Gli Usa inviano migliaia di Marines verso l'Iran, ma l'opinione pubblica è sempre più contraria

L'undicesima forza di spedizione parte in anticipo da San Diego. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il 65% degli americani è convinto che Trump ordinerà un'invasione di terra; solo il 7% la appoggia. Il padre di un soldato caduto smentisce la versione del Pentagono sui colloqui con le famiglie.

Gli Usa inviano migliaia di Marines verso l'Iran, ma l'opinione pubblica è sempre più contraria
Fonte: Pentagono

Washington accelera i propri piani, mentre il Medio Oriente si prepara ad accogliere nuove forze americane. L’11ª Marine Expeditionary Unit — che comprende almeno 2.200 uomini — lascerà San Diego nei prossimi giorni, in anticipo sui tempi, a bordo della nave d’assalto anfibio USS Boxer. Con essa salperanno anche le navi da trasporto USS Portland e USS Comstock, dotate di caccia F-35, sistemi missilistici e mezzi per operazioni anfibie. Lo riferiscono fonti citate da NBC e Newsmax.

Dopo aver attraversato il Pacifico, la flottiglia si unirà a unità già presenti nell’area — come la USS Tripoli, USS New Orleans e USS Rushmore — portando il contingente complessivo schierato in Medio Oriente a circa 8.000 militari, di cui fino a 5.000 Marines.

L’Amministrazione Trump sta ancora definendo il quadro strategico entro cui si inserisce questo rafforzamento. Secondo Reuters, tra le opzioni allo studio per un’eventuale operazione di terra figurano uno sbarco anfibio lungo le coste dello Stretto di Hormuz per garantire la sicurezza del traffico petrolifero, l’invio di forze sull’isola di Kharg — da cui transita il 90% del greggio iraniano — e il possibile sequestro di scorte di uranio altamente arricchito. Il presidente Donald Trump non ha ancora preso una decisione definitiva, ha precisato la Casa Bianca, pur disponendo già di circa 50.000 militari nella regione. Interpellato dai giornalisti, ha liquidato la questione con una battuta: "Non sto mandando truppe da nessuna parte. E se lo facessi, di certo non lo direi a voi".

Una guerra che non doveva durare così a lungo

L’Operazione Epic Fury, avviata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele, avrebbe dovuto esaurirsi nell’arco di quattro-sei settimane, secondo fonti citate da Axios. Quella finestra si è ormai chiusa. Politico riferisce ora che il CENTCOM pianifica operazioni per almeno ulteriori cento giorni, segno di un conflitto che ha già cambiato natura. Da campagna aeronavale condotta a distanza, il conflitto ha progressivamente cambiato volto, trasformandosi in uno scontro più diretto e ravvicinato — e quindi più letale. Il bilancio delle vittime supera così ormai le duemila persone in tutta la regione; 13 sono militari statunitensi.

Il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, generale Dan Caine, ha intanto confermato l’impiego di elicotteri d’attacco Apache contro milizie filo-iraniane in Iraq. Parallelamente, i sistemi HIMARS hanno utilizzato per la prima volta in combattimento i razzi Precision Strike Missile, colpendo obiettivi terrestri e unità navali iraniane di stanza nei porti. Secondo il generale in pensione Joseph Votel, già comandante del CENTCOM durante la prima Amministrazione Trump, il rafforzamento delle forze ha anche un valore di deterrenza nei confronti di Teheran: i Marines possono contribuire alla sicurezza del traffico marittimo e ampliare le capacità di attacco aereo grazie agli F-35.

Un Paese che non ci sta

Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto su 1.545 cittadini adulti americani, pubblicato ieri e con un margine di errore di 3 punti percentuali, misura l’impatto di questi sviluppi sull’opinione pubblica americana, riportando che il 65% degli americani ritiene che Trump finirà per ordinare un’invasione di terra su larga scala, ma solo il 7% la sostiene. Nel complesso, il 37% degli intervistati approva la guerra, mentre il 59% è contrario al clonflitto in corso; tra i contrari figura anche circa 1 repubblicano su 5. Il consenso resta però nettamente polarizzato lungo linee partitiche: il 77% dei repubblicani sostiene gli attacchi militari, contro il 28% degli indipendenti e appena il 6% dei democratici.

