Guerra all'Iran, Trump rifiuta il negoziato: "Le condizioni non sono ancora abbastanza buone"
In un'intervista a NBC News il presidente rilancia l'offensiva militare, annuncia una coalizione per lo Stretto di Hormuz e attacca nuovamente Zelensky. Intanto Israele resta a corto di intercettori e gli iraniani sono sempre più delusi dalle mancate promesse di cambio di regime.
“L’Iran vuole fare un accordo, ma io non voglio perché le condizioni non sono ancora abbastanza buone.” Con queste parole, in un’intervista telefonica a NBC News, il presidente Donald Trump ha di fatto chiuso ieri ogni spiraglio negoziale con Teheran. Qualsiasi intesa, ha spiegato, dovrà essere “molto solida” e passare per il completo abbandono delle ambizioni nucleari iraniane. I tentativi di mediazione avviati da Oman e Egitto sono stati respinti dall’Amministrazione, come conferma una separata inchiesta di Reuters. E da parte iraniana la porta è altrettanto chiusa: nessun cessate il fuoco finché non cesseranno i bombardamenti, con la richiesta aggiuntiva di un risarcimento per i danni causati.
L'offensiva su Kharg Island e lo Stretto di Hormuz
Sul terreno, l’escalation prosegue. Trump ha confermato gli attacchi su Kharg Island, l’isola che ospita il principale terminale petrolifero iraniano. Il Comando Centrale americano ha parlato di attacchi “di precisione” contro 90 obiettivi militari, sottolineando di aver preservato le infrastrutture energetiche. Trump ha però usato un tono diverso, dichiarando di aver “totalmente distrutto” l’isola e aggiungendo con una battuta che “potremmo colpirla ancora qualche altra volta, tanto per divertimento”. Missili, droni e impianti di produzione dell'Iran sarebbero in gran parte fuori uso: “Entro due giorni saranno totalmente decimati”, ha assicurato il presidente americano.
La partita più critica si gioca però sempre sullo Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transita un quinto del greggio mondiale e che resta ancora bloccato, con i prezzi del petrolio stabilmente oltre quota 100 dollari. Trump ha annunciato la formazione di una coalizione internazionale per riaprirlo, facendo i nomi di Cina, Francia, Giappone e Regno Unito tra i possibili partecipanti. I Guardiani della Rivoluzione hanno replicato che il passaggio è sotto il loro pieno controllo.
Eppure, secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, il rischio era stato ampiamente previsto: il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore congiunto delle Forze Armate americane, aveva avvertito più volte il presidente che l’Iran avrebbe reagito chiudendo il passaggio in caso di attacco. Trump avrebbe riconosciuto il pericolo, ma ha comunque deciso di procedere nella convinzione che Teheran avrebbe capitolato rapidamente. Il senatore democratico Chris Murphy, dopo aver partecipato a un briefing riservato ad alcuni membri del Congresso, è stato netto: l’Amministrazione "non ha alcun piano" per affrontare la crisi.
La guerra in cifre
I dati essenziali del conflitto tra Stati Uniti e Iran: dall'escalation militare alle conseguenze economiche e umane.
colpiti
totali
Patriot usati
Il passaggio resta bloccato.
La successione a Teheran e le scorte di intercettori in Israele
Il conflitto sta ridisegnando anche i vertici del potere a Teheran. Trump ha messo apertamente in dubbio che Mojtaba Khamenei — figlio dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso negli attacchi iniziali e designato pochi giorni fa nuovo Leader Supremo dall'Assemblea degli Esperti, l'organo costituzionale incaricato della successione — sia effettivamente ancora in vita. Il suo esordio alla guida del Paese si è limitato a una comunicazione scritta, in cui ha promesso di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz e di intensificare gli attacchi contro i Paesi vicini, ma senza alcuna apparizione video.
"Non so se sia vivo. Finora nessuno è stato in grado di mostrarlo", ha detto il presidente nell’intervista a NBC News, aggiungendo: "Se è vivo, dovrebbe fare qualcosa di molto intelligente per il suo Paese: arrendersi". Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth lo aveva in precedenza definito "ferito e probabilmente sfigurato", giudicando "debole" la scelta di comunicare solo per iscritto: "L’Iran ha telecamere e registratori in abbondanza. Perché una dichiarazione scritta? Penso che sappiate il motivo". Trump si è rifiutato di indicare un possibile successore gradito a Washington, limitandosi a dire che "ci sono persone in vita che sarebbero ottimi leader per il futuro del Paese", e ha evitato di rispondere su eventuali contatti con queste figure per non "metterle in pericolo".
Sul versante israeliano, intanto, emerge una nuova fragilità che potrebbe condizionare il prosieguo delle operazioni. Secondo quanto riportato da Semafor, Israele ha informato gli Stati Uniti nel corso della settimana di essere a corto di intercettori per missili balistici, scorte già pericolosamente assottigliate dopo il conflitto della scorsa estate con l’Iran. In particolare, il sistema di difesa a lungo raggio israeliano è sotto forte pressione: Teheran ha infatti iniziato a equipaggiare alcuni missili con munizioni a grappolo, accelerando il consumo degli intercettori. Un funzionario americano ha dichiarato a Semafor che la situazione era "attesa e prevista" e che gli Stati Uniti dispongono di riserve sufficienti per le proprie esigenze, ma resta incerto se Washington sceglierà di cedere parte dei propri intercettori a Tel Aviv, una decisione che graverebbe sulle riserve nazionali.
