basso <$50k
−6 pt
2024
−57
Oggi
−63
Reddito medio $50k-150k
−8 pt
2024
−42
Oggi
−50
Reddito alto $150k+
−8 pt
2024
−56
Oggi
−64
Altre etnie (inclusi asiatici/AAPI)
Reddito basso <$50k
−34 pt
2024
−8
Oggi
−42
Reddito medio $50k-150k
−24 pt
2024
−10
Oggi
−34
Reddito alto $150k+
−21 pt
2024
−29
Oggi
−50
Le famiglie a basso reddito spendono circa il 14% delle proprie entrate in benzina, contro il 4% di quelle più abbienti. L'aumento dei prezzi colpisce in modo sproporzionato proprio gli elettori che Trump sta perdendo.

L'impatto dei rincari sulla popolarità di Trump

I numeri raccontano anche un'altra storia, più strettamente elettorale. Nuovi dati analizzati dal politologo G. Elliott Morris nella newsletter Strength In Numbers, basati su un sondaggio Verasight, mostrano che il consenso di Trump sta crollando proprio tra gli elettori che avevano garantito la sua vittoria nel 2024. I bianchi a basso reddito, che avevano votato per lui con un margine di 22 punti, oggi esprimono un giudizio negativo sulla sua presidenza, con un'oscillazione di 26 punti.

Tra gli ispanici a basso reddito il ribaltamento è ancora più marcato: 34 punti a sfavore di Trump rispetto agli exit poll del 2024. Non è un caso che, in entrambi i casi, si tratti delle fasce più esposte ai rincari: le famiglie con redditi più bassi destinano infatti circa il 14% delle proprie entrate alla benzina, contro appena il 4% di quelle più abbienti.

“Il primo giorno riporteremo i prezzi in basso”, aveva promesso Trump durante la campagna elettorale del 2024, evocando l’arrivo di una nuova età dell’oro in caso di una sua vittoria. Eppure i dati più recenti raccontano un’altra storia: dal rapporto sull’occupazione di febbraio, che segnala una perdita di 92.000 posti di lavoro, al tasso di disoccupazione salito al 4,44%, ogni indicatore economico disponibile sembra andare nella direzione opposta.

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