Cuba nel mirino di Trump, dopo Venezuela e Iran
Il presidente punta alla terza svolta geopolitica nel giro di poche settimane. Rubio tratta con l'Avana, ma i rischi di un intervento militare sono enormi
Cuba è il prossimo obiettivo di Donald Trump. Dopo aver catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e ordinato i bombardamenti sull'Iran insieme a Israele, il presidente americano ha messo nel mirino l'isola caraibica a novanta miglia dalla Florida, governata dal Partito Comunista da quasi settant'anni. Lo scrive Vivian Salama sull'Atlantic, citando funzionari dell'amministrazione e persone vicine alla Casa Bianca.
Trump ha parlato apertamente di una possibile "presa di controllo amichevole" di Cuba, e ha confermato che il segretario di Stato Marco Rubio è in contatto con dirigenti cubani "ad altissimo livello" per cercare un accordo. Secondo quanto riportato da Axios, Rubio avrebbe anche aperto un canale non ufficiale con Raúl Guillermo Rodriguez Castro, nipote dell'ex presidente Raúl Castro, fratello e successore di Fidel. Il presidente ha descritto Cuba come un paese allo stremo: "Non c'è petrolio, non ci sono soldi, non c'è niente", ha detto ai giornalisti il mese scorso.
Dietro questa spinta c'è una visione più ampia, secondo quanto riferiscono all'Atlantic funzionari dell'amministrazione e persone vicine a Trump. Il presidente si vede come il primo leader americano moderno con la determinazione di portare a termine quello che altri hanno solo abbozzato: trasformazioni geopolitiche epocali capaci di collocarlo nella storia accanto a Ronald Reagan, che vinse la Guerra Fredda, Jimmy Carter, che ottenne gli accordi di Camp David, e Richard Nixon, che riaprì i rapporti con la Cina. Un cambio di rotta netto rispetto all'isolazionismo che aveva caratterizzato le sue campagne elettorali e il primo mandato.
L'approccio verso Cuba si è già fatto più aggressivo nelle ultime settimane. A fine gennaio Trump ha dichiarato l'emergenza nazionale in risposta alla presenza di installazioni di intelligence russa sull'isola e al presunto sostegno di L'Avana a gruppi come Hezbollah e Hamas. L'amministrazione ha autorizzato dazi punitivi sulle importazioni da qualsiasi paese che fornisca petrolio al governo cubano, e le forze americane hanno iniziato a intercettare navi dirette verso l'isola, senza che sia stata indicata una chiara base legale per tali operazioni.
Eppure le difficoltà di un intervento diretto sarebbero enormi. Timothy Naftali, storico della presidenza americana e studioso della Columbia University School of International and Public Affairs, ha detto all'Atlantic che la situazione gli ricorda il dicembre 2001, quando la facilità con cui gli Stati Uniti rovesciarono i talebani in Afghanistan dopo l'11 settembre spronò l'amministrazione Bush ad attaccare l'Iraq. "Era diventato un problema cronico della politica estera americana, e dopo l'11 settembre la tolleranza del paese verso le minacce era bassa, mentre le ambizioni di rendere il mondo più sicuro erano alte", ha detto Naftali. Il rischio, sottolinea lo storico, è che in un paese a partito unico dove le forze di sicurezza non avrebbero futuro in un governo successivo filoamericano, "non hanno alcun incentivo ad arrendersi, e hanno il monopolio delle armi".
Le incognite strategiche non si fermano qui. William LeoGrande, coautore di Back Channel to Cuba, una storia dei negoziati tra Washington e L'Avana, ha ricordato all'Atlantic che "nessuno ha usato operazioni militari aperte dai tempi della Baia dei Porci", aggiungendo che "non andò molto bene". LeoGrande ha anche sottolineato la debolezza del pretesto giuridico: a differenza di Maduro, arrestato sulla base di un mandato federale per narcotraffico, e dell'Iran, giustificato con la minaccia nucleare, nel caso di Cuba "non esiste un presupposto simile". La designazione di Cuba come stato sponsor del terrorismo, ha osservato lo studioso, avrebbe una logica difficile da sostenere.
C'è poi il problema umanitario. Il segretario generale dell'ONU António Guterres ha avvertito il mese scorso che le politiche americane per tagliare l'accesso di Cuba al petrolio rischiano di trasformare una crisi già grave in un collasso umanitario. L'economia cubana, già duramente colpita dalla pandemia, sta peggiorando rapidamente, e il principale alleato dell'isola, la Russia, è troppo impegnata nella guerra in Ucraina per offrire un sostegno significativo. Decine di organizzazioni della società civile hanno scritto al Congresso chiedendo di invertire la rotta, ricordando che oltre sessant'anni di embargo non hanno raggiunto i loro obiettivi dichiarati.
Sul piano interno americano, l'operazione Cuba ha un peso politico preciso. Rubio è nipote di esuli cubani e da anni sostiene la fine del regime castrista. Molti dei consiglieri più vicini a Trump vengono dalla Florida del Sud, dove la comunità di esuli cubani e venezuelani rappresenta un blocco elettorale influente. Un successo a L'Avana rafforzerebbe le ambizioni del Partito Repubblicano in vista delle prossime elezioni.
Come andrà a finire dipende anche da quello che succederà nelle altre due crisi aperte. Il Venezuela appare per ora relativamente stabile dopo la cattura di Maduro, con alcuni prigionieri politici rilasciati e l'economia puntellata da accordi petroliferi orchestrati da Washington. Ma l'Iran è ancora nel pieno di una crisi dai contorni incerti, dopo i bombardamenti che hanno ucciso la guida suprema Ayatollah Ali Khamenei. Il regime cubano, ha scritto l'Atlantic, spera che l'Iran diventi per Trump una nuova palude, come l'Iraq dopo il 2003, capace di scoraggiare un terzo cambio di regime. Dentro l'amministrazione, però, la spinta non accenna a diminuire. "Lo status quo di Cuba è inaccettabile", ha detto Rubio ai giornalisti la settimana scorsa. "Cuba deve cambiare."