Escalation in Medio Oriente: dopo l'attacco Usa-Israele all'Iran, il conflitto si allarga a tutta la regione

L'uccisione di Khamenei e i raid su infrastrutture militari e nucleari hanno innescato la risposta di Teheran, che ha colpito Israele e Paesi del Golfo, bloccando lo Stretto di Hormuz: una guerra di logoramento su più fronti, con scorte militari e stabilità energetica al centro.

Escalation in Medio Oriente: dopo l'attacco Usa-Israele all'Iran, il conflitto si allarga a tutta la regione
Fonte: Dipartimento della Difesa

L’operazione militare lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha innescato, in appena tre giorni, un conflitto di portata regionale inedita rispetto alle crisi recenti. I raid aerei e missilistici israeliani e americani hanno portato alla morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei e colpito infrastrutture militari e strategiche del Paese, provocando una vasta risposta di Teheran contro Israele, diversi Paesi del Golfo e basi statunitensi nell’area. L’Iran ha inoltre annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, bloccando di fatto il traffico petrolifero e spingendo verso l’alto i prezzi dell’energia.

Gli obiettivi dell’operazione e la questione nucleare

Il presidente Donald Trump ha indicato come priorità dell’operazione la distruzione del programma nucleare iraniano, dell’arsenale missilistico e della rete di gruppi alleati di Teheran. La strategia, almeno per il momento, si basa esclusivamente su raid aerei e missilistici e non vi sono segnali di preparativi per un’invasione terrestre su larga scala, sebbene né la Casa Bianca né il Pentagono abbiano escluso esplicitamente questa eventualità.

Già nel giugno 2025 Stati Uniti e Israele avevano colpito siti nucleari iraniani, ma restavano forti dubbi sull’effettiva eliminazione delle scorte di uranio arricchito — circa 400 chilogrammi al 60% di U-235 — e sulla sorte di alcuni impianti sotterranei a Isfahan, Natanz e Fordow. I negoziati avviati successivamente a Ginevra, con la mediazione dell’Oman, si erano arenati: Washington chiedeva la rinuncia completa all’arricchimento, mentre Teheran proponeva il ritorno all’intesa del 2015.

L’ultimo round negoziale si era chiuso con l’ipotesi di ridurre il livello di arricchimento delle scorte di uranio iraniane. Tuttavia, il 27 febbraio Trump ha ordinato nuovi attacchi su larga scala, giudicando deludenti i risultati ottenuti fino a quel momento. Tra i bersagli prioritari figurano ora basi, lanciatori e impianti missilistici, con l’obiettivo di ridurre la capacità iraniana di effettuare lanci su vasta scala e rendere possibile una campagna più prolungata e sistematica.

La risposta iraniana e l’allargamento del conflitto

Teheran aveva avvertito, già prima dell’inizio dei bombardamenti, che questa volta qualsiasi attacco sul proprio territorio avrebbe provocato ritorsioni non solo contro Israele, ma anche contro le basi americane nel Golfo e in Iraq. E in effetti, nelle prime ore del conflitto, l’Iran ha lanciato ondate di missili balistici e droni contro Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait e Qatar. Milizie filo-iraniane hanno poi attaccato basi Usa in Iraq e tentato, senza successo, di assaltare il complesso dell’ambasciata americana nella Zona Verde di Baghdad.

Nel secondo giorno di guerra gli attacchi si sono estesi anche ad Arabia Saudita e Oman. Detriti di droni iraniani hanno colpito una raffineria Aramco, nel primo episodio di questo tipo dal 2019. Il Qatar ha abbattuto due caccia iraniani e ha definito “sconsiderato e irresponsabile” l’attacco al proprio territorio. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, da parte sua, ha sostenuto che l’Iran colpisce esclusivamente Israele e basi militari statunitensi, ma missili e droni hanno raggiunto anche obiettivi civili nel Golfo, comprese aree turistiche di Dubai. La distanza tra dichiarazioni ufficiali e fatti sul terreno starebbe spingendo diversi Paesi del Golfo a valutare un coinvolgimento diretto contro Teheran.

Trump ha inoltre parlato con i leader curdi iracheni Masoud Barzani e Bafel Talabani. Secondo Axios, i colloqui sarebbero avvenuti dopo pressioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che considera i curdi un possibile fattore di destabilizzazione per l’Iran. Fonti dell’Amministrazione americana ritengono tuttavia che questa capacità possa essere stata sovrastimata.

