Gli Usa distruggono 16 navi posamine iraniane nello Stretto di Hormuz, sale l'allarme energia
L'attacco preventivo di Washington sulle imbarcazioni di Teheran aggrava la crisi nel Golfo. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti è salito del 19% in due settimane, e nel Partito Repubblicano monta sempre di più la preoccupazione per le ricadute elettorali del conflitto.
Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato il principale teatro di tensione del conflitto, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto questa notte 16 navi posamine iraniane. Un alto funzionario americano ha dichiarato ad Axios che si è trattato di un attacco preventivo, basato su informazioni di intelligence relative ai piani operativi di Teheran. La conferma è arrivata dal CENTCOM statunitense, dopo che il presidente Donald Trump aveva annunciato su Truth Social la distruzione di una decina di imbarcazioni posamine, promettendo ulteriori azioni.
U.S. forces eliminated multiple Iranian naval vessels, March 10, including 16 minelayers near the Strait of Hormuz. pic.twitter.com/371unKYiJs
— U.S. Central Command (@CENTCOM) March 10, 2026
Secondo la CNN, l'Iran avrebbe già iniziato a posizionare mine nello Stretto, anche se in misura limitata. Nel suo post, Trump ha minacciato Teheran di "conseguenze militari" a un livello "mai visto prima", precisando che gli Stati Uniti stanno utilizzando le stesse tecnologie missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga nei Caraibi per colpire qualsiasi nave tenti di minare il passaggio.
Nella stessa giornata, due navi mercantili sono state colpite da proiettili di origine sconosciuta: una nave cargo ha preso fuoco a 11 miglia nautiche dalla costa dell'Oman, costringendo l'equipaggio all'evacuazione, mentre una portacontainer è stata danneggiata a 46 chilometri dalla costa degli Emirati Arabi Uniti senza causare vittime. Le autorità marittime britanniche (UK Maritime Trade Operations) hanno invitato tutte le imbarcazioni a transitare con estrema cautela. Dall'inizio delle ostilità si contano oltre una decina di presunti attacchi iraniani contro navi nell'area.
L'offensiva iraniana e la risposta regionale
Gli attacchi nello Stretto si inseriscono in un'escalation più ampia. L'Iran ha annunciato la 35ª ondata di operazioni, estendendo i lanci di missili e droni contro basi militari in diversi Paesi del Golfo. L'Arabia Saudita ha fatto sapere di aver intercettato missili diretti contro una base aerea e droni verso un importante giacimento petrolifero; gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di aver attivato le proprie difese contro un attacco missilistico; il Bahrein ha invitato i residenti a cercare rifugio; in Qatar, droni in arrivo sono stati intercettati poche ore prima.
Da parte sua, Teheran ha affermato di aver colpito anche installazioni in Kuwait, dove si trova una base americana, ma né il Kuwait né gli Stati Uniti hanno confermato. Il quadro che emerge è, ad ogni modo, quello di un conflitto che si sta espandendo rapidamente a tutta la regione, e che secondo Foad Izadi, docente all'Università di Teheran, potrebbe ancora protrarsi a lungo: la chiusura dello Stretto, ha dichiarato ad Al Jazeera, durerà mesi se non verrà risolta la questione dei danni economici subiti dall'Iran, che avrebbe perso miliardi di dollari in appena dodici giorni di guerra.
Lo shock energetico colpisce l'economia americana
Le conseguenze economiche del conflitto si fanno già sentire con forza negli Stati Uniti. Il prezzo della benzina è salito del 19% in due settimane raggiungendo i 3,50 dollari al gallone, mentre il diesel è balzato del 28% a 4,86 dollari. Il greggio West Texas Intermediate è schizzato da 61 dollari al barile fino a sfiorare i 120 nei picchi intraday di lunedì, per poi ripiegare a 83,45 martedì; il carburante per aerei è aumentato di quasi il 60%. L'Energy Information Administration prevede che la benzina non tornerà sotto il livello pre-conflitto di 2,94 dollari prima della fine del 2027.