I numeri danno la misura del problema: durante la guerra di 12 giorni della scorsa estate, gli Stati Uniti avevano lanciato oltre centocinquanta intercettori THAAD — circa un quarto delle scorte dell’epoca — e nei primi 5 giorni dell’attuale conflitto sarebbero stati impiegati intercettori Patriot per un valore stimato di 2,4 miliardi di dollari. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha assicurato che il Dipartimento "ha tutto ciò che serve per portare a termine qualsiasi missione", mentre la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito le dotazioni americane "più che sufficienti" per raggiungere gli obiettivi contro l’Iran "e oltre".
Benzina, sanzioni russe e il fronte ucraino
Il conflitto pesa anche sulle tasche degli americani. Dall’inizio della guerra il prezzo medio della benzina è salito da 2,94 a 3,66 dollari al gallone, secondo i dati di GasBuddy. Trump — che nel 2024 aveva ripetutamente attaccato il presidente Biden proprio sul caro-carburanti — ha liquidato così le preoccupazioni in vista delle elezioni di midterm: "Non sono affatto preoccupato". Ha promesso che i prezzi scenderanno rapidamente una volta terminato il conflitto, aggiungendo: "C’è così tanto petrolio e gas là fuori, ma in questo momento il flusso è un po’ intasato. Si sbloccherà molto presto".
Per contenere la crisi energetica, Trump ha temporaneamente alleggerito alcune sanzioni sul petrolio russo — imposte nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina — precisando che saranno ripristinate "appena la crisi sarà finita". Alla domanda sulle critiche ricevute da alcuni leader stranieri per questa decisione, il presidente ha evitato di rispondere direttamente, spostando l’attenzione sul fronte ucraino con un nuovo affondo contro Zelensky: "Sono sorpreso che non voglia trovare un accordo. Dite a Zelensky di trovare un accordo, perché Putin è disposto a farlo". Il presidente ucraino è stato definito "molto più restio a un accordo" rispetto al leader del Cremlino.
Kyiv aveva del resto offerto assistenza concreta nell’intercettazione dei droni iraniani, forte dell’esperienza maturata sul campo contro quelli russi. In un post su X, lo stesso Zelensky aveva scritto che "Paesi del Medio Oriente ci hanno contattato chiedendo di condividere la nostra esperienza nell’intercettazione degli Shahed iraniani durante gli attacchi massicci", annunciando l’invio di squadre di esperti in tre Paesi. Trump ha respinto la proposta senza appello: "Non abbiamo bisogno di aiuto, l’ultima persona da cui ci serve aiuto è Zelensky". Nonostante questo, ieri un politico iraniano ha dichiarato che l’Ucraina è diventata un "obiettivo legittimo" delle forze iraniane proprio per aver offerto questo tipo di assistenza.
Quanto alla possibilità che Mosca condivida informazioni di intelligence con Teheran sulla posizione delle forze americane, il presidente si è limitato a un ambiguo "forse la Russia sta dando informazioni, forse no", ammettendo peraltro che anche Washington fornisce dati a Kyiv nel quadro dei tentativi di mediazione tra i due Paesi.
La delusione degli iraniani sul cambio di regime
A pagare il prezzo più alto restano i civili iraniani. Un ampio reportage del Wall Street Journal racconta la crescente disillusione di una popolazione che, all'inizio dell'offensiva, aveva creduto nelle promesse di rovesciamento del regime. Trump e il primo ministro israeliano Netanyahu avevano esortato gli iraniani a scendere in strada, ma le forze di sicurezza si erano preparate anticipatamente per disperdere i centri di comando e con una vasta repressione preventiva. Un comandante dei Guardiani della Rivoluzione ha annunciato in televisione un ordine di sparare a vista, e le autorità hanno avvertito la popolazione che qualsiasi protesta sarebbe stata punita duramente. Almeno 195 persone sono state arrestate con accuse che vanno dallo spionaggio all'invio di contenuti ai media stranieri, secondo Human Rights Activists in Iran.
Di fronte all'impossibilità di mettere in pratica un piano del genere, la marcia indietro è arrivata rapidamente. Trump ha dichiarato a Fox News Radio di ritenere improbabile un'insurrezione a breve, mentre Netanyahu ha assunto un tono simile pochi giorni dopo aver esortato la popolazione a prepararsi per il momento decisivo. Anche i gruppi armati curdi nella zona di confine tra Iraq e Iran hanno rinunciato ai piani di insurrezione, scoraggiati dalla tenuta dell'apparato di sicurezza e dalla mancanza di un impegno esterno concreto.
Il bilancio umano aggrava la disillusione. La guerra ha causato oltre duemila morti, in gran parte iraniani, secondo Reuters. L'organizzazione Human Rights Activists in Iran stima in oltre 1.270 le vittime civili nel Paese. I bombardamenti stanno spingendo anche molti oppositori del regime a schierarsi contro la guerra. Tra gli episodi più gravi, ora anche gli investigatori militari americani ritengono probabile la responsabilità statunitense in un attacco che ha causato la morte di decine di bambine in una scuola elementare femminile. Un insegnante di inglese della capitale, contrario al governo ma anche alla guerra, ha sintetizzato un sentimento diffuso: "È come se fossimo tornati indietro di cento anni".