Il blocco di Hormuz e l’impatto sui mercati

L’annuncio del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica sulla chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e fino al 30% del gas naturale liquefatto — ha avuto effetti immediati. Dal 28 febbraio sono state attaccate cinque petroliere battenti bandiere diverse e, secondo MarineTraffic, la sera del 2 marzo non risultavano più petroliere in transito, mentre oltre 250 navi sostavano nei pressi dell’imboccatura dello Stretto.

Nonostante gli Stati Uniti abbiano neutralizzato molte delle principali unità di superficie della marina iraniana, il traffico resta paralizzato a causa delle minacce e degli attacchi con droni. Il Brent ha così toccato quota 82,37 dollari al barile (+13%), per poi ripiegare a 78,1 (+8%), mentre il gas in Europa è salito di oltre il 50%, fino a 48,85 euro per MWh, dopo l’annuncio del Qatar sulla sospensione della produzione e del trasporto di GNL per il peggioramento del quadro di sicurezza.

Se la situazione non dovesse cambiare rapidamente, il rischio è che le tensioni sulle rotte energetiche si traducano in ulteriori aumenti dei prezzi di petrolio e gas nei prossimi giorni. Un rialzo prolungato dei costi energetici potrebbe inoltre alimentare una nuova pressione inflazionistica, con effetti a catena su trasporti, produzione industriale e prezzi al consumo.

Scorte militari e rischi di logoramento

Le scorte di missili e munizioni rappresentano uno dei nodi centrali del conflitto. La strategia iraniana degli attacchi “a ventaglio” punta a saturare le difese aeree avversarie con lanci ripetuti, costringendo Stati Uniti e alleati a impiegare intercettori costosi in quantità elevate.

Secondo il Wall Street Journal, Washington punterebbe a chiudere le fasi principali dei combattimenti prima che inizino a ridursi le scorte considerate critiche, tra cui missili intercettori e Tomahawk. Trump ha però respinto questa ricostruzione e sostenuto su Truth Social che gli Stati Uniti dispongono di scorte “quasi illimitate”, accusando Joe Biden di aver trasferito all’Ucraina armamenti per “centinaia di miliardi di dollari” senza rimpiazzarli.

Sul possibile impatto in altri teatri è intervenuto anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha segnalato il rischio di un ulteriore rallentamento delle forniture di armi essenziali a Kiev per contrastare gli attacchi russi. Zelensky ha ricordato che una dinamica simile si era già verificata nel 2025, durante la precedente operazione contro Teheran.

La tenuta interna iraniana

L’uccisione di Ali Khamenei ha provocato senza dubbio uno shock al vertice del sistema iraniano, ma non ha prodotto, almeno finora, il collasso della catena di comando che molti si attendevano. La transizione è stata gestita attraverso la costituzione di un consiglio temporaneo, come previsto dall’ordinamento della Repubblica islamica, mentre l’apparato statale e di sicurezza ha continuato a operare secondo un piano di risposta che appare preparato in anticipo. La rapidità della reazione militare e politica suggerisce che Teheran avesse già messo in conto anche uno scenario estremo come l’eliminazione della Guida Suprema.

Sul piano interno, almeno per ora, non si registrano nuove ondate di proteste di massa. In rete circolano video di persone che avrebbero festeggiato la morte di Khamenei, ma al momento non emergono segnali di una mobilitazione generalizzata capace di trasformare lo shock politico in una crisi aperta del regime. Le proteste di gennaio erano già state represse nel sangue e, in un contesto di guerra, è anzi più probabile che la leadership cerchi di ricompattare il fronte interno facendo leva sulla retorica della difesa nazionale e del martirio.

Nel breve periodo, gli analisti ritengono quindi più plausibile un ulteriore rafforzamento dei settori della sicurezza, che rappresentano l’ala più oltranzista del regime, in particolare del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, già tra i bersagli prioritari dei raid. Più che aprire automaticamente la strada a un cambio di regime, l’eliminazione di Khamenei rischia insomma di produrre l’effetto opposto, almeno nel breve termine. Se il conflitto dovesse prolungarsi, tensioni interne e rivalità tra centri di potere potrebbero riemergere in una fase successiva; nell’immediato, però, è più probabile un’ulteriore stretta interna e un rafforzamento del ruolo degli apparati di sicurezza.

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