Gli americani non vogliono la guerra con l'Iran: solo il 34% approva gli attacchi

Trump lancia l'operazione militare con il livello di consenso più basso nella storia americana per un'azione bellica: persino tra i repubblicani il sostegno è tutt'altro che compatto

Gli americani non vogliono la guerra con l'Iran: solo il 34% approva gli attacchi
White House photo by Daniel Torok

Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran sabato 28 febbraio insieme a Israele, ma gli americani non vogliono questa guerra. È la conclusione che emerge dai sondaggi pubblicati nei giorni scorsi, che mostrano un paese profondamente diviso e, in maggioranza, contrario all'intervento militare.

Un sondaggio lampo condotto da YouGov nella stessa giornata degli attacchi mostra che solo il 34% degli americani approva le azioni militari contro l'Iran, mentre il 44% le disapprova e il 22% non ha un'opinione. La spaccatura partitica è netta: i repubblicani approvano con un margine di 69 a 12, i democratici disapprovano con un margine di 70 a 10. Ma il dato più significativo riguarda gli indipendenti, che si oppongono agli attacchi con un margine di 52 a 20.

Per capire quanto sia basso questo livello di consenso, basta confrontarlo con le guerre del passato. Un sondaggio Gallup del novembre 2001 rilevava che il 92% degli americani approvava l'intervento militare in Afghanistan, lanciato dopo gli attentati dell'11 settembre. Un sondaggio Pew della fine di marzo 2003, a operazione irachena appena avviata, trovava il 71% degli americani favorevoli all'uso della forza in Iraq. Trump parte da un 34%, circa la metà del consenso con cui George W. Bush aveva aperto la guerra in Iraq.

Il confronto con il passato è ancora più impietoso se si guarda alla divisione tra i partiti. Dopo l'11 settembre, la guerra in Afghanistan godeva di un sostegno quasi unanime: il 96% dei repubblicani e il 90% dei democratici erano favorevoli all'intervento. In Iraq, i repubblicani erano al 93%, i democratici al 59%. Oggi, sull'Iran, anche all'interno del partito del presidente il consenso si ferma al 69%, un numero che in termini assoluti può sembrare alto ma che, nel contesto storico delle guerre americane, rappresenta una base di partenza molto fragile.

A rendere il quadro ancora più complicato c'è la traiettoria dell'opinione pubblica nei mesi precedenti agli attacchi. Il tracker settimanale condotto da Economist/YouGov aveva monitorato il sostegno all'azione militare contro l'Iran tra gennaio e febbraio: a metà gennaio era al 33%, a fine gennaio era sceso al 28%, a fine febbraio era al 27%. Gli attacchi del 28 febbraio hanno fatto risalire il numero al 34%, ma si tratta di un rimbalzo minimo. G. Elliott Morris, che ha analizzato questi dati nel suo bollettino Strength in Numbers, sottolinea che, a differenza di quanto avvenne prima della guerra in Iraq, questa volta non c'è stata alcuna campagna sistematica per costruire il consenso dell'opinione pubblica prima di agire.

Non è la prima volta che l'amministrazione Trump colpisce l'Iran. Lo scorso giugno, dopo un primo round di bombardamenti su obiettivi militari iraniani, i sondaggi mostravano che solo il 16% degli americani sosteneva un coinvolgimento nel conflitto tra Israele e Iran, incluso appena il 19% degli elettori di Trump. Anche allora, il 60% degli adulti si opponeva all'azione militare. Quei numeri, a otto mesi di distanza, non sono cambiati in misura sostanziale.

C'è poi un elemento politico che pesa sull'analisi. Durante la campagna presidenziale del 2024, Trump aveva promesso esplicitamente che sotto la sua presidenza non ci sarebbero state "nuove guerre". Il partito repubblicano aveva presentato il ticket Trump-Vance come il "ticket della pace". Quegli impegni sono stati infranti con l'operazione del 28 febbraio.

Morris ricorda che, storicamente, il consenso all'inizio di una guerra tende a essere il punto più alto, e poi scende. Ogni presidente americano che ha avviato un'operazione militare su larga scala lo ha fatto con una maggioranza degli americani dietro di sé. Trump è il primo a lanciare attacchi contro uno stato sovrano con una pluralità di americani contrari. Partire con più oppositori che sostenitori, in un anno elettorale, è una posizione che i precedenti storici non aiutano a considerare solida.

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