Gli Stati Uniti pronti a colpire l'Iran già nei prossimi giorni, ma Trump non ha ancora deciso
Il Pentagono sta completando il dispiegamento di forze aeree e navali in Medio Oriente. La diplomazia a Ginevra non ha prodotto risultati concreti, mentre Teheran fortifica i propri siti nucleari. Diversi fattori spingono verso il conflitto, ma restano margini per la trattativa.
Le Forze Armate statunitensi sono pronte a colpire l'Iran già questo fine settimana, anche se il presidente Donald Trump non ha ancora preso una decisione definitiva. Lo riferisce la CNN citando fonti a conoscenza del dossier, confermando quanto anticipato in precedenza dalla CBS News. Secondo queste fonti, la Casa Bianca è stata informata del fatto che il dispositivo militare è pienamente operativo dopo un significativo rafforzamento delle capacità aeree e navali dispiegate in Medio Oriente negli ultimi giorni.
Ieri i vertici della sicurezza nazionale si sono riuniti nella Situation Room per esaminare il dossier iraniano. Trump è stato aggiornato anche dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner sui colloqui indiretti con Teheran svoltisi il giorno precedente. Secondo una fonte, il presidente starebbe “dedicando molto tempo” alla valutazione del dossier, esaminando in privato pro e contro di un’eventuale azione militare e consultando consiglieri e alleati.
I colloqui di Ginevra e lo stallo diplomatico
Martedì, a Ginevra, negoziatori iraniani e statunitensi si sono scambiati note per oltre tre ore e mezza durante colloqui indiretti, senza però raggiungere un accordo concreto. Il Ministro degli Esteri iraniano ha parlato di una “serie di principi guida” condivisi tra le parti, mentre un funzionario americano ha precisato che “restano molti dettagli da discutere”.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che l’Iran dovrebbe fornire ulteriori chiarimenti sulla propria posizione negoziale “nelle prossime due settimane”, senza specificare se in quel periodo Washington si asterrà da azioni militari. “La diplomazia è sempre la prima opzione del presidente”, ha affermato, ribadendo tuttavia che l’opzione militare resta sul tavolo.
Secondo il New York Times, fonti iraniane avrebbero indicato la disponibilità a sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo compreso tra i 3 e i 5 anni in cambio della revoca delle sanzioni. Dennis Ross, ex inviato americano per il Medio Oriente, ha però definito la proposta una concessione prevalentemente simbolica, osservando che la questione centrale per Teheran resta la sopravvivenza economica del regime.
I fattori che spingono verso il conflitto
Diversi elementi suggeriscono che un’azione militare sia considerata sempre più concreta. La portaerei USS Gerald Ford, una delle unità più avanzate della marina statunitense, sta per raggiungere l’area delle operazioni già nel fine settimana, mentre velivoli dell’US Air Force basati nel Regno Unito — tra cui aerei cisterna e caccia — sono in fase di riposizionamento verso il Medio Oriente.
Allo stesso tempo, secondo immagini satellitari analizzate dall’Institute for Science and International Security, l’Iran sta a sua volta rafforzando la protezione di diversi siti nucleari, utilizzando cemento e grandi quantità di terra per interrare e proteggere le infrastrutture chiave.
La disputa nucleare resta irrisolta da anni. Dopo l’uscita degli Stati Uniti dal precedente accordo del 2015 negoziato all'Amministrazione Obama durante il primo mandato di Trump, le tensioni tra i due Paesi sono progressivamente aumentate. Un precedente ultimatum di 60 giorni, scaduto a giugno, non ha prodotto risultati tangibili, lasciando le parti su posizioni ancora distanti.
Anche la repressione interna in Iran pesa nel calcolo strategico della Casa Bianca. A inizio gennaio centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in tutto l'Iran per proteste contro il regime; secondo diverse fonti, la risposta delle forze di sicurezza avrebbe migliaia di vittime. In quel momento, Trump aveva dichiarato di essere “pronto” ad un intervento armato in difesa dei manifestanti, sebbene alla fine abbia rinviato qualsiasi decisione operativa.
Ma ora il massiccio dispiegamento di due portaerei e di centinaia di velivoli militari ha innalzato le aspettative di uno scontro armato in arrivo. Come osserva Axios, un arretramento da parte degli Stati Uniti a questo punto potrebbe essere percepito dal regime di Teheran e dagli altri Paesi ostili agli Stati Uniti come un segnale di debolezza, soprattutto dopo uno schieramento di forze di tale portata.
A ciò si aggiunge la sempre più forte pressione di Israele, il cui governo sta valutando una campagna congiunta più ampia rispetto alle operazioni mirate dei mesi scorsi, con obiettivi che potrebbero includere non solo il programma nucleare e missilistico, ma anche un ridimensionamento strutturale del potere del regime iraniano.
Il contesto energetico rappresenta un ulteriore fattore: l’offerta globale di petrolio è attualmente abbondante e i prezzi relativamente contenuti, mentre la capacità iraniana di bloccare lo Stretto di Hormuz — crocevia di circa un quinto del commercio petrolifero mondiale — viene giudicata da alcuni analisti più limitata rispetto al passato.
Infine, la percezione di un regime indebolito dalle proteste interne e dall’erosione della rete di alleati regionali potrebbe alimentare nella Casa Bianca l’idea che la finestra strategica sia favorevole ad un intervento militare.
I rischi di un’operazione militare
Tuttavia, un eventuale intervento contro l’Iran difficilmente avrebbe i contorni di un’azione limitata o simbolica. Una campagna militare credibile richiederebbe verosimilmente svariati giorni di attacchi aerei contro obiettivi fortificati, con il rischio di alte vittime civili, perdite militari e di un possibile allargamento del conflitto.
Colin Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center, ha avvertito che il vero nodo potrebbe essere la fase successiva all'intervento militare: un’operazione prolungata potrebbe infatti aprire un vuoto di potere difficile da gestire in Iran, con il rischio di instabilità diffusa o di una nuova fase di scontri armati.
Secondo fonti citate dalla CNN, l’intelligence americana ritiene che, in caso di crisi esistenziale del regime iraniano, uno degli attori più probabili a emergere per prendere il posto dell'attuale leadership del Paese sarebbe il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, una formazione che rappresenta la linea dura in Iran e potrebbe risultare altrettanto se non ancora più ostile a Washington dell'attuale regime.
Sul piano interno, inoltre, diversi sondaggi indicano che la maggioranza degli americani è nettamente contraria a un nuovo conflitto in Medio Oriente, fattore che aumenterebbe il rischio politico per la Casa Bianca in un anno segnato dalle elezioni di midterm, soprattutto se i piani non dovessero andare lisci come sperato.
Alcuni appuntamenti simbolici — dalla conclusione delle Olimpiadi invernali all’inizio del Ramadan, fino al discorso sullo Stato dell’Unione — potrebbero influenzare la tempistica di una decisione, anche se non è chiaro quanto pesino realmente nelle valutazioni presidenziali.
Resta il fatto che, in assenza di una svolta negoziale o di una concessione sostanziale da parte di Teheran su condizioni che Washington non ha ancora esplicitato pubblicamente, il tempo sembra restringere lo spazio per l’ambiguità strategica. La decisione finale di Trump potrebbe ridefinire in modo duraturo gli equilibri del Medio Oriente e l'eredità politica del suo secondo mandato.