Guerra all'Iran, l'intelligence Usa avverte: il regime resterà in piedi, più radicale di prima
Dopo tre settimane di raid e oltre 15.000 obiettivi colpiti, i servizi americani prevedono un consolidamento dei Pasdaran. Oltre 200 soldati americani feriti. Gli alleati del Golfo furiosi, la coalizione per lo sblocco dello Stretto di Hormuz non decolla.
Tre settimane di bombardamenti, oltre 15.000 obiettivi colpiti, il Leader Supremo Ali Khamenei ucciso in un raid israeliano già nel primo giorno di guerra. Eppure il regime iraniano non è crollato. Al contrario: secondo le valutazioni dell’intelligence americana, rivelate dal Washington Post, è destinato a restare in piedi — indebolito, ma ancora più radicale, con i Pasdaran pronti a rafforzare ulteriormente la propria presa sul Paese.
Il dato più rilevante, però, è un altro: Donald Trump sapeva tutto. Un rapporto classificato del National Intelligence Council, redatto prima dell’inizio delle operazioni, concludeva chiaramente che nemmeno un attacco su larga scala sarebbe stato sufficiente a rovesciare l’apparato militare e clericale iraniano. “Non era solo prevedibile: era già stato previsto. [Trump] era stato informato in anticipo”, ha dichiarato al Washington Post una fonte a conoscenza del briefing.
Secondo le stime attuali dell’intelligence, il regime potrebbe addirittura uscire dal conflitto rafforzato nella propria narrativa interna: convinto di aver resistito all’offensiva americana e di esserne sopravvissuto.
Il divario tra le valutazioni riservate e le dichiarazioni pubbliche della Casa Bianca è emerso con evidenza ieri, quando Trump ha detto di essere rimasto “scioccato” dall’ampiezza della ritorsione iraniana contro i Paesi del Golfo. “Nessuno se lo aspettava”, ha affermato.
Eppure, secondo Reuters — che cita un funzionario statunitense e altre due fonti informate — anche in questo caso, il presidente era stato avvertito già prima della guerra anche del rischio di rappresaglie contro gli alleati regionali, soprattutto nel caso fossero stati percepiti come complici dell’offensiva. Il briefing menzionava esplicitamente anche l’elevata probabilità che Teheran tentasse di chiudere lo Stretto di Hormuz.
Il prezzo della guerra
Intanto il costo del conflitto continua a salire su ogni fronte. La spesa militare ha già superato i 12 miliardi di dollari. 13 soldati americani sono morti e i feriti hanno superato quota 200, distribuiti in 7 Paesi: lo ha riferito il capitano Tim Hawkins, portavoce del Central Command statunitense. La maggior parte delle lesioni è stata causata da droni d’attacco iraniani, ha precisato il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore congiunto delle Forze Armate statunitensi, sottolineando che circa il 90% dei casi riguarda ferite lievi. 10 soldati, tuttavia, sono in condizioni gravi. Tra le conseguenze più insidiose figurano le lesioni cerebrali traumatiche, i cui sintomi possono manifestarsi anche a distanza di giorni.
L’attacco più letale contro personale militare statunitense risale al primo giorno di guerra, il 28 febbraio, quando un drone ha colpito un centro operativo tattico a Port Shuaiba, in Kuwait, uccidendo sei soldati. Un settimo militare è morto successivamente per le ferite riportate in un attacco separato contro la base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita.
Nel frattempo cresce anche la tensione tra i Paesi alleati del Golfo, che non nascondono la propria irritazione. “Hanno iniziato questa guerra per Israele e poi ci hanno lasciato soli ad affrontare gli attacchi”, ha dichiarato al Washington Post un alto funzionario arabo, ricordando come, prima del conflitto, l’Amministrazione Trump avesse prospettato un’operazione rapida.
È accaduto, invece, l’esatto opposto. Nelle ultime due settimane droni e missili iraniani hanno colpito senza sosta basi americane, una base negli Emirati Arabi Uniti che ospita truppe francesi, oltre ad aeroporti, hotel e infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait. I Paesi del Golfo hanno dispiegato caccia ed elicotteri per intercettare i droni in arrivo, ma hanno evitato operazioni offensive contro l’Iran, temendo un’ulteriore escalation.