Più della metà degli intervistati si oppone a qualsiasi invio di truppe di terra, sia su piccola sia su larga scala. Il gradimento personale di Trump resta stabile al 40%, ma segnali di nervosismo emergono anche nel suo campo: alcune delle voci più influenti del movimento MAGA hanno di recente preso le distanze dal conflitto, avvertendo che potrebbe avere un costo politico alle elezioni di metà mandato di novembre.

Sondaggio Reuters/Ipsos — Iran
Sondaggio Nazionale Reuters/Ipsos — 19 marzo 2026
Il 55% degli americani contrario all'invio di truppe di terra in Iran; il 59% disapprova gli attacchi USA
Approva o disapprova gli attacchi militari USA contro l'Iran?
Tutti gli adulti
% tra tutti gli adulti
Disapprova
59%
Approva
37%
Non sa / N.R.
4%

Repubblicani
% tra gli adulti repubblicani
Approva
77%
Disapprova
20%
Non sa / N.R.
3%

Democratici
% tra gli adulti democratici
Disapprova
91%
Approva
6%
Non sa / N.R.
3%

Indipendenti
% tra gli adulti indipendenti
Disapprova
68%
Approva
28%
Non sa / N.R.
4%
Sostiene l'invio di truppe di terra USA in Iran?
Tutti gli adulti
% tra tutti gli adulti
No
55%
Sì, solo forze speciali
34%
Sì, invasione su larga scala
7%
Non sa / N.R.
4%

Repubblicani
% tra gli adulti repubblicani
Sì, solo forze speciali
63%
No
21%
Sì, invasione su larga scala
14%
Non sa / N.R.
2%

Democratici
% tra gli adulti democratici
No
87%
Sì, solo forze speciali
10%
Non sa / N.R.
3%

Indipendenti
% tra gli adulti indipendenti
No
58%
Sì, solo forze speciali
30%
Non sa / N.R.
8%
Sì, invasione su larga scala
4%
È probabile che Trump ordini l'invio di truppe in una guerra di terra su larga scala in Iran?
Tutti gli adulti
% tra tutti gli adulti
Sì, è probabile
65%
No, non è probabile
28%
Non sa / N.R.
7%
Approva o disapprova il lavoro di Trump come presidente?
Tutti gli adulti
% tra tutti gli adulti
Disapprova
56%
Approva
40%
Non sa / N.R.
4%

Metodologia: 17–19 marzo 2026 | Campione: 1.545 adulti a livello nazionale | Margine di errore: ±3 punti percentuali per tutti gli adulti, ±5 per i sottogruppi | Metodo: sondaggio online | Fonte: Reuters/Ipsos — Iris Lee, Jason Lange e Grant Smith

"Finite il lavoro": ma chi l’ha detto davvero?

In questo contesto, le dichiarazioni del Segretario alla Difesa Pete Hegseth sulle dichiarazioni delle famiglie dei caduti hanno sollevato un nuovo caso. Mercoledì, alla base di Dover, Hegseth ha incontrato i familiari di 6 militari uccisi. Il giorno successivo, in conferenza stampa, ha riferito quello che ha definito un messaggio unanime: "Finite il lavoro. Onorate il loro sacrificio. Non fermatevi finché la missione non sarà compiuta".

Ma non tutti affermano che le cose siano davvero andate in questo modo. Charles Simmons, padre del sergente Tyler H. Simmons — 28 anni, morto nello schianto di un aereo cisterna in Iraq la settimana scorsa — ha descritto a NBC News un colloquio ben diverso: "Non posso parlare per le altre famiglie. Ma con me non si è mai discusso di questo". Ha aggiunto di aver espresso la speranza che "le decisioni prese siano state necessarie", senza però poter trarre "conclusioni definitive" sulla loro validità in assenza di tutti i dati. Charles, che di professione fa l'insegnante di musica, 60 anni, di Columbus (Ohio) aggiunge:

"Chi vuole la guerra? A volte è una necessità, ma io non so cosa stia succedendo davvero".

Non è certo la prima discrepanza tra retorica ufficiale e testimonianze dirette. Dopo la cerimonia del 7 marzo, anche il presidente Donald Trump aveva dichiarato che tutte le famiglie incontrate a Dover gli avevano chiesto di "finire il lavoro". Ma un funzionario presente all'incontro ha riferito a NBC News di non aver sentito nessuno rivolgere al presidente parole simili. Anche il deputato democratico della Virginia Eugene Vindman, veterano dell’esercito e presente alla cerimonia, ha osservato:

"Le famiglie dei caduti stanno cercando di dare un senso a una perdita terribile. Non stanno certo pensando a completare la missione".