L’onda d’urto si è già propagata lungo l’intera filiera produttiva. L’industria dell’autotrasporto si prepara a scaricare una parte consistente dei costi aggiuntivi sui consumatori, gli agricoltori devono già fare i conti con rincari di carburante e fertilizzanti proprio alla vigilia della semina di mais e soia ed American Electric Power, una delle maggiori utility del Paese, ha stimato che ogni aumento di 10 centesimi per gallone comporta per l’azienda un aggravio di circa un milione di dollari l’anno. Secondo l’analista petrolifero indipendente Tom Kloza, il rischio è quello di una “inflazione pervasiva in tutto il Paese”. Uno scenario che non allarma soltanto l’industria, ma che si sta trasformando sempre più in un problema politico per la Casa Bianca.
Le ricadute politiche e la frattura conservatrice
Trump aveva dedicato ampio spazio ai prezzi della benzina in discesa nel recente discorso sullo Stato dell'Unione, vantando di aver fatto scendere il prezzo sotto i 2,30 dollari nella maggior parte degli Stati americani. Ora però, in poche settimane, quei numeri si sono rovesciati, e nel Partito Repubblicano l'ansia cresce in vista delle elezioni di metà mandato. La Casa Bianca ha assicurato che i rincari saranno temporanei e sta valutando contromisure, tra cui la richiesta ai produttori di aumentare l'estrazione, l'allentamento delle sanzioni alla Russia e il ricorso alle riserve strategiche di petrolio.
Ma la pressione non arriva solo dai dati economici. Il conflitto ha aperto una spaccatura nel mondo mediatico conservatore, tradizionale base di consenso di Trump. Joe Rogan ha definito la guerra "folle" rispetto alle promesse elettorali del presidente, dichiarando senza mezzi termini che molti suoi sostenitori alle elezioni 2024 si sentono ora traditi. Tucker Carlson ha bollato gli attacchi come "disgustosi", accusando gli Stati Uniti di combattere per conto di Israele — posizione condivisa da Megyn Kelly, che ha attaccato duramente il senatore Lindsey Graham e il conduttore Sean Hannity per il loro sostegno alla guerra, definendo Graham "un maniaco omicida". Anche Ann Coulter ha criticato il conflitto, sostenendo che non rende più sicuro nessun americano.
Sul fronte opposto, il Wall Street Journal ha invitato il presidente a non interrompere le operazioni per il "disagio economico a breve termine", mentre il senatore Ted Cruz ha attaccato Carlson per le sue posizioni "isolazioniste". Trump ha risposto definendo Carlson e Kelly "non veri MAGA", rivendicando il sostegno della propria base elettorale e dichiarando lunedì che la guerra è "quasi completata" e si concluderà molto "presto".
Cosa pensano gli americani nei sondaggi
Un nuovo sondaggio Economist/YouGov condotto tra il 6 e il 9 marzo consente di misurare l'impatto del conflitto sull'opinione pubblica e confermare quanto già detto dai precedenti sondaggi sulla impopolarità di questo intervento militare. Il 52% degli intervistati disapprova, infatti, la gestione della situazione in Iran da parte di Trump, contro il 39% che la approva; il dato è fortemente polarizzato, con il 44% che si dichiara "fortemente contrario". Il 56% ritiene che il presidente avrebbe dovuto chiedere l'autorizzazione del Congresso prima di ordinare gli attacchi, e il 57% vorrebbe un discorso alla nazione per spiegare gli obiettivi in Iran.
Per quanto riguarda la durata, il 47% prevede che la guerra durerà più di un mese ma meno di un anno, un altro 32% un anno o più: solo il 4% crede che finirà entro una settimana. Quanto alla percezione della minaccia iraniana, appena il 25% la considera immediata, il 38% reale ma non imminente e il 23% non la considera affatto tale. Il 76% pensa che spetti al popolo iraniano decidere chi guida il proprio Paese, e il 37% ritiene che l'intervento militare peggiorerà la situazione per la popolazione iraniana. Il quadro economico che emerge è altrettanto cupo: il 53% degli americani giudica l'economia americana in peggioramento, il 70% la definisce mediocre o cattiva.