Guerra all'Iran: i numeri di tre settimane di conflitto
(Usa + Israele)
uccisi
feriti in 7 Paesi
Lo Stretto di Hormuz, il vero campo di battaglia
È sul destino dello Stretto di Hormuz che si gioca ormai l’esito politico di questa guerra guerra. L’Iran ha ridotto il traffico marittimo a un rivolo, paralizzando di fatto le esportazioni petrolifere dei Paesi del Golfo e consentendo il passaggio quasi esclusivamente alle petroliere cariche di greggio iraniano. Prima del conflitto, da quel corridoio transitava circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio: la sua chiusura ha fatto impennare i prezzi dell’energia a livello globale.
La strategia di Teheran è ora sempre più chiara: resistere e sfruttare la leva sullo Stretto per costringere Washington a porre fine al conflitto senza aver raggiunto tutti gli obiettivi iniziali. Una scommessa che poggia sull’idea che Donald Trump non abbia la determinazione per sostenere una guerra lunga. Trump, dal canto suo, continua ad alzare la pressione su Kharg, l’isola da cui passa circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Venerdì le forze americane hanno colpito obiettivi militari sull’isola, evitando però di danneggiare le infrastrutture energetiche, “per ragioni di decenza”, ha scritto il presidente su Truth Social.
Ma il tono si è fatto rapidamente più aggressivo. Ieri Trump ha dichiarato ai giornalisti di star valutando nuovi attacchi, dopo aver detto il giorno precedente in un’intervista a NBC News che gli Stati Uniti potrebbero colpire l’isola “ancora un paio di volte, tanto per divertimento”. Secondo Axios, che cita un funzionario statunitense, il presidente sarebbe persino attratto dall’idea di occupare Kharg, considerandola un “colpo economico letale” al regime iraniano. Un’opzione che però comporterebbe rischi elevatissimi: dalla possibile rappresaglia contro le infrastrutture petrolifere saudite a un’ulteriore impennata dei prezzi del greggio, con conseguenze globali difficilmente controllabili.
La coalizione che non c'è
Per riaprire lo Stretto, l’amministrazione Trump sta tentando — finora con scarsi risultati — di costruire una coalizione internazionale. Washington ha sollecitato il coinvolgimento di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Australia, Canada, Paesi del Golfo, Giordania, Giappone e Corea del Sud. La risposta, però, è stata a dir poco tiepida.
Secondo Axios, Germania, Italia e Giappone hanno già escluso l’invio di navi militari. Ancora più esplicita è stata Kaja Kallas, alta rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, che dopo una riunione dei Ministri degli Esteri dei 27 ha chiarito: “Non c’è appetito per unirsi alla coalizione. Questa non è la guerra dell’Europa”.
Il Regno Unito, da parte sua, ha elaborato una bozza per la creazione di una forza multinazionale per lo Stretto, ma il piano non è stato ancora condiviso con tutti i potenziali partner. Domenica Trump ha parlato con il premier britannico Keir Starmer, che si è mostrato più disponibile, e con il presidente francese Emmanuel Macron, rimasto invece su una posizione più prudente. “Non ha detto no in modo definitivo, ma al momento la sua risposta è no”, ha riferito una fonte ad Axios.
Di fronte alle esitazioni degli alleati, Trump ha alzato i toni: si è detto “molto deluso” da Paesi che, a suo dire, Washington ha protetto per anni, avvertendo in un’intervista al Financial Times che un mancato sostegno sarebbe “molto negativo” per il futuro della NATO. A complicare il quadro è però proprio il deterioramento dei rapporti con molti degli stessi partner a cui oggi gli Stati Uniti chiedono aiuto: mesi di dazi, tensioni e attacchi verbali hanno eroso la fiducia reciproca.
Non solo. In diverse capitali occidentali resta forte lo scetticismo sia sulle motivazioni del conflitto sia sulla strategia americana. Eppure il margine di manovra è ristretto anche per questi Paesi: se petrolio e merci non torneranno a transitare attraverso lo Stretto, le conseguenze economiche saranno globali e colpiranno direttamente anche le economie dei Paesi alleati più riluttanti — ed è proprio su questa pressione che Washington conta per sbloccare la situazione.