Simmons, tuttavia, racconta un’esperienza più sfumata. Trump si è commosso, lo ha abbracciato, gli ha parlato "da padre a padre", trasmettendogli "quanto sia difficile prendere decisioni che mettono in pericolo i figli di altri genitori". Di Hegseth ha detto di aver percepito "un uomo compassionevole, ma lacerato da decisioni difficili". "Gli ho detto che Tyler era il mio unico figlio. L’emozione sul suo volto era impossibile da fingere". Arrivato a Dover convinto che "a loro non importasse", se n’è andato con l’impressione di aver visto "un lato diverso, da vicino".

Netanyahu rivendica i risultati, ma l’economia paga il conto

Dall'altra parte dell'Oceano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ieri ha sostenuto in conferenza stampa che l’operazione militare congiunta in corso abbia già privato l’Iran della capacità di arricchire l’uranio e di produrre missili balistici. Secondo il Times of Israel, centinaia di lanciatori di missili e siti industriali per la loro produzione sono stati distrutti, e gli arsenali di droni e missili sarebbero prossimi all’eliminazione. Ma i dati sul campo di battaglia, come mostra l’infografica qui sotto, non sembrano al momento confermare questa proiezione: anzi, negli ultimi giorni, il numero di lanci è tornato a crescere.

Lanci iraniani di missili e droni – 28 feb / 19 mar 2026
Guerra Iran 2026 · Dati sul campo
Missili e droni lanciati dall'Iran
Lanci giornalieri stimati verso tutti i bersagli · 28 febbraio – 19 marzo 2026
Missili
Droni
Fase 1 · 28/2–3/3
~1.200
Picco il 28 febbraio
480 missili + 720 droni
Fase 2 · 4/3–16/3
–92%
Calo progressivo
~100 lanci/giorno al 9 marzo
Fase 3 · 17/3–19/3
↑ Ripresa
Escalation energetica
Dopo raid israeliano su South Pars
17–19 marzo: dopo il bombardamento israeliano di South Pars (18 mar), l'Iran ha intensificato i lanci di missili e droni contro le infrastrutture energetiche del Golfo — colpendo il terminale GNL di Ras Laffan (Qatar), raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, e impianti negli EAU. I dati contraddicono le dichiarazioni di Netanyahu sulla distruzione della capacità missilistica iraniana.
Fonti: CENTCOM, Min. Difesa EAU, IDF, Al Jazeera, Jerusalem Post, Critical Threats/ISW, Times of Israel, NPR, PBS, CBS · Stime basate su dati ufficiali cumulativi e rapporti quotidiani · Clicca sulla legenda per filtrare · Grafica: FocusAmerica

Anche sul piano economico gli effetti si fanno già sentire. Il prezzo del petrolio ha superato stabilmente i 100 dollari al barile, mentre il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha evocato persino la possibile revoca delle sanzioni su 140 milioni di barili di greggio iraniano già in navigazione — una misura d’emergenza per contenere i prezzi, simile a quelle adottate in passato per il petrolio russo.

Alla fine, più che sulle mappe o nei briefing militari, questa guerra si misura nelle storie che emergono ai margini: nelle parole incerte dei familiari, nei dubbi che affiorano anche tra chi dovrebbe avere certezze, nel peso di decisioni che non restano mai davvero lontane. Israele può rivendicare risultati sul piano strategico. Ma il quadro, sul terreno e fuori, resta fragile. Il conflitto si allarga, l’opinione pubblica si fa più scettica e perfino dentro l’apparato di sicurezza americano emergono crepe, come mostrano le dimissioni di Joe Kent. Segnali che non riguardano solo la politica, ma la fiducia stessa nella direzione intrapresa.

È in questa distanza — tra ciò che viene dichiarato e ciò che si percepisce — che si gioca la tenuta della strategia americana e israeliana. Perché le guerre possono iniziare con obiettivi chiari, ma finiscono sempre per essere giudicate da ciò che lasciano dietro: non solo sul campo, ma nelle vite delle persone.

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