Gli Stati Uniti esportano più petrolio di quanto ne importino
Nel 2025 le esportazioni hanno superato le importazioni del 35%. Il Canada resta il principale fornitore, i Paesi Bassi il primo cliente
Gli Stati Uniti sono diventati un esportatore netto di petrolio e prodotti petroliferi, ribaltando una dinamica che per decenni li aveva visti dipendere dalle importazioni. Secondo i dati della Energy Information Administration pubblicati da USAFacts, nel 2025 le esportazioni di greggio e derivati hanno raggiunto circa 10,7 milioni di barili al giorno, contro i 7,9 milioni di barili importati. Il saldo netto è di 2,8 milioni di barili al giorno a favore delle esportazioni, pari a un surplus del 35%.
Il sorpasso non è un fenomeno recente. Gli Stati Uniti hanno iniziato a esportare più petrolio di quanto ne acquistassero dall'estero nell'ottobre 2019. Da agosto 2021, il paese è stato esportatore netto in modo quasi ininterrotto, con sole sette eccezioni mensili. È un cambiamento strutturale rispetto al quadro che aveva dominato per oltre quarant'anni: dal 1981 fino alla fine degli anni Dieci, gli Stati Uniti importavano stabilmente più greggio e prodotti raffinati di quanti ne vendessero sui mercati internazionali.
Come gli Stati Uniti sono diventati esportatori di petrolio
La composizione dei flussi commerciali rivela una differenza significativa tra ciò che entra e ciò che esce dal paese. Sul fronte delle importazioni, il 78% è greggio, cioè petrolio non ancora raffinato, mentre il restante 22% è costituito da prodotti già lavorati come gas liquefatti, cherosene, biocarburanti e etanolo. Le esportazioni seguono un profilo diverso: il 63% è rappresentato da prodotti petroliferi raffinati, e solo il 37% da greggio. In altre parole, gli Stati Uniti importano soprattutto materia prima e riesportano in larga parte prodotti lavorati, sfruttando la propria capacità di raffinazione.
La geografia degli scambi mostra due mappe molto diverse. Sul fronte delle esportazioni, i clienti sono distribuiti su scala globale. I cinque principali acquirenti nel 2025 sono stati i Paesi Bassi (11%), il Messico (10%), il Canada (8%), la Corea del Sud (7%) e il Giappone (6%). Il restante 58% è stato distribuito tra 125 paesi. La Cina, con il 6,1%, e l'India, con il 5,7%, completano il quadro dei grandi acquirenti.
Le importazioni raccontano invece una storia di concentrazione estrema. Il Canada da solo fornisce il 57% di tutto il petrolio e i prodotti petroliferi che gli Stati Uniti acquistano dall'estero, con circa 2 miliardi di barili nel 2025. A grande distanza seguono il Messico (6%), l'Arabia Saudita (4%), l'Iraq (3%) e il Brasile (3%). Il restante 27% proviene da 63 paesi. Tra i fornitori minori compaiono la Colombia (2,8%), la Guyana (2,6%), la Nigeria (2,1%) e il Venezuela (1,8%).
Il ruolo dominante del Canada nelle importazioni statunitensi è un dato consolidato ma anche politicamente rilevante, considerando le tensioni commerciali tra i due paesi. Allo stesso tempo, la presenza nella lista di paesi come l'Iraq, il Venezuela e la Nigeria, tutti membri dell'Organization of the Petroleum Exporting Countries (Opec), ricorda che gli Stati Uniti non hanno eliminato la propria dipendenza dai produttori tradizionali, ma l'hanno ridimensionata in modo sostanziale. L'Opec, fondata nel 1960, riunisce dodici grandi nazioni esportatrici distribuite tra Medio Oriente, Africa e America del Sud.
Il dato complessivo conferma una trasformazione profonda del mercato energetico americano. Da importatore strutturale, il paese si è convertito in esportatore netto, con un surplus che nel 2025 ha raggiunto i 2,8 milioni di barili al giorno. La raffinazione domestica resta un punto di forza, permettendo agli Stati Uniti di acquistare greggio a basso costo, soprattutto dal Canada, e rivendere prodotti lavorati su mercati diversificati in tutto il mondo.