Guerra all’Iran, difesa aerea sotto pressione: intercettori in esaurimento e nuove armi sul campo

La strategia di logoramento iraniana prosciuga le riserve dei Paesi del Golfo. Gli Usa dispiegano 10.000 droni e bombardano l'isola di Kharg. Intanto Putin propone di trasferire l'uranio iraniano in Russia, ma Trump rifiuta ed Israele espande il fronte libanese.

Guerra all’Iran, difesa aerea sotto pressione: intercettori in esaurimento e nuove armi sul campo
Fonte: Pentagono

È ormai evidente che due settimane di offensiva israelo-americana non sono bastate a piegare l’Iran. Al contrario, il conflitto sta scivolando verso una guerra di logoramento destinata a mettere alla prova non solo la resistenza militare dei due contendenti, ma anche la tenuta delle loro riserve strategiche. A consumarsi più rapidamente di tutte sono, in particolare, le scorte di missili intercettori, il pilastro su cui si regge la difesa aerea dell’intera regione.

Teheran sembra aver adottato con spietata lucidità una strategia su due fronti: da un lato colpire infrastrutture petrolifere e petroliere nel Golfo Persico con droni kamikaze, alimentando tensioni sul mercato energetico e spingendo al rialzo il prezzo del greggio; dall’altro lanciare missili balistici e droni relativamente economici contro i Paesi vicini, costringendoli a impiegare intercettori molto più costosi per difendersi. Una dinamica che non solo mette sotto pressione i sistemi di difesa aerea regionali, ma produce effetti che si fanno già sentire ben oltre il Medio Oriente.

La guerra asimmetrica

A dare la misura dello squilibrio sono i numeri dei primi 12 giorni di guerra. L’Iran ha lanciato oltre 500 missili balistici contro gli Stati del Golfo e le basi americane nella regione. Circa una cinquantina ha raggiunto i bersagli; per intercettare gli altri sono stati necessari più di 1.100 missili difensivi — tra un terzo e la metà dell’intero arsenale antimissile disponibile nell’intera area di operazioni. Dopo la prima ondata, tuttavia, l’intensità degli attacchi iraniani è diminuita sensibilmente: poche decine di lanci al giorno, contro le centinaia iniziali. Israele sostiene che il motivo sia stato l’aver distrutto gran parte dei lanciatori, dei depositi missilistici e delle basi sotterranee iraniane. Ma il rallentamento sembra rispondere anche ad un calcolo strategico preciso di Teheran: dosare i lanci per erodere lentamente le scorte avversarie, invece di consumare troppo rapidamente le proprie.

La partita si gioca, dunque, principalmente sulla tenuta delle scorte di armi. Prima dello scoppio della guerra, i Paesi del Golfo avevano già ordinato migliaia di missili intercettori agli Stati Uniti: 2.500 per l’Arabia Saudita, circa mille ciascuno per Emirati e Qatar, diverse centinaia per Kuwait e Bahrein. Secondo il ricercatore Fabian Hoffmann dell’Università di Oslo, tra il 50 e l’80% di questi sistemi era stato consegnato prima dell’inizio delle ostilità.

Ma ora queste scorte si stanno pericolosamente assottigliando e non a caso Washington si sta già muovendo per rafforzarle ulteriormente. A fine gennaio gli Stati Uniti hanno firmato un nuovo contratto per la forniruea di 730 missili intercettori PAC-3 MSE destinati a Riyadh e stanno ridistribuendo sistemi anti-missile persino dalla Corea del Sud — un segnale che il problema della riduzione delle scorte viene ormai percepito ai massimi livelli strategici.

