Guerra con l'Iran: una scelta americana che ora richiede una strategia di uscita
La guerra non è stata inevitabile, sostiene un ex alto diplomatico statunitense: ora Washington deve decidere come chiuderla, e le domande sul nucleare iraniano restano le stesse di prima del conflitto
La guerra tra Stati Uniti e Iran non era inevitabile. A sostenerlo è Richard Haass, presidente emerito del Council on Foreign Relations ed ex funzionario di alto rango nella diplomazia americana, in un'analisi pubblicata dal Financial Times l'8 marzo 2026. Haass è anche autore del libro War of Necessity, War of Choice, da cui deriva la distinzione teorica che usa come chiave di lettura del conflitto in corso.
Haass distingue tra guerre di necessità e guerre di scelta. Le prime riguardano interessi vitali e diventano inevitabili quando tutte le altre opzioni sono esaurite: rientrano in questa categoria la risposta dell'Ucraina all'invasione russa del 2022, l'intervento americano in Corea nel 1950 e la cacciata dei talebani dall'Afghanistan dopo l'11 settembre. Le seconde coinvolgono interessi meno vitali e vengono combattute anche quando esistevano alternative percorribili, come la diplomazia, le sanzioni o la deterrenza. Vietnam e Iraq 2003 erano guerre di scelta. Secondo Haass, "la guerra attuale contro l'Iran è un caso da manuale di guerra di scelta".
L'argomento centrale dell'analisi è che Washington disponeva di alternative reali, soprattutto sul piano diplomatico, e che non è mai stata presentata una prova convincente della necessità di un'azione militare immediata. Haass sottolinea un contrasto che definisce "netto e rivelatore": mentre gli Stati Uniti mostrano una disponibilità quasi illimitata a pazientare con la Russia nel tentativo di fermare la guerra in Ucraina, con l'Iran hanno avanzato richieste irrealistiche senza la stessa tolleranza. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che, secondo quanto riportato nell'articolo, l'Ucraina avrebbe offerto aiuto nella difesa contro i droni iraniani, mentre la Russia fornirebbe intelligence a Teheran.
Il dibattito sulla scelta di avviare il conflitto, condivisa dall'amministrazione Trump e dal governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, è ancora aperto e, scrive Haass, "continuerà a lungo dopo il cessate il fuoco". Ma la domanda urgente, nell'analisi dell'ex diplomatico, è un'altra: quando e come mettere fine alla guerra?
Chi sostiene la continuazione del conflitto lo fa per due ragioni: ridurre ulteriormente le capacità militari iraniane e favorire un cambio di leadership verso una guida meno radicale. Haass ritiene entrambi gli obiettivi difficili da raggiungere: "gli sforzi militari si scontrano con la realtà dei rendimenti decrescenti e ostacolano l'emergere di una leadership coerente, disposta e in grado di porre fine ai combattimenti", mentre "le prospettive di un cambio di regime che porti a un Iran democratico sono scarse".
Nel frattempo i costi per gli Stati Uniti e per il presidente Trump si accumulano: militari morti, attacchi agli alleati nella regione, carenza di sistemi difensivi, aumento dei prezzi dell'energia, calo dei mercati finanziari e dei sondaggi. A questi si aggiunge, nell'analisi di Haass, un rischio strategico più ampio: l'indebolimento della capacità americana di gestire la minaccia cinese nell'Indo-Pacifico e quella russa verso l'Ucraina e l'Europa.
Trump ha chiesto la resa incondizionata dell'Iran e la possibilità di scegliere il prossimo leader del paese. Haass ritiene questa posizione irrealistica e sostiene che Washington dovrà ragionare su condizioni concrete per la fine del conflitto, indipendentemente dall'esito politico interno iraniano. Farlo significherà, secondo l'autore, "ritornare a molte delle stesse questioni che i funzionari americani avevano considerato e scartato prima dell'inizio del conflitto": quale livello di programma nucleare iraniano è accettabile? Quali vincoli imporre sui missili balistici, sul sostegno a gruppi armati e al terrorismo, sulla repressione interna? Quali alleggerimenti alle sanzioni economiche offrire come incentivo?
Un ruolo chiave spetterà anche a Israele. Gli Stati Uniti dovrebbero essere disposti a fare pressione su Netanyahu per fermare la guerra, anche se Gerusalemme potrebbe resistere, vedendo nel conflitto l'occasione per "risolvere definitivamente il problema Iran". Tuttavia, scrive Haass, Netanyahu non può permettersi di alienarsi Trump, che gode di grande popolarità in Israele, a pochi mesi da elezioni cruciali.
Anche l'Iran avrà ragioni per cercare la pace: preservare ciò che resta del suo esercito e della sua economia, consolidare l'autorità politica e mantenere l'integrità del paese. Al tempo stesso, Teheran potrebbe attendere che siano gli americani a chiedere la pace, per ottenere condizioni migliori. Le questioni sul tavolo iraniano sono speculari a quelle americane, con l'aggiunta della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per le petroliere globali.
La conclusione di Haass è diretta: "entrambe le parti dovranno tornare alle stesse questioni che hanno portato alla guerra". La differenza, rispetto a prima del conflitto, è il prezzo già pagato. E una guerra, ricorda l'ex diplomatico, la può iniziare anche una sola parte, ma per fermarla, in questo caso, ne servono tre.