Cuba tratta con Washington mentre l'isola sprofonda nel buio
Il presidente Díaz-Canel conferma i colloqui con gli Stati Uniti dopo tre mesi senza petrolio. La liberazione di 51 prigionieri e il ruolo del Vaticano come mediatore
Cuba è senza petrolio da tre mesi. I blackout durano fino a quindici ore al giorno. Due centrali elettriche principali hanno esaurito il carburante. In questo scenario di crisi acuta, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha confermato venerdì 13 marzo, per la prima volta pubblicamente, che il suo governo è in trattativa con l'amministrazione Trump.
L'annuncio è arrivato nel corso di una conferenza stampa di novanta minuti trasmessa dalla televisione di stato, davanti ai vertici del Partito Comunista Cubano e del consiglio dei ministri. Fino ad allora, L'Avana aveva sempre smentito l'esistenza di contatti diretti con Washington, pur dichiarandosi disponibile al dialogo "senza pressioni" e "senza ingerenze". Erano stati i media americani a riferire in precedenza dei colloqui: venerdì è stato il governo cubano a confermarlo ufficialmente.
Díaz-Canel ha definito le discussioni come un tentativo di trovare "soluzioni attraverso il dialogo alle differenze bilaterali tra i due paesi", precisando che si basano "sul rispetto dei sistemi politici di entrambi gli stati, sulla sovranità e sull'autodeterminazione". In altri termini: la struttura politica di Cuba non è in discussione. Lo ha ribadito anche Lianys Torres Rivera, capo della missione diplomatica cubana negli Stati Uniti, in un'intervista rilasciata a Politico: "Le conversazioni non riguardano gli affari interni di Cuba, il nostro sistema costituzionale, il nostro modello politico, la nostra economia socialista".
Il presidente ha aggiunto che "fattori internazionali" hanno facilitato gli scambi, senza specificare quali. Un indizio viene però dal ruolo del Vaticano: il ministro degli esteri cubano ha incontrato di recente rappresentanti della Santa Sede, così come Mike Hammer, il principale diplomatico americano a L'Avana. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato vaticano, ha dichiarato che il Vaticano ha compiuto "i passi necessari, sempre con l'obiettivo di una soluzione basata sul dialogo".
Sul fronte dei prigionieri, il governo cubano ha annunciato il rilascio imminente di 51 detenuti, una mossa interpretata come segnale di buona volontà nei confronti dell'amministrazione Trump. Secondo l'organizzazione non governativa Prisoners Defenders, nelle carceri cubane si trovano attualmente circa 1.214 prigionieri politici. Non è noto se tra i 51 che saranno liberati ci siano profili di alto profilo. Michael Bustamante, studioso di questioni cubane e cubano-americane all'Università di Miami, ha dichiarato alla USA Today che "il significato del gesto dipenderà da chi è coinvolto".
La crisi cubana ha radici precise. Quando, a gennaio, gli Stati Uniti hanno condotto un'operazione militare in Venezuela, arrestato il presidente Nicolás Maduro e preso il controllo dell'industria petrolifera statale venezuelana, Cuba ha perso il suo principale fornitore di greggio. Trump ha minacciato dazi severi a qualsiasi paese che rifornisse Cuba di petrolio, isolando di fatto l'isola. Il risultato è una crisi energetica senza precedenti: trasporti pubblici ridotti, interventi chirurgici non urgenti sospesi, forni delle panetterie riconvertiti a legna o carbone. Circa 700 panetterie hanno già fatto questa conversione, ha detto Díaz-Canel. Le auto elettriche vengono usate per portare i pazienti alle sedute di dialisi. Quasi 7.000 case sono collegate a pannelli solari, ma la sfida è immensa. Il 60% del fabbisogno energetico di Cuba dipende dal petrolio importato, e secondo le stime degli esperti le riserve si esauriranno proprio in queste settimane.
Da Washington, Trump ha lasciato intendere che un accordo potrebbe essere vicino. "Mentre realizziamo una trasformazione storica in Venezuela, guardiamo con attesa al grande cambiamento che presto arriverà a Cuba", ha detto sabato. E ancora: "Cuba è alla fine della fila. Non ha soldi. Non ha petrolio". La settimana scorsa, ospitando alla Casa Bianca la squadra di calcio dell'Inter Miami, Trump aveva suggerito a Jorge Mas, comproprietario del club e figlio di un noto leader della comunità cubana in esilio, che le restrizioni ai viaggi verso Cuba potrebbero essere allentate. "Tornerai, e non avrai bisogno della mia approvazione", gli avrebbe detto il presidente.
A gestire i negoziati per la parte americana è il segretario di stato Marco Rubio, figlio di immigrati cubani e sostenitore di lunga data del cambio di regime a L'Avana. Secondo quanto riportato da diversi media, il suo principale interlocutore sarebbe Raúl Rodríguez Castro, nipote dell'ex presidente Raúl Castro, che è apparso visibile durante la conferenza stampa di Díaz-Canel pur non ricoprendo alcun ruolo ufficiale nel governo.
Cosa potrebbe includere un vero accordo? Secondo Ted Henken, studioso di Cuba al Baruch College, interpellato dal New York Times, la domanda centrale è "se e quali cambiamenti politici, sociali e civili saranno inclusi". Gli esperti del settore indicano come condizioni minime: la liberazione di tutti i prigionieri politici, la fine della criminalizzazione del dissenso, la legalizzazione dei partiti politici oltre al Partito Comunista, e il ripristino delle libertà fondamentali, dalla libertà di stampa a quella di parola.
John Kavulich, presidente del U.S.-Cuba Trade and Economic Council, ha spiegato alla USA Today che l'amministrazione Trump sembra seguire un approccio a "due binari": uno commerciale ed economico, l'altro politico. Secondo Kavulich, cambiare il sistema cubano non è la priorità, quanto piuttosto "come il sistema si comporta". Ha però avvertito che la tattica cubana tradizionale, fare il minimo indispensabile per ridurre la pressione e poi tornare indietro, potrebbe non funzionare con Trump.
Díaz-Canel ha riconosciuto che i colloqui non porteranno risultati rapidi. "Le agende si costruiscono, le trattative e le conversazioni si svolgono, e si raggiungono accordi: siamo ancora lontani da tutto questo, perché siamo nelle fasi iniziali del processo", ha detto. Nonostante questo, ha anche annunciato che per lunedì è prevista una misura che faciliterà "la partecipazione dei cubani all'estero allo sviluppo economico e sociale dell'isola", lasciando intendere che il governo permetterà agli emigrati di investire nell'economia cubana, una richiesta avanzata da anni dalla diaspora in Florida e altrove.
Più di due milioni di cubani hanno lasciato il paese negli ultimi cinque anni, secondo le stime dei demografi. Díaz-Canel ha riconosciuto l'entità dell'esodo: "È nostra responsabilità come governo accoglierli, ascoltarli, prenderci cura di loro e offrire loro uno spazio per partecipare allo sviluppo economico e sociale".