Cosa succede nel centro di detenzione per famiglie migranti di Dilley: l’inchiesta di ProPublica
Un’inchiesta di ProPublica racconta che circa 3.500 persone, oltre la metà minori, sono passati dal centro in Texas riaperto dall'Amministrazione Trump. I bambini denunciano cibo con vermi e muffe, cure mediche insufficienti e disagi psicologici.
Secondo un’inchiesta pubblicata da ProPublica, circa 3.500 persone — più della metà minori — sono passate attraverso il Dilley Immigration Processing Center da quando la struttura ha riaperto sotto l’Amministrazione di Donald Trump. Il reportage, firmato dalla giornalista Mica Rosenberg, si basa su interviste a oltre una ventina di detenuti e su lettere scritte da più di tre dozzine di bambini, ed offre un quadro dettagliato della vita quotidiana nel centro di detenzione per famiglie situato a circa 115 km a sud di San Antonio, in Texas.
Il quadro complessivo che emerge — basato su interviste, lettere e documenti legali analizzati da ProPublica — descrive una realtà molto diversa da quella presentata ufficialmente dalle autorità.
Come ricostruisce ProPublica, il centro — gestito dalla società privata CoreCivic — era stato aperto per la prima volta durante l’Amministrazione di Barack Obama per accogliere famiglie che attraversavano il confine. L’ex presidente Joe Biden aveva interrotto la detenzione delle famiglie nel 2021, sostenendo che gli Stati Uniti non dovessero detenere bambini, ma l'Amministrazione Trump ha poi ripreso questa pratica nell’ambito della sua politica di espulsioni di massa. In questo senso ha presentato il centro di Dilley come una struttura in cui le famiglie migranti sarebbero rimaste unite, a differenza della politica di separazione attuata durante il primo mandato e poi sospesa dopo proteste diffuse e decisioni dei tribunali federali.
Dall’analisi dei dati condotta dalla testata emerge che circa 300 bambini inviati a Dilley dall’attuale Amministrazione sono rimasti nel centro per oltre un mese. Come sottolinea l’inchiesta, ciò avviene nonostante una prassi legale di lunga data limiti in genere la detenzione dei minori ad un massimo di 20 giorni. In documenti giudiziari citati da ProPublica, il governo sostiene che questa prassi che risale al 1997 sia ormai superata alla luce di nuove norme e regolamenti.
Le storie dei bambini
Gran parte del reportage si concentra sulle testimonianze dirette raccolte dalla giornalista. Tra queste, quella di Ariana Velasquez, 14 anni, studentessa a Hicksville, rimasta detenuta per circa 45 giorni insieme alla madre Stephanie Valladares. Arrivata dall’Honduras a 7 anni, Ariana la aiutava a prendersi cura dei fratellini dopo la scuola. In una lettera citata da ProPublica ha scritto:
"Dal giorno in cui io e mia mamma siamo state detenute a Manhattan, la mia vita è stata istantaneamente messa in pausa".
Altri bambini hanno raccontato esperienze simili nelle lettere raccolte dalla testata. Susej Fernández, 9 anni, venezuelana residente a Houston, ha scritto che vedere il trattamento riservato agli immigrati ha cambiato la sua visione degli Stati Uniti. Maria Antonia Guerra, 9 anni, colombiana, ha disegnato sé stessa e la madre con i badge da detenute, aggiungendo:
"Non sono felice, per favore tiratemi fuori di qui".
Gustavo Santiago, 13 anni, di San Antonio, invece scrive:
"Sento che non uscirò mai di qui. Chiedo solo che non vi dimentichiate di noi".
Condizioni sanitarie e mancanza di istruzione
La mancanza di cure mediche affidabili è indicata da ProPublica come una delle preoccupazioni più gravi emerse dalle testimonianze e dai documenti legali. L’organizzazione no-profit RAICES, che fornisce assistenza legale a molte famiglie migranti detenute, ha dichiarato in atti giudiziari — citati nell’inchiesta — che i propri clienti avevano segnalato problemi di salute in almeno 700 occasioni dall’agosto 2025.
Una madre di nome Kheilin Valero, originaria del Venezuela, ha raccontato alla giornalista che la figlia di 18 mesi, Amalia, dopo essere stata trattata per due settimane con ibuprofene e poi con antibiotici, è stata ricoverata a San Antonio per dieci giorni con diagnosi di COVID-19, RSV, polmonite e bronchite. Secondo altre madri intervistate, i loro bambini avrebbero perso l’appetito dopo aver trovato vermi e muffa nel cibo, e dormono su letti a castello metallici in stanze condivise dove si ammalano frequentemente. L’inchiesta riporta anche la scoperta di due casi di morbillo nel centro.
Per quanto riguarda l’istruzione, ProPublica cita la testimonianza di Alexander Perez, ragazzo di 15 anni proveniente dalla Repubblica Dominicana. Il ragazzo ha descritto classi miste per età, con un massimo di 12 studenti e della durata di un’ora, con posti assegnati in base all’ordine di arrivo. Le lezioni, ha raccontato, erano spesso pensate per bambini più piccoli.
Arresti e circostanze della detenzione
Come evidenzia il reportage, nonostante le dichiarazioni ufficiali sull’obiettivo di colpire criminali violenti come focus della campagna anti immigrazione, la maggior parte degli adulti detenuti a Dilley non ha precedenti penali. Molti dei detenuti avevano semplicemente presentato domanda di asilo, sposato cittadini statunitensi o ottenuto permessi umanitari. Secondo quanto ricostruito da ProPublica, diversi tra loro sono stati arrestati mentre si presentavano volontariamente ad appuntamenti presso gli uffici dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Ariana e sua madre, ad esempio, sono state fermate durante un controllo di routine al Federal Plaza di New York e trasferite in aereo a Dilley nello stesso giorno, senza poter avvisare la propria famiglia. Un’altra famiglia honduregna, riferisce l’inchiesta, è stata trattenuta all’esterno di un ospedale dove aveva portato la figlia di 7 anni per cure d’emergenza.
Le risposte ufficiali e gli sviluppi successivi
Nel reportage vengono riportate anche le risposte delle autorità. Il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ha dichiarato a ProPublica che tutti i detenuti "ricevono cure mediche adeguate", tre pasti al giorno, acqua potabile e beni di prima necessità. Ha inoltre affermato che ai genitori viene offerta la possibilità di essere espulsi insieme ai figli o di affidarli a un altro tutore. CoreCivic, da parte sua, ha sostenuto che la struttura è soggetta a molteplici livelli di supervisione e che il personale medico "soddisfa i più alti standard di cura".
Secondo quanto riportato dalla testata, a gennaio l’ICE ha rilasciato circa 200 persone senza fornire spiegazioni pubbliche. Tra queste c’erano Ariana e sua madre, con un braccialetto elettronico alla caviglia. ProPublica osserva che diverse altre famiglie citate nell’inchiesta sono state rilasciate nei giorni successivi alle domande rivolte dalla giornalista al Dipartimento.
Maria Antonia e sua madre sono state invece rimandate in Colombia. Stephanie, la madre di Ariana, ha perso il lavoro perché il datore si è detto a disagio nell’impiegare qualcuno che indossasse un braccialetto elettronico, mentre il piccolo Jacob inizialmente si rifiutava di andare a scuola, temendo che la madre potesse sparire di nuovo. Ariana è tornata in classe e, come racconta l’inchiesta, ha scoperto di essere migliorata grazie alla pallavolo praticata durante la detenzione: ora spera di entrare nella squadra scolastica.