Gli Stati Uniti mandano altri 10.000 soldati in Medio Oriente mentre trattano con l’Iran
La Casa Bianca e il Pentagono valutano un ulteriore massiccio rafforzamento militare nella regione. Gli alleati sono sempre più disorientati dai messaggi contraddittori di Trump, che parla di diplomazia ma continua a inviare truppe.
Gli Stati Uniti stanno per inviare almeno 10.000 soldati in più in Medio Oriente, anche mentre l’Amministrazione Trump sostiene di essere in trattative con Teheran per porre fine alla guerra. La decisione potrebbe arrivare già la prossima settimana, secondo un alto funzionario del Dipartimento della Difesa americana.
Il nuovo dispiegamento di Trump si aggiunge a quello già in corso: un’unità dei Marines è attesa in settimana, una seconda è in fase di partenza, e il comando della 82esima Divisione Aviotrasportatat è stato incaricato di dirigersi nella regione con una brigata di fanteria di diverse migliaia di uomini. Il Wall Street Journal ha riportato per primo la notizia sui nuovi rinforzi in arrivo.
Il Pentagono sta, intanto, elaborando opzioni per quello che viene definito come “un attacco definitivo” all’Iran che potrebbe includere l’uso di forze di terra e una campagna di bombardamenti su larga scala. Trump non ha ancora deciso in questo senso, ma fonti vicine alla Casa Bianca dicono che è pronto a intensificare le operazioni militari se i negoziati non produrranno risultati in tempi brevi.
Messaggi contraddittori agli alleati
Il principale inviato americano per i negoziati con l’Iran, Steve Witkoff, ha dichiarato giovedì che l’Amministrazione Trump intende dare priorità alla diplomazia. Ma lo stesso presidente Trump continua a usare toni bellicosi in pubblico, dicendo che gli Stati Uniti continueranno a “attaccare” finché l’Iran non accetterà un accordo.
Otto diplomatici di Paesi europei, asiatici e mediorientali, che hanno parlato con Politico in forma anonima, descrivono una confusione crescente. “Non ho idea di cosa stiano cercando di fare”, ha detto uno di loro, parlando degli obiettivi dell’Amministrazione Trump.
Un secondo ha detto di guardare alle azioni concrete degli Stati Uniti piuttosto che alle dichiarazioni di Trump sui social media: spostare così tante risorse militari nel Golfo per poi ritirarle in caso di accordo sarebbe, a suo avviso, “una mossa molto costosa” e poco sensata.
Sette dei diplomatici interpellati hanno detto che né la Casa Bianca né il Dipartimento di Stato hanno chiarito le intenzioni militari americane, nonostante alcuni di loro rappresentino Paesi ai quali Washington ha chiesto attiva collaborazione nelle operazioni militari in corso. Le loro economie stanno già pagando le conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz, in alcuni casi più duramente rispetto all’economia americana.
La diplomazia parallela con l’Iran
Witkoff ha, intanto, confermato giovedì che il Pakistan ha trasmesso all’Iran il piano americano in 15 punti per porre fine alla guerra. L’Amministrazione Trump spera di avviare colloqui in Pakistan già questo fine settimana sulla base di questi punti, ma la loro realizzazione rimane incerta.
I funzionari iraniani non si sono ancora impegnati a partecipare e guardano con sospetto la mossa diplomatica americana, temendo che si tratti di un pretesto per nuovi attacchi. Il sospetto non è del tutto infondato: le ultime due fasi di negoziati si sono svolte mentre, dietro le quinte, Stati Uniti e Israele stavano già mettendo a punto il piano per assassinare la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei e dare il via all’attuale conflitto.
Sta di fatto che giovedì Trump ha esteso la pausa in corso negli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, affermando di averlo fatto “su richiesta del governo iraniano”. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha ribadito che il “primo istinto” di Trump “è sempre la diplomazia”, ma ha avvertito che se l’Iran non accetterà “la realtà sul campo attuale, sarà colpito più duramente che mai”.
Lo Stretto di Bab el-Mandeb, la prossima minaccia
C’è però un altro asso nella manica dell’Iran nel caso di nuova escalation, un secondo Stretto la cui chiusura potrebbe aggravare la crisi economica mondiale: si tratta dello Stretto di Bab el-Mandeb, dinanzi alla punta sudoccidentale dello Yemen, attraverso cui passa circa il 10% delle forniture mondiali di petrolio e gas.
Un funzionario militare iraniano ha lasciato intendere senza mezzi termini che il rischio è questo, dichiarando all’agenzia stampa semiufficiale Fars del Paese che, se Stati Uniti e Israele colpiranno ulteriori infrastrutture energetiche iraniane, l’Iran aumenterà l’insicurezza “del traffico petrolifero in altri Stretti, compreso quello di Bab el-Mandeb e il Mar Rosso”.
A controllare quella rotta sono gli Houthi yemeniti, gruppo ribelle armato sostenuto proprio dall’Iran che ha già bloccato in passato lo Stretto tra il 2023 e il 2025 con attacchi alle navi commerciali in transito. Hanno sottoscritto un cessate il fuoco l’anno scorso, ma non hanno mai smesso di minacciare la regione.
Noam Raydan, ricercatore del Washington Institute for Near East Policy, ha dichiarato a Politico: “Gli Houthi non si sono mai fermati. Hanno fatto una pausa l’anno scorso, ma questa minaccia è ancora presente”. Vista la minaccia incombente, le due maggiori compagnie di navigazione al mondo, la svizzera MSC e la danese Maersk, stanno già evitando la zona.
Se però il gruppo ribelle yemenita dovesse davvero entrare in questo conflitto conflitto, le conseguenze sui mercati rischierebbero di essere immediate e devastanti. Gregory Brew, analista dell’Eurasia Group, ha spiegato a Politico che anche un impegno limitato, come il lancio di qualche missile o drone, renderebbe impossibile lo scarico delle petroliere: si passerebbe così da una riduzione del traffico di 10 milioni di barili al giorno a una di 15-17 milioni rispetto alla situazione pre conflitto, con il greggio destinato a salire dagli attuali 90-100 dollari al barile fino a 150 dollari.
Danny Citrinowicz, ex ricercatore sull’Iran per le Forze Armate israeliane, sintetizza così la situazione: “Non siamo certo in uno scenario in cui gli iraniani sono pronti a cedere, mentre Trump ha sempre più necessità di negoziare. L’altro giorno è stato lui a fare marcia indietro per primo”.