Gli americani vogliono che Trump obbedisca alla Corte Suprema
Un sondaggio nazionale della Marquette Law School, condotto poche settimane prima della sentenza, mostrava un'opinione pubblica schierata per i limiti all'autorità presidenziale, anche tra i repubblicani
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegali il 20 febbraio, con sei voti a tre, i dazi imposti dal presidente Donald Trump tramite una legge di emergenza del 1977. Trump ha reagito attaccando i giudici, definendoli "antipatriottici e sleali alla Costituzione", e ha firmato poche ore dopo nuovi dazi al 15% su tutte le importazioni usando un'altra base legale. Ma un sondaggio nazionale condotto poche settimane prima della sentenza mostrava che la maggioranza degli americani, compresi molti repubblicani, voleva esattamente quello che la Corte ha poi deciso: porre limiti al potere presidenziale sui dazi.
Secondo la rilevazione della Marquette Law School, condotta tra il 21 e il 28 gennaio su 1.003 adulti con un margine di errore di 3,4 punti percentuali, il 63% degli intervistati riteneva che la Corte dovesse confermare la sentenza di un tribunale d'appello che aveva ridimensionato l'autorità del presidente in materia di dazi. Solo il 36% voleva che la Corte desse ragione a Trump. Il dato era rimasto stabile nel tempo: 61% a settembre, 62% a novembre.
La questione non era puramente partigiana. I democratici erano compatti nel chiedere limiti (92%) e gli indipendenti li seguivano al 69%, ma anche un terzo dei repubblicani (33%) voleva che la Corte ponesse vincoli all'autorità del presidente. Il 56% degli americani riteneva che i dazi danneggino l'economia, contro un 30% convinto che la aiutino e un 14% indifferente. Tra chi pensava che i dazi fossero positivi per l'economia, il 77% voleva che la Corte desse ragione a Trump, ma quasi uno su quattro (23%) chiedeva comunque limiti al potere presidenziale. Solo il 37% degli adulti approvava la gestione dei dazi da parte del presidente.
Il sondaggio esplorava anche un altro caso cruciale, Trump v. Cook, che riguarda il tentativo del presidente di rimuovere un membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve, la banca centrale americana. Il 64% degli intervistati si opponeva a questa possibilità, e il 76% riteneva che la Fed debba restare indipendente dal controllo politico. Anche qui le divisioni partitiche erano evidenti, ma non assolute: il 35% dei repubblicani si opponeva al potere presidenziale di rimuovere i membri del consiglio.
Dalla rilevazione emergeva un quadro di crescente sfiducia verso la Corte Suprema. Il gradimento era sceso dal 50% di settembre al 44% di gennaio. Il calo era particolarmente marcato tra gli indipendenti, passati dal 43% di approvazione al 26% in quattro mesi, un crollo di 17 punti. Tra i democratici il gradimento era fermo al 17%, mentre i repubblicani mantenevano un'approvazione alta (78%). Al tempo stesso, il 57% degli americani pensava che la Corte stesse facendo di tutto per evitare di pronunciarsi contro Trump: lo credevano il 78% dei democratici, il 59% degli indipendenti e il 34% dei repubblicani.
Su un punto, però, l'opinione pubblica era quasi unanime e trasversale: l'82% degli americani riteneva che il presidente sia tenuto a obbedire alle decisioni della Corte Suprema. Questo dato, stabile in dieci rilevazioni dal 2019 e mai sceso sotto il 76%, coinvolgeva il 76% dei repubblicani, il 79% degli indipendenti e il 90% dei democratici. Un consenso che rende più significativa la scelta di Trump di sfidare apertamente la sentenza. Secondo il politologo Seth Masket, che ha commentato la conferenza stampa del presidente nella sua newsletter su Substack, Trump sta perseguendo lo stesso approccio attribuito ad Andrew Jackson, che di fronte a una sentenza sulla sovranità dei nativi americani avrebbe detto: "Il giudice capo John Marshall ha preso la sua decisione, ora la faccia applicare". Masket osserva che il presidente non considera lo stato di diritto o la Costituzione come entità neutrali che meritano rispetto, ma come strumenti a disposizione di chi detiene il potere. Allo stesso modo, non distingue tra i propri interessi personali e quelli degli Stati Uniti: chiunque gli sia sleale è, nella sua visione, sleale verso il Paese.
Il sondaggio toccava anche altri casi pendenti davanti alla Corte. Sul caso West Virginia v. B.P.J., riguardante le leggi statali che vietano alle ragazze e donne transgender di partecipare a squadre sportive femminili, il 64% degli intervistati riteneva che la Corte dovesse dichiarare quelle leggi costituzionali. Su un caso relativo al possesso di armi da fuoco da parte di consumatori di sostanze illegali, il 61% pensava che il divieto federale non violasse il Secondo Emendamento. Il 62% era favorevole alla decisione della Corte che ha impedito il dispiegamento della Guardia Nazionale a Chicago.
I giudici della Corte Suprema restavano poco conosciuti dalla maggioranza degli americani. Solo Clarence Thomas superava il 50% di riconoscibilità. La giudice con il gradimento netto più alto era Sonia Sotomayor (+13), seguita da Elena Kagan (+9) e Ketanji Brown Jackson (+7), le tre giudici progressiste. I più impopolari erano Brett Kavanaugh (-7) e Thomas (-6). Il sondaggio spiega questo squilibrio con la maggiore intensità dei sentimenti dei democratici rispetto ai repubblicani: le loro valutazioni, sia positive che negative, sono sistematicamente più forti, il che spinge verso l'alto il gradimento complessivo dei giudici progressisti e verso il basso quello dei conservatori.