Gli Stati Uniti smantellano le missioni mediche cubane nelle Americhe
Un memo del Dipartimento di Stato rivela la strategia di Washington per eliminare il programma entro quattro anni. Già coinvolti Honduras, Giamaica, Guatemala e Guyana
Un numero crescente di paesi dell'America Latina e dei Caraibi sta ponendo fine ai propri accordi di cooperazione medica con Cuba, cedendo alle pressioni dell'amministrazione Trump. Un memorandum interno del Dipartimento di Stato, datato 23 febbraio e ottenuto da Politico, svela per la prima volta i dettagli della strategia americana: eliminare le missioni mediche cubane nell'emisfero occidentale nell'arco di due-quattro anni, privando L'Avana di una delle sue principali fonti di valuta estera.
Il documento, indirizzato al segretario di Stato Marco Rubio, delinea un piano chiamato "Freedom Framework for Self-Sufficient Healthcare in the Americas". Gli Stati Uniti offrono ai paesi che accettano di licenziare i medici cubani un pacchetto di incentivi: programmi di telemedicina, formazione a distanza, modernizzazione delle infrastrutture sanitarie e assistenza nel reclutamento di personale medico da altri paesi. Secondo le stime contenute nel memo, circa 19.000 professionisti sanitari cubani lavorano in 16 paesi dell'emisfero occidentale. In alcune nazioni rappresentano oltre il 20 per cento del personale medico.
Il programma di esportazione di medici è uno dei pilastri della diplomazia cubana dal 1963. Secondo i dati del governo dell'isola, oltre 600.000 operatori sanitari sono stati inviati in più di 160 paesi. Cuba ricava miliardi di dollari l'anno dall'esportazione di servizi professionali, come riporta il New York Times citando diversi studi. Il meccanismo funziona così: il paese ospitante paga Cuba per i servizi medici, ma i professionisti ricevono solo una parte delle somme versate. Secondo un rapporto dell'organizzazione Cuba Archive, pubblicato nell'aprile 2025, i medici cubani alle Bahamas ricevono appena il 16 per cento degli stipendi pagati dal governo locale all'agenzia governativa cubana che funge da intermediario.
Jeremy Lewin, alto funzionario del Dipartimento di Stato responsabile dell'assistenza estera, ha dichiarato a Politico che le brigate mediche cubane sono "una fonte fondamentale di denaro per il regime in crisi, e uno degli esempi più perniciosi di schiavitù moderna e lavoro forzato". Lo smantellamento del programma, secondo il memo, "priva il regime cubano di entrate cruciali e di influenza regionale".
I risultati della campagna sono già visibili. L'Honduras ha chiuso il programma ai primi di marzo, pochi giorni prima che il presidente conservatore Nasry Asfura partecipasse a un vertice di leader di centrodestra a Doral, in Florida, con il presidente Trump. I 128 professionisti cubani dovranno lasciare il paese alla scadenza dell'accordo. La Giamaica ha seguito lo stesso percorso: il 5 marzo la ministra degli Esteri Kamina Johnson Smith ha annunciato al parlamento la fine del programma, sostenendo che le sue modalità erano "in conflitto" con la legislazione giamaicana e con le migliori pratiche internazionali in materia di diritto del lavoro. Le autorità giamaicane hanno inoltre segnalato che alcuni medici non avevano il controllo diretto dei propri passaporti. La brigata cubana in Giamaica contava 277 professionisti.
Il Guatemala ha annunciato a metà febbraio il ritiro progressivo dei 333 medici cubani presenti nel paese da 28 anni. Il governo pagava 4,5 milioni di dollari l'anno per il programma e prevede di sostituire parte dei medici con studenti specializzandi guatemaltechi. In Guyana è stato il governo cubano a prendere l'iniziativa, ritirando i propri 200 operatori sanitari dopo il fallimento dei negoziati con Georgetown, che voleva assumere direttamente i medici senza passare per l'agenzia governativa cubana.
La pressione si estende anche ai Caraibi orientali. Antigua e Barbuda, Dominica e Trinidad e Tobago stanno riconsiderando i propri accordi. A Saint Vincent e Grenadine il primo ministro Godwin Friday ha annunciato un piano triennale per ridurre la dipendenza dal personale medico cubano, citando barriere linguistiche e costi. Anche il Paraguay ha sospeso un memorandum di cooperazione sanitaria firmato con Cuba nel dicembre 2024. Alcuni paesi, come le Bahamas, stanno cercando una via intermedia, negoziando contratti di lavoro direttamente con i singoli medici cubani anziché con lo Stato cubano.
La strategia americana si inserisce in una campagna più ampia per isolare Cuba. Dall'insediamento di Trump, gli Stati Uniti hanno reinserito Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo, ampliato le sanzioni, bloccato le importazioni di petrolio e convinto il regime venezuelano, dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro a gennaio, a interrompere le forniture energetiche all'isola. Cuba, un paese di 10 milioni di abitanti, affronta gravi interruzioni di corrente e lunghe code per la benzina.
Jacqueline Laguardia Martinez, docente di relazioni internazionali all'Università delle Indie Occidentali a Trinidad e Tobago, ha spiegato al Monde che l'obiettivo degli Stati Uniti è "destabilizzare l'economia cubana e precipitarne il crollo". Eduardo Gamarra, professore di scienze politiche alla Florida International University, ha dichiarato sempre al Monde che l'internazionalismo medico cubano "è spesso considerato solidarietà, ma si tratta essenzialmente di accordi economici" vantaggiosi per L'Avana. Ha però aggiunto di dubitare dell'accusa di tratta di esseri umani avanzata da Washington, avvertendo che la fine del programma in Honduras, combinata con l'eliminazione dell'Usaid, "colpirà duramente i più poveri".
Un alto funzionario caraibico, rimasto anonimo, ha descritto a Politico la difficile posizione dei paesi della regione con una frase: "C'è molta paura". Il diplomatico ha aggiunto che la pressione "non è mai stata così esplicita. Non ha precedenti". John Kavulich, presidente dello U.S.-Cuba Trade and Economic Council, ha valutato che la strategia dell'amministrazione Trump sta funzionando: i paesi sotto pressione calcolano che assecondare Washington "gli fa guadagnare molto più di quanto perdano a L'Avana".
L'ambasciatrice de facto di Cuba negli Stati Uniti, Lianys Torres Rivera, ha dichiarato a Politico che "la principale superpotenza mondiale sta cercando di strangolare un'economia minuscola, un paese minuscolo, un'isola che non rappresenta una minaccia". Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha confermato venerdì per la prima volta che sono in corso negoziati tra Cuba e gli Stati Uniti.