Guerra in Iran, gli scenari possibili: dall'impasse militare alle conseguenze per l'economia globale

Un'analisi del Collegio d'Europa per Riddle Russia esamina i cinque possibili esiti del conflitto e le ricadute su Russia, Cina, India e mercati energetici.

Guerra in Iran, gli scenari possibili: dall'impasse militare alle conseguenze per l'economia globale
Fonte: Patralok

Il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran si è trasformato in una guerra di logoramento senza una chiara via d'uscita. L'eliminazione di Ali Khamenei e di diversi alti dirigenti non ha prodotto il cambio di regime tanto auspicato dalla coalizione israelo-americana: il sistema di potere iraniano è anzi rimasto intatto, e Teheran non mostra alcuna intenzione di arrendersi. È quanto emerge dall'analisi di Nurlan Aliyev, politologo e ricercatore senior presso il Dipartimento di Studi di Vicinato Europeo del Collegio d'Europa di Natolin, pubblicata dal progetto Riddle Russia e ripresa integralmente da Meduza.

Il regime iraniano, spiega Aliyev, non è legato a un singolo individuo come nelle monarchie o nelle dittature classiche. Le decisioni vengono invece prese collettivamente, in modo paragonabile al Politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, e il potere è distribuito in modo decentralizzato. I preparativi per un'era senza Khamenei sono così stati avviati con largo anticipo e finora non si sono manifestate spaccature ai vertici del potere. A questo si aggiunge un'esperienza pluridecennale nella guerra asimmetrica, sviluppata fin dalla fondazione della Repubblica Islamica nel 1979, e rafforzata dalle sanzioni economiche e tecnologiche imposte a partire dagli Anni Ottanta.

La strategia iraniana e i limiti della coalizione

Nel conflitto in corso, l'Iran si comporta come la parte più debole in uno scontro asimmetrico: colpisce le economie e le società dei Paesi limitrofi per ampliare l'area delle operazioni e le loro conseguenze. Teheran confida che una guerra prolungata influisca sull'opinione pubblica americana e israeliana, alimentando il sentimento pacifista e l'opposizione interna alla campagna militare, soprattutto in vista delle prossime elezioni per il Congresso e la Knesset.

La maggior parte delle difese aeree e della marina iraniane risulta quasi completamente distrutta dopo gli attacchi avviati dal 28 febbraio, ma le forze di terra — in particolare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) — restano operative e in grado di reprimere le proteste interne. L'Iran dispone ancora di un arsenale di droni e missili a corto raggio capace di colpire gli Stati confinanti, compresi aeroporti civili che non ospitano basi militari americane. Dalle dichiarazioni ufficiali dei leader statunitensi e israeliani, osserva l'analista, non emerge un piano chiaro su come porre fine alla guerra né su quale debba essere il futuro dell'Iran.

Cinque scenari per la fine del conflitto

L'analisi delinea cinque possibili esiti. Il primo è una rivoluzione interna, ritenuta però quasi impossibile senza attacchi rapidi e potenti contro le principali forze di sicurezza: il solo malcontento popolare non basta a rovesciare il regime. Il secondo scenario prevede il sostegno a gruppi etnici minoritari — in particolare i curdi — sotto copertura aerea alleata. Questa opzione comporta tuttavia rischi enormi: né Turchia né Iraq sono favorevoli a incoraggiare il separatismo, i leader curdi temono un nuovo "tradimento" occidentale, e un intervento esterno potrebbe mobilitare la maggioranza persiana a difesa del governo.

Il terzo scenario è quello di un Iran frammentato, immerso in scontri tra fazioni su base etnica — una sorta di "nuova Siria" — con le potenze esterne (Stati Uniti, Cina, Russia, Turchia, India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Israele) schierate a sostegno di fazioni diverse. Il quarto, considerato più realistico, prevede l'apertura di negoziati con una coalizione di riformisti e conservatori dell'attuale regime, comprese componenti delle Guardie Rivoluzionarie e del clero, che porterebbe a un governo più prevedibile. Al momento, però, non si intravede alcuna prospettiva in tal senso. Il quinto scenario, definito "tattica del salame", consiste in attacchi aerei periodici senza operazioni di terra, con l'obiettivo di logorare gradualmente il regime fino al punto in cui le forze di sicurezza non siano più in grado di contenere le proteste.

Le ricadute su Russia, Cina e India

Aliyev analizza le conseguenze del conflitto per le principali potenze interessate. Mosca, nonostante la partnership strategica con Teheran, non è in grado né è disposta a fornire assistenza militare diretta. La Russia avrebbe condiviso informazioni di intelligence e fornito sistemi di difesa aerea portatili Verba e di guerra elettronica della famiglia Krasukha, ma senza oltrepassare le linee rosse fissate da Washington — in particolare senza consegnare i sistemi antimissile S-400. Il Cremlino teme che un cambio di regime a Teheran rafforzi la posizione americana in Iran, ma una guerra prolungata gli offre anche vantaggi tattici: distoglie l'attenzione degli Stati Uniti dall'Ucraina e fa salire i prezzi del petrolio, a beneficio diretto del bilancio russo.

Per la Cina, l'Iran rappresenta un fornitore energetico di primo piano: nel 2025 Pechino ha acquistato oltre l'80% del greggio iraniano esportato, con una media di 1,38 milioni di barili al giorno, pari a circa il 13,4% delle importazioni cinesi totali via mare. Perderne il controllo non sarebbe un disastro immediato — grazie alle forniture da Venezuela e Russia — ma a lungo termine indebolirebbe la posizione cinese nella competizione con Washington.

Anche l'India risulta particolarmente vulnerabile: quasi la metà delle sue importazioni di greggio transita dallo Stretto di Hormuz, ora di fatto chiuso a causa del conflitto. Il Medio Oriente rappresenta il 17% delle esportazioni indiane, fornisce il 55% delle importazioni di greggio del Paese e genera il 38% delle rimesse che i migranti indiani inviano in patria.

Le conseguenze globali

Una guerra prolungata avrà inevitabilmente un impatto sull'intera economia mondiale. La chiusura dello Stretto di Hormuz colpisce in primo luogo l'Iran stesso, ma interruzioni prolungate delle forniture di petrolio fino ad aprile potrebbero far salire vertiginosamente i prezzi globali dell'energia, con una reazione a catena che si propagherebbe in tutto il mondo, compresa l'Unione Europea, dove l'inflazione resta un problema pressante. Lo scenario più auspicabile, conclude l'analista, sarebbe a questo punto quello di un ritorno al tavolo delle trattative — ma la storia dimostra che raggiungere un accordo con l'Iran è sempre stato un esercizio estremamente complesso.

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