Secondo i piani attuali, gli Stati Uniti riusciranno a produrre circa 650 missili intercettori PAC-3 MSE all’anno entro il 2027; l’obiettivo molto più ambizioso fissato dal Pentagono — arrivare a 2.000 unità annue — non dovrebbe essere invece raggiunto prima del 2030. Ancora più limitata è la produzione dei missili Talon destinati al sistema antimissile THAAD, che escono dalle linee di assemblaggio a un ritmo di appena 90 all’anno. Il risultato di tutto ciò è inevitabile: nel breve termine la domanda supererà di gran lunga l’offerta. E tra i Paesi destinati a pagarne il prezzo più alto potrebbe esserci l’Ucraina, che con ogni probabilità finirà in fondo alla lista per la consegna dei nuovi intercettori — una prospettiva che a Mosca, già avvantaggiatisi da questo conflitto per via dell'aumento del prezzo del petrolio, non può che fare piacere.

La guerra di logoramento nei cieli del Medio Oriente
Infografica

La guerra di logoramento nei cieli del Medio Oriente

Due settimane di conflitto stanno prosciugando le riserve di difesa aerea dell'intera regione. I numeri chiave.

Primi 12 giorni di guerra
500+
Missili lanciati
Dall'Iran contro gli Stati del Golfo e le basi americane
~50
A segno
I restanti abbattuti o caduti in mare
1.100+
Intercettori consumati
Tra ⅓ e ½ dell'intero arsenale antimissile della regione
Costo per intercettore · Droni
USA
3-15k $
Merops
VS
IRAN
20k+ $
Shahed
10.000 droni Merops con IA dispiegati in Medio Oriente · Testati in precedenza in Ucraina
Produzione americana · Intercettori
PAC-3 MSE · previsione 2027 650 /anno
PAC-3 MSE · previsione 2030 2.000 /anno
Obiettivo ambizioso dichiarato dal Pentagono
Talon (THAAD) · oggi 90 /anno
Piano: quadruplicare o quintuplicare la produzione
La domanda supererà l'offerta per anni. L'Ucraina rischia di essere la principale danneggiata di questa situazione.
Intercettazione droni · Emirati
Giorni 1–12
93%
Droni abbattuti
10 marzo
74%
Dopo questa data Abu Dhabi non pubblica più i dati
Isola di Kharg
80-90%
del petrolio iraniano esportato transita da qui
Infrastrutture energetiche risparmiate. Trump avverte: saranno colpite se l'Iran blocca Hormuz. Teheran minaccia ritorsioni sugli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo.
Dossier nucleare
450kg
Uranio arricchito al 60% in possesso dell'Iran
10+
Ordigni atomici producibili con quel materiale
Putin ha proposto di trasferire l'uranio in Russia. Trump ha rifiutato.
Fronte libanese
200+
Missili Hezbollah nell'attacco coordinato con l'Iran
800k
Civili sfollati dall'inizio del conflitto
773
Persone uccise in Libano
Israele pianifica la più grande operazione di terra dal 2006
Fonti: Meduza, Bloomberg, Axios, governi del Golfo
Marzo 2026

La vulnerabilità dei Paesi del Golfo ai droni iraniani

Ai missili balistici si affianca un’altra minaccia per la quale i Paesi arabi si sono rivelati decisamente meno preparati: i micidiali droni kamikaze Shahed di fabbricazione iraniana. Lanciati da postazioni mobili e di difficile identificazione dalla sponda opposta, possono raggiungere le città del Golfo in tempi brevi e da direzioni multiple, sfruttando un vantaggio geografico di cui Teheran dispone e che invece Israele — più distante e di dimensioni ridotte — non affronta nella stessa misura di questi Paesi, potendosi così difendere più agevolmente da questa minaccia.

Il Ministero della Difesa degli Emirati ha registrato un ottimo tasso di intercettazione del 93% nei primi 12 giorni di guerra. Il 10 marzo, però, la percentuale è scesa al 74%. Da quel momento Abu Dhabi ha smesso di pubblicare dati aggiornati e gli attacchi sono continuati costantemente. Per contenere la minaccia, gli Stati Uniti stanno ora dispiegando in Medio Oriente circa 10.000 droni intercettori Merops, dotati di intelligenza artificiale e già impiegati per la prima volta nella guerra in Ucraina. Questi sistemi sono sviluppati da Project Eagle, la società di difesa fondata dall’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt, e costano tra i 3.000 e i 15.000 dollari l’uno — comunque meno dei circa 20.000 necessari per produrre uno Shahed.

Il presidente Donald Trump ha, nel frattempo, respinto l’offerta di assistenza avanzata proprio da Kyiv, che ha forte esperienza sul campo per la difesa contro i droni Shahed: "Abbiamo i migliori droni al mondo", ha dichiarato senza mezzi termini a Fox News il presidente americano anche se Zelensky aveva, nel frattempo, già annunciato l’invio di esperti e droni in Giordania per rafforzare la protezione delle basi americane, proprio sulla base di una richiesta ricevuta dal Pentagono il 5 marzo.

Il bombardamento di Kharg e la partita sul nucleare

Mentre la guerra di logoramento prosegue, Donald Trump ha deciso di alzare ulteriormente la posta. In un messaggio pubblicato ieri sera su Truth Social ha annunciato un massiccio bombardamento dell’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano, da cui passa tra l’80 e il 90% del greggio esportato dal Paese. Le infrastrutture energetiche, ha precisato, non sono state colpite — almeno per ora. Ma potrebbero diventarlo se Teheran continuerà a ostacolare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.

La risposta iraniana non si è però fatta attendere. Teheran ha fatto sapere che qualsiasi attacco alle sue infrastrutture petrolifere verrebbe seguito da ingenti bombardamenti contro gli impianti di produzione petrolifera dei Paesi del Golfo. Uno scenario che, se dovesse concretizzarsi, rischierebbe di scatenare ulteriormente il panico sui mercati energetici globali, già abbastanza scossi dall’inizio della guerra.

Sullo sfondo resta aperta anche la questione del programma nucleare iraniano. Secondo quanto rivelato da Axios, il presidente russo Vladimir Putin ha proposto, in una telefonata con Trump, di trasferire in Russia i 450 kg di uranio iraniano arricchito al 60% — materiale convertibile in uranio arricchito di grado militare nel giro di poche settimane, e sufficiente per la produzione di oltre dieci ordigni atomici. Trump ha rifiutato. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che Washington dispone di "diverse opzioni" per mettere in sicurezza questo materiale, senza entrare nei dettagli. Lo stesso Trump, in un'intervista a Fox News Radio, ha ridimensionato l'urgenza: "Non ci stiamo concentrando su questo, ma a un certo punto potremmo farlo".

Israele espande il fronte libanese

Il conflitto si allarga intanto anche ad altri fronti. Secondo Axios, Israele sta pianificando un'espansione significativa dell'operazione di terra in Libano con l'obiettivo di occupare l'intera area a sud del fiume Litani e smantellare le infrastrutture militari di Hezbollah. Si tratterebbe, in tal caso, della più grande invasione terrestre del Paese dal 2006. Il cambio di passo è maturato mercoledì, quando Hezbollah ha lanciato oltre 200 missili in un attacco coordinato con Teheran: fino a pochi giorni prima, il governo Netanyahu cercava ancora di contenere l'escalation in Libano per restare concentrato sull'Iran.

Tre divisioni corazzate e di fanteria sono così già state schierate al confine, con rinforzi e riservisti in arrivo. Ordini di evacuazione sono stati emessi in tutto il sud del Libano e, per la prima volta, anche a nord del fiume Litani. Circa 800.000 civili sono stati sfollati nell'aerea dall'inizio del conflitto; almeno 773 persone sono rimaste uccise. L'Amministrazione Trump ha indicato il suo sostegno per questa operazione ma ha chiesto a Tel Aviv di risparmiare l'aeroporto internazionale di Beirut, ottenendo da Israele garanzie solo parziali in tal senso, mentre sul fronte opposto il leader di Hezbollah Naim Qassem ha respinto qualsiasi ipotesi di soluzione diplomatica della crisi: "Non c'è soluzione se non la resistenza", ha affermato.

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